Sviluppo e promozione imprenditoria ceramica, oggi a Palazzo di Città

Incentivare l’imprenditoria legata alla sfavillante ceramica vietrese, per favorire sviluppo e promozione locale.

Muove da qui il convegno in programma questo pomeriggio, alle ore 18, presso l’aula consiliare di Palazzo di Città, a Vietri sul Mare.

Al tavolo, moderato per l’occasione da Stefano Grillo, interverrammo: il presidente del consiglio comunale, l’avvocato Daniele Benincasa; gli avvocati Dario Bruno e Federica Costanzo, esperti di diritto societario e tributario; l’architetto Daniela Scalese; Donato Scaglione, vicepresidente nazionale Aic; e Giuseppe Freda, responsabile agricolo Aic.

Al termine del convegno, sarà servito un piccolo rinfresco.




“La vita e la ceramica”, a Vietri sul Mare l’omaggio ad Antonio Moscariello

“Le vite e la ceramica”, omaggio ad Antonio Moscariello. Giovedì sera alle 19.00 – presso la sala consiliare di Palazzo di Città – l’amministrazione comunale guidata dal primo cittadino Giovanni De Simone, alla presenza del presidente del Consiglio comunale delegato alla ceramica Daniele Benincasa e dell’assessore al turismo, comunicazione, cultura e spettacolo, Antonello Capozzolo, consegnerà al maestro decoratore “Tonino” Moscariello un omaggio alla lunga carriera a difesa della cultura ceramista, vocazione indiscussa della città di Vietri Sul Mare porta d’ingresso della Divina Costiera. Dall’età di undici anni “Tonino” Moscariello ha coltivato il rapporto con la ceramica e la sua decorazione nel classico stile vietrese, dapprima presso la Ceramica di Raffaele Pinto, poi presso il maestro Giovannino Carrano per poi ritornare alla base, alla Ceramica Pinto. Decano dei ceramisti vietresi ancora oggi si diletta a decorare, avendo tramandato la passione ai nipoti che in città mantengono vive diverse botteghe artigiane. Tra i colleghi, anche se più giovane, di Moscariello spicca il maestro Franco Raimondi che dal maestro ha potuto carpire le particolari tecniche di decorazione che tutt’oggi rappresentano uno dei maggiori tratti distintivi della ceramica vietrese. L’appuntamento è quindi per le 19.00 al Comune per la grande festa riservata a “Tonino”.




Scuola regionale della ceramica vietresa, la presentazione a Milano

Si presenta a Milano la nuova scuola regionale della ceramica vietrese. L’appuntamento è per il 13 settembre, alle ore 18,00, a Palazzo Fontana. Vietri sul Mare incontra Milano e porta le sue ceramiche, il suo artigianato e la sua tradizione. Una mostra d’arte e uno show art experience farà da cornice alla presentazione della scuola di ceramica vietrese. All’appuntamento prenderanno parte il sindaco di Vietri sul Mare, Giovanni De Simone, il presidente del consiglio comunale delegato alla ceramica, Daniele Benincasa, il responsabile Cna nazionale artistico tradizionale, Gabriele Rotini, il presidente della Cna di Salerno, Lucio Ronca, l’assessore della Regione Campania Chiara Marciani, il direttore dell’accademia delle belle arti di Napoli, Giuseppe Gaeta e il presidente della Pro Loco di Vietri sul Mare, Cosmo Di Mauro. «Una occasione unica – spiega Daniele Benincasa – un successo, una vetrina ed una opportunità concreta per Vietri sul Mare. La tradizione ceramica, l’arte, l’artigianato ed anche l’innovazione ora fanno scuola e daranno l’opportunità di formare nuovi artisti ed artigiani. La ceramica di Vietri sul Mare sempre più travalica i confini territoriali e diventa materia di studio a tutti gli effetti. Una grossa opportunità per i giovani di Vietri sul Mare ma non solo. Un riconoscimento – prosegue il delegato alla ceramica – per la nostra storia, il nostro vanto ma anche la nostra economia. Siamo orgogliosi, abbiamo creduto e sostenuto questo progetto che diventa realtà». «A Vietri sul Mare ci sono 48 aziende che hanno difficoltà a trovare giovani qualificati e pronti a portare avanti la tradizione – ha aggiunto il sindaco Giovanni De Simone, supportato dal delegato alla ceramica, Daniele Benincasa – Con l’ avvio operativo delle attività sono certo che riusciremo a valorizzare al meglio il prodotto d’eccellenza che caratterizza la nostra regione, creeremo occasioni di  sviluppo virtuoso e nuova occupazione».




