ESEGUITO SEQUESTRO PREVENTIVO DI CONTI CORRENTI BANCARI, BENI MOBILI ED IMMOBILI PER IL REATO DI USURA

Nell’odierna mattinata, la Sezione Operativa D.I.A. di Salerno, in esecuzione di decreto di sequestro preventivo emesso dal G.I.P. presso il Tribunale di Nocera Inferiore (SA), ha sottoposto a sequestro beni immobili intestati ad un professionista di Cava de’ Tirreni (SA) e alla consorte, entrambi coinvolti in un’attività usuraria.

Le indagini – avviate in seguito alle propalazioni di un collaboratore di Giustizia rese nell’ambito di parallelo procedimento trattato dalla D.D.A. di Salerno – sono state coordinate dalla Procura della Repubblica di Nocera Inferiore e condotte dalla Direzione Investigativa Antimafia.
In particolare, le attività investigative svolte dalla D.I.A. su delega del Sostituto Procuratore Dott. Angelo Rubano – in coordinamento investigativo con il Dott. Vincenzo Senatore della D.D.A. – hanno consentito di accertare che i due indagati, a fronte di un prestito complessivo di 160.000 Euro, si facevano trasferire da un imprenditore edile immobili siti in Cava de’ Tirreni del valore di 333.000 Euro, con una transazione economica sproporzionata in relazione alle concrete modalità del fatto e con un acclarato tasso d’interesse usurario.

In particolare, la parte offesa, imprenditore edile, su commissione di una persona del luogo, ristrutturava un complesso immobiliare sito in Cava de’ Tirreni con plurime unità immobiliari di proprietà di quest’ultimo, pattuendo quale corrispettivo in natura dei lavori effettuati il trasferimento di n. 2 unità immobiliari ristrutturate, il cui controvalore è stato ritrasferito ai soggetti attinti dal sequestro.

Dalle risultanze delle intercettazioni ambientali, dalle audizioni di soggetti a conoscenza della vicenda e dai riscontri documentali-patrimoniali, emergeva la conferma del fatto che il ricavato della vendita degli immobili (spettanti alla parte offesa, a titolo di corrispettivo per i lavori di ristrutturazione eseguiti sulla proprietà del committente dei lavori) fu corrisposto agli indagati tramite un’operazione negoziale collegata.

Le investigazioni hanno, peraltro, acclarato come gli autori dell’attività usuraria svolta fossero legati da rapporti con pregiudicati anche appartenenti al Clan Zullo, operante a Cava de’ Tirreni (SA).




Usurai in silenzio di fronte al giudice

di Pina Ferro

Sono rimasti in silenzio dinanzi al giudice per le indagini preliminari del tribunale di Salerno Alfonso Scermino i 5 indagati arrestati luned’ scorso con l’accusa di aver applicato tassi usurai ad un commerciante di abbigliamento. Ieri mattina, il Gip, alla presenza dei legali di fiducia ha tenuto gli interrogatori di garanzia a carico di: Domenico Caputano, Alfonso Cascella, Antonio Rupoli e Antonio Vallone e di Maurizio Salsano. vrebbe approfittato dello stato di bisogno dell’imprenditore per farsi consegnare, con minacce ed evocando la fama criminale di uno di loro, denaro contante, le rate del prestito con gli interessi da strozzini. Proprio quelle “restituzioni” sarebbero diventate insostenibili per il commerciante che, nel 2018, si è presentato presso gli uffici della Direzione investigativa antimafia per chiedere aiuto. Agli investigatori ha raccontato di essere vittima dal 2011 di richieste estorsive che lo avevano anche costretto a chiudere un punto vendita a Cava de’ Tirreni. Attualmente ha un solo punto vendita nel centro cittadino di Salerno. A fronte di un prestito di 500mila euro, la banda ha chiesto, in cambio, 700-800mila solo a titolo di interessi. Nel corso di una perquisizione a casa di uno degli indagati, sono stati sequestrati 24mila euro. Due i canali di finanziamenti illecito che furono individuati dagli investigatori nel corso dell’attività d’indagine. Il primo vedeva quali erogatori di prestito Maurizio Salsano, anche egli commerciante di Cava de’Tirreni, Domenico Caputano ed un terzo indagato. Il secondo canale aveva quale originario erogatore di prestito Antonio Rupoli anche egli commerciante di abbigliamento. Sarebbero stati gli stessi commercianti, primi erogatori di soldi al collega che presentava gravi problemi finanziari, a metterlo in contatto con Cascella.




Inchiesta Tsunami, per Carleo la prescrizione «E’ stata ingiusta»

di Adriano Rescigno

Una prescrizione che non rende giustizia all’ex assessore ai lavori pubblici Alfonso Carleo, che nel novembre 2012 venne arrestato, travolto dall’inchiesta Tsunami, in quanto secondo la direzione distrettuale antimafia di Salerno si era reso protagonista di favoritismi in termini di applati assegnati verso la ditta, la “Cooperativa Libera” che in campagna elettorale gli aveva affisso i manifesti. «Voglio specificare che per me la politica è morta. E’ un discorso finito, finito male ma finito, quindi l’incontro non è propedeutico ad un qualsiasi discorso politico o ricandidatura», inizia così l’ex assessore. «Sono stato per 7 anni in religioso silenzio, ora, alla fine di questo percorso giudiziario mi ritrovo con una sentenza di prescrizione pur avendo chiesto una archiviazione in quanto credo che non vi siano presupposti per nessun capo di imputazione che mi sono stati contestati. C’è da chiarire un’unica verità – tuona – questa indagine su di me parte da un lavoro fatto fare senza una preventiva gara di appalto . Niente di più falso. Esistono gli atti che provano una gara d’appalto fatta 5 mesi prima dello svolgimento dei lavori e quei lavori erano lavori di somma urgenza – un muro pericolante di 3 mentri d’altezza rischiava di collassare su strada pubblica – e quindi si poteva fare direttamente un appalto diretto. Io, invece, decisi di far bandire l’appalto tra le 5 ditte di fiducia del Comune – continua – e la ditta che lo vinse, già prima che io diventassi assessore ai lavori pubblici, realizzò dei lavori proprio a Palazzo di Città. I lavori quindi sono iniziati nel periodo di perfezionamento della gara d’appalto e la gara non è stata perfezionata, si, probabilmente perché davo troppo lavoro agli uffici. Ho fatto realizzare lavori in via Romano, Cuomo, a Santa Lucia, i ponti della ferrovia demoliti per favorire il trincerone. Tutto si basa su concetti sbagliati. La gara d’appalto c’era, ho trascorso 10 giorni ai domiciliari, ho subito 7 anni, e forse grazie anche alla Procura che ha mischiato inchieste e non ho capito perché, mi sono trovato sui giornali con personaggi che con me hanno ben poco a che fare. Voglio chiudere questo argomento. Io non ho fatto assolutamente nulla, e valuteremo richieste di danni». Sulla gara perfezionata, nello specifico è poi intervenuto l’avvocato Alfredo Messina: «Abbiamo poi dimostrato che la gara era stata espletata regolarmente, mancava solo il contratto finale, ma l’appalto si intende affidato quando finisce la gara. Il contratto ha solo natura dichiarativa. Cosa è successo dopo con le carte? Non è un problema “nostro”, ma degli uffici che dovevano intervenire».

Annunziata: «Non rispettati i tempi di un processo giusto»

Nel mirino dell’avvocato Annunziata di Salerno, altro difensore di Carleo, i tempi di un processo giusto. «In questo processo l’avviso di conclusione indagini preliminari è arrivato a settembre 2018 – quando il tempo di conclusione indagini è 2 anni – l’arresto è avvenuto a novembre 2012, quindi se si arriva ad un arresto c’è stata già una istruzione. Un processo giusto – incalza Annunziata – si sarebbe dovuto svolgere nel 2014 non indagini concluse dopo 6 anni. Per anni non succede nulla, la Dda si è concentrata su altri arresti e l’udienza preliminare è a maggio 2019 dove non risulta nemmeno fatta la notifica ad uno dei difensori, a me». «Bisogna comprendere – continua – che i tempi lunghi sono dovuti anche ad una cattiva gestione delle indagini o delle cancellerie. Arriviamo alla nostra prescrizione: per il nostro caso non c’è un’udienza di primo grado, una versione investigativa del pubblico ministero, trasfusa in attività dibattimentale. Noi ci troviamo ad una udienza preliminare, dove il giudice ha emesso una sentenza di non luogo a procedere per intervenuta prescrizione. Il giudice avrebbe potuto prosciogliere nel merito senza prescrizione. Avremmo potuto rinunciare alla prescrizione andando incontro ad un altro processo lungo 10 anni, a favore di cosa? Il problema sono le procure. Processi entro 2 anni usando poco gli strumenti coercitivi perché condizionano la vita amministrativa dei Comuni», conclude.

Alfredo Messina: «Il Pm che diceva ai giornali di aver eliminato la camorra da Cava non ha avuto il coraggio di archiviare la posizione di Alfonso Carleo pur sapendolo innocente»

Accanto all’ex assessore Carleo c’era anche l’avvocato Alfredo Messina. Proprio Messina dunque è stato il puù duro verso la procura salernitana. «Ci troviamo in una prescrizione predibattimentale, il che vuol dire che i fatti contestati non sono assolutamente reati. Noi già durante l’interrogatorio di garanzia davanti al gip, dimostrammo che i fatti contestati erano campati in aria». «Il Pm, quando si è reso conto di aver preso una cantonata enorme non ha avuto più interesse a fare indagini tant’è che agli atti indagine dal 2012 al 2018 non è stato aggiunto nulla. Nel 2018, tenendo conto che il pm che rinvia a giudizio un indagato per un reato che prescrive risponde disciplinarmente, e forse è il nostro caso, per non diventare responsabile chiedendo il rinvio a giudizio di chi sapeva innocente, ha dato la “sfogliatella” al gup, il quale, senza carte, senza fatti, ha prescritto».« Il pubblico ministero – conclude Alfredo Messina, già sindaco di Cava de’ Tirreni – che non aveva il coraggio di archiviare, visto che riferiva ai giornali che aveva fatto pulizia della camorra a Cava, ha aspettato sei anni per poi passare le carte al giudice per l’udienza preliminare»




Preso Tore a’ lavatrice: uomo dei fratelli Cesaro

Salvatore Di Nunzio detto Tore a’ lavatrice accusato di essere la mente di alcune operazioni di riciclaggio per conto dei fratelli Cesaro di Sant’Antimo, fratelli del parlamentare di Forza Italia Luigi Cesaro è stato arrestato ieri mattina. A far scattare le manette ai suoi polsi sono stati i carabinieri dei Ros nel corso di un blitz scattato stamattina all’alba, nell’ambito delle inchieste condotte dai pm Di Mauro e Visone, sotto il co- ordinamento dell’aggiunto Borrelli, sugli insediamenti produttivi di Lusciano e Marano. Salvatore Di Nunzio meglio conosciuto come Tore ‘a lavatrice per la sua presunta disponibilità a fornire operazioni sospette, è accusato di concorso esterno in associazione camorristica, sulla scorta di alcuni presunti legami con i Polverino e i Mallardo.Salvatore Salvatore Di Nunzio, 55 anni, alias “Tore ‘a lavatrice”, è l’ultimo colletto bianco finito nel mirino dei carabinieri del Ros. Gli inquirenti ritengono sia un abile commercialista ritenuto vicino sia ai Mallardo che ai Ferrara, ma soprattutto ai fratelli Cesaro e al clan Polverino. Avrebbe avuto un ruolo attivo – per conto del clan maranese – per il reinvestimento di capitali in operazioni immobiliari e finanziarie. Si sarebbe prodigato per impedirne la tracciabilità o fungendo persino da prestanome.Risulta esser stato, secondo quanto accertato dalla Dda di Napoli, prestanome di Angelo Simeoli, palazzinaro maranese, e del clan Mallardo, per alcune operazioni immobiliari, nonché amministratore della società Laguna srl. Si è occupato, inoltre, dell’amministrazione fiscale e tributaria della società Iniziative industriali, che si è aggiudicato l’appalto per il Pip di Marano.