Furto in un’azienda di ceramiche in via Tiberio Felice: arrestato un marocchino

Salerno. da Comunicato satampa Questura.

Ppersonale della Polizia di Stato della Sezione Volanti della Questura, nel pomeriggio di ieri, alle ore 14,20 circa, è intervenuto in via Tiberio Felice a seguito della segnalazione pervenuta al “113” circa la presenza di alcune persone intente a trafugare del materiale edile dall’interno di un’azienda produttrice di ceramiche.

Il tempestivo intervento degli operatori di Polizia ha consentito di bloccare un cittadino straniero mentre stava ancora caricando delle piastrelle a bordo di un’autovettura Fiat Punto. I complici dell’arrestato alla vista della Polizia sono riusciti a fuggire.

Lo straniero, marocchino di anni 37, è stato pertanto arrestato per furto e sottoposto momentaneamente agli arresti domiciliari in attesa del rito direttissimo da svolgersi presso il Tribunale di Salerno.

Il materiale rinvenuto, al momento posto in sequestro, è stato affidato in giudiziale custodia al responsabile della ditta.

Anche l’autovettura in uso ai malfattori, cosi come gli attrezzi atti allo scasso, usati per forzare il cancello di ingresso della struttura, sono stati sottoposti a sequestro.

Sono in corso ulteriori indagini per l’identificazione dei complici.