Marino a confronto con De Maio

Pina Ferro

Per sei lunghi mesi al magistrato della Direzione Distrettuale Antimafia Vincenzo Senatore e, ad altri magistrati ha raccontato di tutto: nomi, situazioni, episodi criminali di cui era a conoscenza e ai quali avrebbe partecipato. Trascorsi i sei mesi durante il quale ha reso fiumi di dichiarazioni, Carmine Marino ha sottoscritto il verbale di collaborazione con la giustizia e contestualmente ha aderito al programma di protezione che lo Stato riserva ai collaboratori di giustizia. Da poco più di un mese Nino Marino è in una località protetta. Anche i familiari del pentito hanno accettato il programma di protezione a loro riservato e, accompagnati dalle forze dell’ordine hanno lasciato la regione Campania. Anche per loro il luogo dove ora vivono resta top secret. In questa fase i magistrati della Direzione Investigativa Antimafia stanno mettendo a confronto le dichiarazioni rese dal neo collaboratore con quelle di Sabino De Maio, ex reggente del gruppo Pecoraro Renna che operava nella Piana del Sele, che ha deciso di cambiare vita da alcuni mesi. Sembra che i due abbiano fornito la propria versione dei fatti su numerosi episodi che li avrebbero visti protagonisti o di cui erano comunque a conoscenza. Al momento sono state depositate agli atti solo le dichiarazioni, di entrambi i collaboratori, che riguardano un processo su delle truffe assicurative consumatesi diversi anni fa tra la Piana del Sele e, i Picentini. Sono ancora molti gli interrogativi che attendono delle risposte. Risposte che dovrebbero arrivare dalle dichiarazioni che stanno rendendo i due collaboratori di giustizia. Sabino De Maio, fino ad oggi ha riferito di diversi episodi, e di alcune confidenze che gli sarebbero state fatte in carcere da alcuni detenuti (omicidio di Fratte). Alcune di queste rivelazioni sono state prontamente smentite dagli interessati. Ora bisognerà accertare se quanto affermato da De Maio, su determinati fatti, trova riscontro in quanto dichiarato da Marino sui medesimi fatti. Per anni Carmine Marino, secondo gli inquirenti, è stato a capo di un’associazione criminale che avrebbe gestito il malaffare, e soprattutto lo spaccio delle sostanze stupefacenti.




Scafati. Paolino: “Quelle stesse persone mi sussurravano Monica sei grande”

Di Adriano Falanga

<<Quelle stesse persone che mi sussurravano ‘Monica sei grande’, trovano più giusto voltare le spalle al consigliere regionale e all’ex sindaco indagati>>. Monica Paolino sceglie di rompere il silenzio, ha tenuto un profilo basso e riservato, poi l’intervista di Cronache a Patrizia Sicignano, la richiesta di dimissioni del deputato grillino Angelo Tofalo, hanno dato l’input per un lungo sfogo che la consigliera regionale condivide sulla sua pagina social. <<E’ più giusto così, forse più conveniente o forse è la conseguenza di un desiderio non soddisfatto, di condizionare ancora consiglieri e scelte – continua la Paolino – ricordo ancora chi decise in consiglio comunale di votare o meno il Bilancio. Ma tant’è. Nella vita tutto può accadere>>. Tra le righe, appare evidente il riferimento ai fratelli Sicignano, che con Daniela Ugliano hanno ammesso davanti all’antimafia il suo forte condizionamento politico subito dal marito ex sindaco Pasquale Aliberti. Quanto alla richiesta di dimissioni avanzata da Tofalo, la forzista puntualizza: <<Puntano il dito se sei un loro avversario e ti comprendono e tacciono sugli avvisi di garanzia che riguardano esponenti della loro parte politica. Forcaioli o garantisti a seconda della convenienza. Mi sarei aspettata, invece, un commento sull’archiviazione del procedimento a mio carico sulla questione dei ‘rimborsi facili’, dopo essere stata sbattuta in prima pagina per mesi>>. Ricorda le sue dimissioni da presidente della commissione anticamorra, quando le fu notificato l’avviso di garanzia: <<Non so quanti lo avrebbero fatto>>. Rivendica il suo operato la consigliera regionale, oggi al secondo mandato, dopo essere stata in maggioranza con Stefano Caldoro. <<Le opere in itinere sul territorio, i finanziamenti intercettati dall’Europa e il lavoro di squadra con tanti amministratori, riflettono l’orgoglio del mio lavoro, silenzioso, perché la concretezza per me è sempre stata più importante del fumus. Lo sanno bene i sindaci, gli amministratori, la gente comune, che nei cinque anni in maggioranza, hanno avuto la possibilità di entrare in contatto con la mia segreteria e vivere da vicino le opportunità regionali>>.

Dopo la chiusura delle indagini e a due anni dall’avviso di garanzia, la Paolino entra nel merito delle accuse che la riguardano: <<Non ho mai fatto promesse in cambio di voti, ma ai territori ho sempre illustrato ciò che di buono era stato realizzato con passione e spirito di servizio nei cinque anni di governo Caldoro. Le accuse contro la mia persona sono ridicole – continua lady Aliberti – C’è un “pentito” che dice di aver raccolto per me voti in comuni nemmeno ricompresi nel perimetro del mio collegio, senza considerare l’ostacolo costituito dalla sua detenzione a Fuorni. Un altro è stato finanche incapace di ricordare il mio cognome: troppe volte ha suggerito di scrivere il mio nome sulla scheda da compromettere in maniera irreversibile la sua memoria>>. Curiosa la spiegazione che offre del comizio tenuto a casa di Anna Ridosso: <<avrei partecipato ad una riunione pubblica organizzata da presunti camorristi, confondendo costoro con i ragazzi presenti, giovani ed entusiasti>>. E’ un fiume in piena Monica Paolino: <<E’ una strana camorra quella con cui avremmo avuto a che fare, capace di farsi promettere di tutto e di non ottenere nulla. Incolpevole è anche la magistratura costretta a reggere il cero ad un dichiarante che cerca a tutti i costi di guadagnarsi un posto in paradiso, o ad un imprenditore o ad un politico disperato>>. Rivendica, con forza, il suo ruolo istituzionale: <<Oggi rappresento ancora circa 14 mila persone dei 160 comuni della Provincia di Salerno ed è per loro che devo continuare a lavorare per il territorio, con la stessa serietà, che mi ha contraddistinto fino ad oggi. Ho un dovere morale, oltre che politico, verso queste comunità, ma soprattutto ho un dovere morale nei confronti della mia famiglia, che mai e poi mai si è sporcata le mani>>. Sono momenti difficili, e la Paolino non lo nasconde: <<due anni e più di lacrime, di ferite lancinanti, di dolori e di notti insonni. Neanche ai nostri più accaniti nemici mi sento di augurare una tale sofferenza>>.




Scafati. “Sfido chiunque a dimostrare di aver detto menzogne”, la Sicignano replica alle accuse

Di Adriano Falanga

<<Siamo stati etichettati come traditori mossi dall’odio, degli avvoltoi capaci di gioire delle disgrazie altrui e questo non è leale considerato che coloro che muovono queste accuse sanno che abbiamo detto solo la verità. O dovevamo mentire?>>. Non nasconde la sua rabbia Patrizia Sicignano, dopo che parte della sua audizione presso la procura antimafia è emersa dall’ordinanza del riesame che ha disposto il carcere per Pasquale Aliberti. <<Non abbiamo scelto di intervenire in questa vicenda giudiziaria di nostra iniziativa, ma siamo stati ufficialmente convocati dalla DIA quali persone informate sui fatti ed abbiamo risposto solo in merito a vicende di cui eravamo a conoscenza dicendo la verità, senza aggiungere ne omettere nulla e senza giudizi di merito>>. Non è stata la sola ad essere convocata lo scorso mese di luglio. Con lei anche il fratello Raffaele e Daniela Ugliano, entrambi ex assessori dell’ultima giunta Aliberti. Parla di gogna mediatica Patrizia Sicignano, e non risparmia stoccate. <<Sfido chiunque a dimostrare che le mie dichiarazioni siano mendaci, non mediante puerili e volgari pettegolezzi da portineria ma nelle sedi opportune>>. Insomma, non intende cercare scappatoie, ma anzi, rivendica il suo diritto di “dire la verità”. Il suo nome compare nell’inchiesta Sarastra perché citata dal pentito Alfonso Loreto. La Sicignano sarebbe stata presente con Monica Paolino al comizio presso la famiglia Ridosso, a quello precedente organizzato dal clan presso un noto bar del centro, e ancora, sempre lei era al fianco della moglie dell’ex sindaco nel 2015, nel corso dei tour elettorali in giro per la provincia di Salerno. Agli inquirenti avrebbe confermato la forte, se non decisionale influenza, dell’ex sindaco nelle scelte politico istituzionali della moglie. Il giorno dopo il riesame Patrizia Sicignano si è sentita al centro di accuse, spesso non tanto velate, nei confronti suoi, del fratello e della Ugliano.

<<Vorrei poter pensare che siano dettate dalla passione che li anima ma dovrei sforzarmi troppo per essere così buonista – aggiunge ancora – mi sembra invece che siano più interessati a gettar fango sugli altri, ad autocelebrarsi o ad esibire le loro perle di saggezza popolare piuttosto che agli esiti della vicenda giudiziaria in se. Le loro accorate difese, ai limiti del ridicolo, mi sembrano propagandistiche. Per quanto mi riguarda non mi lascio certo intimidire dalle loro spudorate insinuazioni. Ho scelto di non replicare perché ritengo che si commentino da soli>>. Non si sente affatto una traditrice, ma una tradita la Sicignano. Prima ancora del boom giudiziario aveva contribuito a dar vita al gruppo consiliare “Identità Scafatese”, a cui faceva riferimento il fratello assessore e composto, oltre che dalla Ugliano, anche da Stefano Cirillo e Bruno Pagano (tutti estranei alle indagini, ndr). <<C’era anche un rapporto amicale con lui (Aliberti, ndr) e la sua famiglia che assolutamente non rinnego e che lui ha politicamente tradito senza farsi nessuno scrupolo. Non ho avuto nessun timore riverenziale nel dirgli apertamente ciò che penso di lui sia sul piano personale che su quello politico>>. Non risparmia parole pesanti la Sicignano: <<Per lui è inaccettabile l’idea che una persona possa disistimarlo o disprezzarlo per le sue azioni: molto più gratificante sentirsi vittima di rancori e invidia. Molto più mediatico mantenere il ruolo della vittima: ci pensano i suoi fedelissimi ad attaccare, ognuno col proprio linguaggio>>.