Un tesoro quasi segreto di Salerno: il Museo della Ceramica di Alfonso Tafuri

Di Michele Amoruso

Il Sud, quello italiano, quello europeo, quello del mondo tutto, quello denigrato, quello invidiato, è nato in una notte di tempi antidiluviani con una malformazione genetica congenita che gli è croce ed anche delizia: è nato col fuoco dentro. Col fuoco dei suoi vulcani, col fuoco dei suoi amori passionali, delle sue storie cruente, dei suoi fuochi pirotecnici alla presenza di Santi e Sovrani, dei suoi forni da cucina e per l’arte (della quotidianità). Non desta meraviglia, quindi, il suo legame viscerale con uno dei prodotti più veri e materici del fuoco stesso: la ceramica. E, come in una continua forgia d’amore, il legame si schiude in chi il fuoco lo usa per produrre e in chi quel prodotto lo attende, quando il fuoco sarà poi placatosi per presentare la sua fatica. E tra le tante faville da forno, c’è la storia del Larghetto Cassavecchia, antica sede degli uffici di tesoreria nel ventre scricchiolante di Salerno. Qui, nel 1987, Alfonso Tafuri ha fondato una collezione privata di ceramiche negli ambienti di palazzo Mancuso, ai cui vani ha affidato l’invano compito di proteggere e conservare una vita di sacrifici, trattative, ceramiche e riggiole, memorie e fantasmi. Alfonso Tafuri, l’orafo gentiluomo, alla pugna in difesa delle cose belle, dalla violenza delle cose che non lo sono. Queste righe, va detto, non sono un memoriale biografico della sua opera, del suo impegno, della sua vita: chi scrive appartiene ad una recente e troppo poco pingue generazione che, orfana della persona, nel mare magnum delle distrazioni globali, si ferma sovente a godere i frutti delle eredità. L’esecutore testamentario, o meglio l’esecutrice, è Simona Tafuri. Nipote di Don Alfonso, figlia discendente di una scuola di pensiero che trova alcova proprio nel fiato del fratello del padre, madre chioccia di un museo chiuso. Perché per visitare quegli ambienti Simona deve venire ad aprirlo: su richiesta, negli eventi, per gli amanti, per sé stessa innanzitutto. E allora le spiegazioni tecniche si fondono, si mescono ad aneddoti, s’accantonano dando spazio ai magoni, ai ricordi, alle polveri stanche ed assonnate che lo scorrer del tempo continua a cospargere tra cuori e teche. Pochi scalini, un chiavistello rumoroso, le luci che vanno a sbattere sulle superfici riflettenti e svegliano confusamente pigmenti, disegni, ciucci, madonne. Ogni pezzo ha una sua storia, ogni crepa, ogni rottura lamentano un travaglio teatrale che si confà solo ai pezzi da museo. A cui è richiesta la capacità di convincere i visitatori di essere unici, non tanto per semplici e meri meriti da collezionismo, ma per quella sensibilità che, per obblighi lavorativi o di missione, sono portati a formare o stimolare. La collezione Tafuri è popolesca, semplice, più vicina alle persone della strada, dei vicoli, delle case abbracciate, che a quelle di una società idealizzata, dipinta, teorizzata. Si estende in una forbice temporale larga, molto densa: i frammenti più antichi buttano la storia all’indietro sino al XIV secolo, manufatti di forme aperte e chiuse, elementi vegetali e geometrici, di verdi ramina e bianchi ingialliti. E s’arriva quasi ai giorni nostri, per quanto quel fervore artistico, produttivo, nostro più non è. È la ceramica del periodo tedesco, che trovò fortuna prima a Vietri e poi fece scuola un po’ in giro nel suo periodo di vita felice e fertile. Le pareti delle riggiole s’attaccano all’occhio con più caparbietà. Stanno lì, messe vicine, tutte sullo stesso piano verticale, tutte pronte ad esser interrogate. Sono il frutto felice di una lunga opera di conservazione ed il frutto amaro di una veloce ed affannata trasformazione dell’arredo interno. La riggiola smaltata, di scuola vietrese e a volte d’ispirazione napoletana, ha lasciato il posto, il passo, ai pavimenti dozzinali e disimpegnati dei nostri tempi, scarichi di tradizione e ancor più spesso di qualità. Don Alfonso le ha raccolte, se le è fatte consegnare, le ha richieste, trovate, custodite, riesumate dagli immondezzai, dalle discariche, dai calcinacci, dai depositi. Perché non tutti i musei nascono tra le stanze imbellettate di casate e discendenze, alcune, tante, sono la misericordia accorata ed appassionata di uomini sacrificati al proprio amore, alla propria missione. Si scende qualche altro scalino, il palazzo si attorciglia su sé stesso e s’apre nel suo grembo più sotterraneo: altri pezzi, altre storie, c’è lo studiolo di Don Alfonso, la sua cantina, i suoi vini. È di sicuro la parte più intima del museo, dove la polvere è la placenta di una collezione svelata e di un luogo sacro, che forse odora ancora dei sigari di Tafuri o forse è solo suggestione, ma comunque in ambo i casi tutto contribuisce a preservarne mito, magia e poesia. Simona è fiera di tutto ciò, lo si vede da quanto passionali ed appassionate sono le sue spiegazioni, dette e ridette forse dieci, cento, mille volte e mai stanche, mai frettolose. Salerno si concede, a volte, di ritornarci in quel museo, come quando si fa visita ad una persona anziana che per affetto o sensi di colpa, siamo portati ad incontrare e sospirare nell’averla trovata ancora viva. Eppure bisogna stare attenti, bisogna evitare di portarsi sulla coscienza rimorsi pericolosi: quello dei musei è un periodaccio di crisi e soffocamento, in bilico c’è la sopravvivenza di tutti quei luoghi in cui la coscienza si lava della trivialità quotidiana, per mettersi a mollo con cuore e testa in emozioni necessarie, efficaci. Simona questo lo sa, e tra i salti mortali di una vita che va comunque e necessariamente vissuta, tra buste della spesa e bollette, difende con caparbietà dalla ruggine i lucchetti di quel museo, affinché s’aprano per tutti. E fin tanto che troverà la forza, perché per amore ed affetto la motivazione non s’adombrerà mai, noi sapremo sempre di poter far visita al museo di Alfonso Tafuri, dove in vita c’è uno dei più grandi lasciti che Salerno abbia mai ricevuto: l’amore per essa.




Irene Avallone si racconta: «Per la Regina realizzammo un’anfora alta tre metri»