RESTO PERO’ GARANTISTA. SMENTISCO VELLEITA’ SINDACALI

Entrando nel merito dell’inchiesta, il cui processo partirà a breve, Patrizia Sicignano ritiene che la misura estrema del carcere sia eccessiva per l’ex amico ed ex sindaco Pasquale Aliberti. <<Sono anche d’accordo sul fatto che un libero cittadino abbia il diritto di esprimere le proprie opinioni senza essere per questo perseguito – spiega ancora – anche un altro cittadino però altrettanto libero ha il sacrosanto diritto/dovere di esprimersi liberamente, quando interrogato dagli organi competenti, senza per questo essere condannato alla gogna mediatica>>. Sulla scelta dell’ex sindaco di rinunciare al ricorso in Cassazione, la Sicignano sottolinea: <<Avrà ponderato bene i pro e i contro insieme ai suoi avvocati. Immagino che sia devastante attendere per 2 anni l’inizio di un processo per esercitare il proprio diritto alla difesa. Sono garantista e credo fermamente nella presunzione di innocenza fino a prova contraria. Da questo punto di vista capisco la sua provocazione>>. Alle prossime politiche molto probabilmente sosterranno “Energie per l’Italia”, progetto del deputato scafatese Guglielmo Vaccaro, in uno con l’ex candidato sindaco di Milano Stefano Parisi. Quanto alle amministrative del 2019, la Sicignano puntualizza: <<Sicuramente continueremo ad interessarci della vita politica del nostro paese, come abbiamo sempre fatto a prescindere e prima della parentesi Alibertiana. Ma nessuno di noi ha la velleità di fare il primo cittadino. Credo comunque che questo discorso sia alquanto aleatorio, siamo ancora scossi dalle vicende politico amministrative>>. Poi l’apertura: <<C’è chi invece ha già una suo programma politico ben delineato ed è ora che qualcuno cominci anche a pensare a the Day After>>

TOFALO (M5S) RINGRAZIA GLI INVESTIGATORI E CHIEDE LE DIMISSIONI DELLA PAOLINO

<<Volevo pubblicamente ringraziare gli agenti che ogni giorno in silenzio, con enormi sacrifici, indagano per portare alla luce il tradimento di cui si sono macchiati gli eletti che invece di perseguire il bene pubblico, ne approfittano per loro interessi personali>>. Angelo Tofalo, deputato salernitano del M5S, sposta la sua attenzione nel “dietro le quinte” dell’inchiesta Sarastra. <<Ringrazio gli uomini dello Stato coordinati dal colonnello Giulio Pini e diretti dal capitano Fausto Iannaccone per il loro immane lavoro>>. Dopo la chiusura delle indagini e l’imminente avvio del processo, Tofalo punta l’indice verso la consigliera regionale Monica Paolino. <<Le dimissioni del consigliere regionale Paolino, nonché ex presidente della commissione anti-camorra sarebbero senza dubbio un atto di opportunità – spiega Tofalo – sarebbe un modo corretto di dimostrare alla città di non voler restare a tutti i costi attaccati alle poltrone. Sarà la magistratura a fare chiarezza, ma intanto via dalle aule istituzionali coloro che dalle indagini risulta abbiano infangato la città di Scafati e la Campania tutta>>




Scafati. Si scrive Paolino si legge Aliberti, la tesi del riesame e le testimonianze della difesa

Di Adriano Falanga

<<Ancora oggi, tutt’ora in carica come consigliere regionale è la moglie Monica Paolino che ha beneficiato, durante le elezioni regionali del 2015, dell’accordo del marito con il clan ed è stata lei a tenere il comizio nella proprietà della sorella di Ridosso Romolo, padre di Luigi e zio di Gennaro, oltre che fratello di Salvatore, ucciso in un agguato di camorra>>. Il Tribunale del Riesame accentra l’attenzione, accogliendo le richieste della DDA, sull’attività politico istituzionale della Paolino. Secondo i giudici infatti <<Tale circostanza rende, di fatto, perdurante e quindi attuale e concreta la possibilità per l’Aliberti di attuare, attraverso l’influenza politica della moglie, accordi con i clan in cambio di ulteriori favori politici>>. Il profilo delineato dagli ainquirenti restituisce un consigliere regionale “di facciata”, si scrive Paolino ma si legge Aliberti e a rafforzare la tesi, il pm Montemurro ha depositato le dichiarazioni di Patrizia e Raffaele Sicignano, assieme a quelle di Daniela Ugliano. Gli ultimi due di fatto ex assessori e consiglieri della giunta sciolta per infiltrazioni camorristiche. E’ stata Patrizia Sicignano ad accompagnare personalmente Monica Paolino nei comizi organizzati dal clan Ridosso-Loreto, il primo presso un noto bar di Scafati (ritenuto un flop) e il secondo presso l’abitazione di Anna Ridosso. Della caratura criminale di queste persone il comitato elettorale ne era a conoscenza, in quanto, secondo la Sicignano, sulla scarsa presenza di persone nel bar la moglie di Giovanni Cozzolino avrebbe esclamato: “stai zitta! Non sai chi sono queste persone, potrebbero essere 6 o 7 persone che portano 6-700 voti”. Secondo Raffaele Sicignano invece, ogni decisione politica della Paolino non avveniva senza il preliminare assenso del marito. Secondo il riesame, Aliberti merita quindi il carcere perché <<da casa ha la possibilità di continuare a influenzare le scelte politiche della moglie convivente e utilizzare anche diverse persone di fiducia quali l’ex staffista Giovanni Cozzolino e a mantenere attiva l’attenzione politica della cittadinanza sulla sua persona interagendo sul profilo istituzionale Facebook, sia personale che della moglie>>.