A Vietri è un’istituzione Irene Anagliostu Avallone, una donna speciale che da sessant’anni lavora nel mondo della ceramica. Dalla scomparsa del marito, Pasquale Avallone, è lei che ha portato avanti, con impegno e passione, la fabbrica di Corso Umberto, fondata dal suocero Andrea Avallone, nella quale lavoravano circa trecento operai, e il negozio di Piazza Matteotti che ora cura insieme al figlio Vincenzo Avallone e al nipote Pasquale Avallone, che rappresenta la quarta generazione dei ceramisti Avallone, che nella loro fabbrica seguono ancora i metodi tradizionali di lavorazione. Sabato sera, nell’Aula Consiliare del Comune di Vietri sul Mare, ha ricevuto dal Sindaco, l’avvocato Francesco Benincasa, una targa a lei dedicata, nell’ambito del premio:”Le Vite e la Ceramica”, una iniziativa fortemente voluta dall’amministrazione comunale, in particolare dal Sindaco Benincasa e dell’Assessore alla Cultura Giovanni De Simone, realizzata con la collaborazione dello storico della ceramica, Pietro Amos, e del Maestro ceramista Franco Raimondi, che premia gli artigiani vietresi che con il loro lavoro hanno dato lustro e visibilità al Comune di Vietri. Tanti i personaggi illustri che hanno comprato le ceramiche Avallone. Anche la Casa Reale dei Savoia, si serviva della fabbrica Avallone per arredare i sontuosi saloni del palazzo di Roma. «Una volta la Regina portò un’anfora di tre metri, che si era rotta, realizzata da mio suocero, che la riparò sotterrandola per tre mesi sotto la terra del giardino della fabbrica. Nel negozio abbiamo la foto di Maria Pia di Savoia. Ultimamente anche il critico d’arte Sgarbi ha comprato un bellissimo vaso», ha raccontato orgogliosa la signora Irene che è di origine greca: «Dopo la guerra mondiale, nel 1945, mi innamorai del mio futuro marito che conobbi in un modo particolare:sulla mia isola, ci scontrammo con le biciclette. Mi ruppe tutte le ginocchia. Lì scoccò l’amore. Dopo lo seguii a Vietri dove, compiuti 18 anni, lo sposai». A Vietri la signora Irene, guidata dal marito, cominciò a lavorare: «Realizzavo delle bellissime collane e bracciali in ceramica verde e blu che venivano utilizzate durante le sfilate a Roma. Nella fabbrica facevamo vasi, piatti, tazze e anche dei pavimenti 19×19». Nella fabbrica di Avallone sono passati anche importanti artisti come: Guido Gambone, Irene Kovalski, che hanno fatto la storia della ceramica. «A casa ho un piatto in ceramica realizzato da Gambone all’età di 18 anni», ha raccontato la signora Irene che ha anche ricordato che nella fabbrica Avallone è nato il famoso asinello di ceramica diventato il simbolo della ceramica vietrese. Il Sindaco Francesco Benincasa ha ricordato che il premio, nato già da quando era Assessore alla Cultura, vuole dare il giusto risalto a chi ha speso una vita per il lavoro e in particolare per le attività artigianali: «La signora Avallone con i suoi sacrifici di una vita dedicata alla ceramica è il simbolo della ceramica vietrese. Ha saputo dare il giusto risalto al ruolo che ha svolto a Vietri la famiglia Avallone nell’ambito della ceramica. Ha svolto un ruolo di servizio per il nostro territorio. Ha divulgato in tutto il mondo la tradizione ceramica vietrese». L’Assessore alla Cultura Giovanni De Simone ha ricordato che in occasione della “Festa della Donna” è stata premiata una donna di Vietri: «E’ il simbolo delle donne vietresi che lavorano. Il suo sorriso è diventato il biglietto da visita di Vietri sul Mare». L’Assessore alle Pari Opportunità, Antonietta Raimondi, ha sottolineato come la signora Irene Avallone abbia saputo aggregare due culture: la greca e l’italiana: «E’ stato l’anello che ha consentito di far andare avanti la tradizione della famiglia Avallone. Ha avuto un grande amore per la nostra terra. E’ la “nonnina” di Vietri». Lo storico della ceramica Pietro Amos ha ricordato che la ceramica Avallone è la più antica di Vietri: «La signora Avallone ha lasciato inalterati gli antichi pannelli in ceramica realizzati da Gambone che fanno da insegna al suo negozio». Il maestro ceramista Franco Raimondi, ha ricordato di aver cominciato a lavorare proprio nella fabbrica Avallone: «Ho deciso di fare il ceramista nel momento in cui Pasquale Avallone mi mostrò le sue creazioni, i suoi capolavori. Lì è nato il mio amore per la ceramica». Alla premiazione erano presenti i figli Vincenzo e Pasqualina Avallone; i nipoti Irene, Pasquale e Andrea Nazareno Avallone e Davide, Nicola, Caterina e Dorella Bisogno, oltre alla nuora Rosaria Cosenza, a tanti amici e ai ceramisti Raffaele e Benvenuto Apicella e Franco Cassetta.

Aniello Palumbo