l’ex assessore Raffaele Sicignano

A testimoniare il contrario la difesa dell’ex sindaco ha presentato le testimonianze di Mirra Antonio, responsabile della segreteria della Paolino, di Vincenzo Paolillo, ex politico paganese, Domenico Di Giorgio, già sindaco di Montecorvino Pugliano e Martino Melchionda, ex sindaco di Eboli. Secondo il riesame però queste dichiarazioni <<non mutano il dato che l’Aliberti possa utilizzare la moglie per attuare i patti politici che ha stretto con la criminalità, anche per favorirne l’elezione>>. Melchionda inoltra avrebbe ammesso l’appoggio elettorale alla Paolino in cambio dell’incarico di presidente del Consorzio Farmaceutico propostogli da Aliberti. Paolillo avrebbe sì confermato l’autonomia dell’azione politica della consigliera regionale, ma ammesso pure che in ogni caso esaminato si è sempre arresa alle scelte del marito. Scriverà più avanti il riesame <<Si rammenta che seppur Aliberti si mostra contrariato a parlare con Andrea Ridosso che si vuole addirittura candidare nelle sue liste, candida poi Barchiesi, zio di Alfonso Loreto, esponente apicale del clan. E fa partecipare la moglie ad un comizio organizzatole proprio da Andrea Ridosso e ad un altro a casa di Anna Ridosso, zia dei cugini Luigi e Gennaro>>.

LA “BOCCIATURA” DELLE TESTIMONIANZE

Avendo la Suprema Corte di Cassazione confermato parzialmente la precedente ordinanza, come nel caso di specie sui gravi indizi di colpevolezza e sulla qualificazione giuridica dei fatti, il Tribunale è deputato a deliberare soltanto sul punto della decisione che ha costituito oggetto di annullamento con rinvio, e cioè l’esigenza della custodia cautelare in carcere. E’ per questo motivo che vengono definite “irrilevanti” le dichiarazioni raccolte dal collegio difensivo e depositate a favore dell’ex sindaco. Tra i testi figurano gli ex consiglieri comunali Andrea Granata, Nicola Acanfora, Antonio Pignataro, Brigida Marra, Teresa Formisano e Berritto Carmela. C’è poi l’ex presidente Acse Eduardo D’Angolo, il presidente della Scafatese calcio Vincenzo Cesarano, dell’ex direttore generale Acse Salvatore De Vivo e ancora i componenti della famiglia Semplice: Salvatore, Aniello e Laura, quest’ultima consulente legale della Scafati Sviluppo, dichiarata fallita. <<Si tratta di dichiarazioni che non ineriscono il profilo delle esigenze cautelari bensì quello della ricostruzione indiziaria dello scambio elettorale politico mafioso>> scrive il riesame. In parole semplici, trattano di circostanze che involgono la configurabilità dei reati ascritti all’ex sindaco, sui quali il Collegio non è chiamato ad esprimersi. In questa sede infatti i giudici sono chiamati esclusivamente a decidere sulla misura restrittiva da applicare.




Carcere per l’ex sindaco Pasquale Aliberti

Pina Ferro

 

L’ex sindaco di Scafati, Pasquale Aliberti deve tornare in carcere. I giudici del tribunale del Riesame hanno accolto la richiesta del sostituto procuratore Vincenzo Montemurro e disposto la custodia cautelare in carcere per Luigi Ridosso e Pasquale Aliberti e, i domiciliari per Gennaro Ridosso. “Pasquale Aliberti – si legge nella decisione del Riesame – ha la possibilità di continuare ad influenzare le scelte politiche della moglie convivente Monica Paolino, necessarie magari per ottenere l’appoggio della camorra e per onorarne i patti già siglati nelle precedenti elezioni. Potrebbe utilizzare a questo scopo le sue persone di fiducia come l’ex staffista Giovanni Cozzolino e potrebbe continuare anche a mantenere attiva l’attenzione politica della cittadinanza sulle pagine Facebook, interagendo sia con il suo profilo che con quello della moglie Monica Paolino”. L’esame delle numerose nuove prove tra cui la bakeka Facebook dell’ex sindaco e di altre conversazioni, è stata determinante per il Riesame (Gaetano Sgroia, presidente, Dolores Zarone relatrice, e Giuliano Rulli giudice) per confermare l’impianto accusatorio formulato dal pubblico ministero della Direzione Distrettuale Antimafia Vincenzo Montemurro. Il pronunciamento del Riesame è giunto a seguito del rinvio degli atti a Salerno da parte della Cassazione a cui si erano rivolti i legali degli indagati. Secondo i giudici della Suprema Corte, non sussistevano le esigenze cautelari in carcere per l’ex primo cittadino di Scafati in quanto vi era un vizio di motivazione, considerato che aveva rassegnato le dimissioni. Per superare quella che era stata la decisione di rigetto della Cassazione, nonostante la conferma dell’impianto accusatorio, circa le misure cautelari per Pasquale Aliberti, Gennaro e Luigi Ridosso, il Pm ha presentato numerose nuove prove. Tra i documenti più corposi presentati dall’accusa a sostegno della necessità degli arresti in carcere riguarda i social, la pagina personale Facebook dell’ex sindaco ed i tanti post pubblicati dallo stesso, attraverso i quali attacca l’operato amministrativo politico della città di Scafati ad opera dei commissari ed attacca anche numerose persone. E, sempre attraverso il profilo social continuava ad interagire con la cittadinanza di Scafati “in modo da mantenere viva l’attenzione politica sulla sua figura ed a imprimere la convinzione della sua perdurante influenza nelle scelte politiche che interessano il governo della città”. Si legge nel dispositivo. Nella nota della Dia relativamente all’acquisizione del profilo social dal quale sono stati estratti post pubblicati nell’arco temporale che va dal 17 settembre 2016 al 3 aprile 2017, evidenzia come Aliberti anche dopo le dimissioni abbia continuato a comportarsi come se ancora fosse il sindaco della città. A riprova di questo vi è un post del 27 gennaio del 2017 in cui Aliberti, a seguito dello scioglimento del consiglio comunale, scrive: “Apprendo con profondo dolore la notizia dello scioglimento del Consiglio comunale di Scafati, dopo un’indagine di lunghi mesi. Non sono più sindaco ma sono certo della legittimità degli atti prodotti e della camorra che sempre abbiamo tenuto a distanza, adottando anche atti forti, leggeremo le motivazioni e insieme agli avvocati valuteremo, da subito, un eventuale ricorso al Tribunale amministrativo….”. Attraverso Facebook Aliberti interagiva con quanti lo seguivano esprimendo opinioni e giudizi su molti aspetti e scelte della vita politica di Scafati. Tra le altre prove presentate dall’antimafia c’era anche un’ordinanza relativa a Giuseppe e Raffaele Maurelli e altri indagati per traffico internazionale di stupefacenti in cui era emerso un incontro “segreto” tra Nello Aliberti e Giovanni Cozzolino con i due fratelli protagonisti di un’attività di spaccio. L’antimafia ha anche presentato la documentazione che smentisce il presunto stato di patologia mentale che gli avrebbe impedito di essere compatibile con regime del carcere. Il collegio difensivo di Angelo Pasqualino Aliberti ha scelto come testimone chiave in particolare, Monica Paolino che ha spiegato il suo ruolo politico e come fosse distante da quello del marito ed inoltre. In più sono state presentate le dichiarazioni rese da il presidente della Scafatese Calcio Vincenzo Cesarano, di alcuni dirigenti Acse, di alcuni ex consiglieri comunali e di alcuni collaboratori del sindaco, oltre che dell’uscire comunale sulla presenza o meno di esponenti del clan al Comune. A corredo della sua difesa c’è anche il fatto che Aliberti avrebbe garantito l’esproprio ai danni di Vincenzo Nappo e anche ai danni della famiglia Sorrentino e Galasso. Questo dimostrerebbe come lui fosse lontano dalla camorra. In fase successiva l’avvocato di Aliberti spiega anche che Aliberti in realtà non ha mai instaurato dei rapporti con clan camorristici ed inoltre lui stesso avrebbe preso le distanze dall’attività politica. Contesta anche alcune intercettazioni telefoniche e poi tira in ballo tutta una serie di dichiarazioni invece di politici della provincia di Salerno in merito alla candidatura di Monica Paolino alle regionali del 2015.

 

“La Procura non ha un solo elemento per tali affermazioni”

“Non c’era una ragione al mondo per decidere che quest’uomo andasse in carcere”. E’ l’amaro sfogo del legale dell’ex sindaco di Scafati Pasquale Aliberti, l’avvocato Silverio Sica, dopo che il tribunale del Riesame di Salerno ha deciso la reclusione in carcere per il suo assistito. “Ricorreremo in Cassazione – ha detto l’avvocato Sica – non condividiamo le motivazioni del provvedimento che ci sembra particolarmente gravoso per una persona che ritengo del tutto innocente”. Fra le motivazioni del tribunale del Riesame anche la tesi secondo cui Pasquale Aliberti potrebbe ancora influenzare l’attività politica attraverso la moglie Monica Paolino, attuale consigliere regionale di Forza Italia. “Se c’è un marito che riesce ad influenzare la moglie – ha commentato con ironia Sica – si faccia avanti. La Procura – ha aggiunto – non ha un solo elemento per simili affermazioni. Parliamo poi di un consigliere regionale di minoranza”.

 

Melchionda «La presidenza del consorzio offerta per amicizia, ho votato la Paolino»

Secondo quanto affernato da alcuni ex collaboratori politici di Aliberti, la candidatura della Paolino è il frutto di una scelta operata dal marito (Aliberti). L’ex sindaco di Eboli Martino Melchionda agli investigatori avrebbe precisato che tra lui ed Aliberti non vi era alcun accordo politico elettorale per quanto concerne la candidatura di Monica Paolino. Melchionda ha dichiarato di aver votato la moglie di Aliberti e di averla fatta votare da qualche amico ma che non è mai salito sul palco. Inoltre, l’ex primo cittadino agli inquirenti precisa anche che la sua nomina a presidente del consorzio Farmaceutico, offertagli da Aliberti (pur appartenendo di due a correnti politiche diverse) era per pura amicizia.

 

“Datemi la possibilità di difendermi in un processo”

“Datemi la possibilità di difendermi in un processo”. Ieri pomeriggio, Pasquale Aliberti, ha affidato al social network la sua immediata reazione dopo ver appreso la notizia della decisione del Riesame “con profondo rammarico ma anche animato dal coraggio e dalla forza della mia famiglia e dei miei figli della decisione del Tribunale del Riesame di Salerno”. L’ex consigliere regionale e sindaco di Scafati non andrà in carcere perché bisognerà attendere che si pronunci anche la Cassazione, che già aveva annullato la misura cautelare in carcere. E attraverso il social, Aliberti critica anche le motivazioni addotte dal Riesame che lo definisce “un soggetto pericoloso” poiché risulta che “Aliberti abbia aperto un profilo Facebook… attraverso tale social egli continua ad interagire con la cittadinanza di Scafati in modo da mantenere viva l’attenzione politica sulla sua figura ed a imprimere la convinzione della sua perdurante influenza nelle scelte politiche che interessano il governo della città”. “Addirittura influenzerei le scelte dei commissari. – commenta l’ex sindaco di Scafati – Pensavo di essere un uomo che avesse la possibilità di esprimere i propri convincimenti personali, le sue opinioni e le proprie critiche in un paese Italia che I padri fondatori hanno detto di essere libero e democratico nella Costituzione”. “ vero sono indagato per reati gravi – riconosce Aliberti – da oltre 2.5 anni in attesa si chiudano le indagini e di poter essere giudicato su fatti di cui non ho neppure conoscenza in un confronto che si fondi su prove e non solo denunce o presunzioni. Questo per dimostrare che non solo non ho mai avuto rapporti con la camorra ma che un popolo, formato da liberi cittadini, mi ha dato il proprio consenso in libertà”. “ e rimane il momento più difficile della mia vita. -prosegue il post di Aliberti, che ringrazia la sua famiglia e quanti gli hanno testimoniato affetto e vicinanza, ribadendo di credere ancora nella giustizia e nella sua comunità – Ai miei amici, ai miei avversari, ai miei nemici, a chi mi odia o mi ama, a chi ha brindato il mio arresto, dico continuate a criticare, a scuotere le coscienze, a marciare, ad invadere le strade del nostro paese, a pretendere i vostri diritti e a rispettare i vostri doveri, anche attraverso le vostre discussioni, a volte animate sui social a cui continuerò a partecipare, – conclude Aliberti – nonostante tutto, da libero cittadino che ama la sua terra, a meno che non vogliano costringerci a vivere nella società immaginata da Orwell nel romanzo”.

 

I Ridosso possono ancora contare su un gran numero di collaboratori

Carcere per Luigi Ridosso e domiciliari per Gennaro Ridosso, Questo il pronunciamento del Riesame per i due ridosso che attualmente sono detenuti per altri reati. Nel corso dell’udienza della scorsa settimana il Pubblico Ministero Montemurro ha presentato tutto ciò che riguarda gli altri procedimenti giudiziari mentre i difensori dal loro canto, hanno presentato delle memorie difensive in cui spiegano come gli assistiti non abbiano partecipato al patto politico mafioso con l’ex sindaco, quindi non ci sarebbero motivazioni per prevedere la custodia cautelare. Le idagini della Procura, avrebbero dimostrato che i Ridosso possono contare su un gran numero di collaboratori pronti ad assecondare le loro richieste. “Basti pensare a tutti i soggetti che si sono prestati ad intestarsi fittiziamente le ditte dei clan, ai riferimenti che Alfonso Loreto fa a personaggi come Dario Spinelli e Alfonso Morello. D’altro canto le reticenze ed i timori delle vittime durante le escussioni dimostrano come, pur essendo Gennaro Ridosso detenuto ininterrottamente dal settembre 2015 egli è in grado di incuotere timore e soggezione nel tessuto sociale di appartenenza” . Per la Suprema Corte la misura massimamente applicabile sarebbe stata quella degli arresti domiciliari, ma in caso di recidiva, allora potrebbe arrivare il carcere. econdo i giudici del Tribunale del Riesame il pericolo di recidiva non riguarda solo la reiterazione dello stesso reato ma anche il fatto che potrebbero arrivare dei reati simili e nel caso in particolare con le modalità di stampo mafioso in relazione alla posizione di Gennaro e Luigi Ridosso. due sono stati arrestati nel 2015 a poca distanza dalle elezioni di Monica Paolino e quindi c’era il clan totalmente attivo sul territorio e ne aveva fatto parte Gennaro Ridosso fino a quel momento pure non prendendo parte personalmente al patto.

 

L’attacco:«I giornalisti hanno rapporti privilegiati con la magistratura?O hanno capacità di veggenza?»

Secondo Pasquale Aliberti ci sarebbe stata una fuga di notizie sulla decisione del riesame. «Se fosse vero c’è da avere paura perché oramai i giornalisti hanno capacità di veggenza (?) o addirittura rapporti privilegiati con la magistratura?» si legge in un post da lui pubblicato sulla sua pagina social, giovedì sera. Lo stesso strumento digitale che ha concretamente contribuito a rinforzare la tesi del procura antimafia nel chiedere i suoi arresti in carcere, piuttosto che i domiciliari. Pasquale Aliberti nasce, prima che politico, come giornalista. La sua passione per la comunicazione non lo ha mai abbandonato, neanche quando, come in queste settimane, avrebbe dovuto invece agire meno di impulso e soprattutto razionalizzare i suoi post. Si è definito “libero cittadino scafatese” per motivare i suoi commenti. Libere opinioni, un diritto sancito dalla Carta Costituzionale, secondo il suo punto di vista. “Condizionamenti” secondo la sua accusa. Perché disporre di atti istituzionali riservati dimostra, secondo il pm Montemurro, la sua capacità di interagire ancora con la casa comunale, sciolta per infiltrazioni criminali. I suoi post contro l’operato della commissione straordinaria, a cui è anche seguita una denuncia per diffamazione, così come anche i post non proprio amichevoli contro Giacomo Cacchione, sarebbero un chiaro tentativo di intimidire o condizionare o influenzare l’opinione pubblica. Perché se è vero che Aliberti è un libero cittadino, è vero anche che lui è l’ex sindaco sotto inchiesta e Cacchione il suo ex ragioniere capo tra i principali testimoni nell’indagine che lo riguarda. Insomma, Pasquale Aliberti secondo la Cassazione avrebbe anche potuto godere di un regime cautelare più morbido, quali i domiciliari. Ma le sue comunicazioni digitali, i suoi post, le sue foto, hanno convinto ancora di più la Distrettuale Antimafia nella richiesta di custodia in carcere. Una strategia evidentemente rivelatasi controproducente, perché passata come un tentativo di inquinare o condizionare le prove contro di lui. (Adriano Falanga)




Il Riesame: Pasquale Aliberti e Luigi Risosso devono andare in carcere

SCAFATI. Pasquale Aliberti e Luigi Risosso devono andare in carcere, ai domiciliari Gennaro Ridosso, cugino di Luigi. Questo quanto disposto dai giudici del tribunale del Riesame di Salerno sulla richiesta d’arresto per Pasquale Aliberti, ex sindaco di Scafati, e gli esponenti del clan Ridosso, Gennaro e Luigi.
Una conferma sostanziale delle richieste del pm Vincenzo Montemurro della dda di Salerno

Pasquale Aliberti

Gennaro Ridosso

Luigi Ridosso