Polichetti a Poggioreale per il patto con il boss Zullo

di Pina Ferro

Notte in carcere per il vice sindaco di Cava De Tirreni, Enrico Polichetti. Ieri mattina gli uomini della Direzione investigativa antimafia hanno eseguito il provvedimento di custodia cautelate in carcere emesso da Tribunale del Riesame di Salerno. Il provvedimento è stato eseguito dopo che la Cassazione ha rigettato il ricorso, presentato dallo stesso indagato attraverso l’avvocato Marco Salerno, contro la detenzione in carcere di Enrico Polichetti. Espletate le formalità di rito l’ex amministratore è stato trasferito nel carcere di Poggioreale. La misura cautelare era stata disposta nello scorso mese di novembre dal Tribunale del Riesame di Salerno. I giudici non avevano ritenuto sussistenti le prove fornite da Polichetti – che si era dimesso dal suo incarico a settembre 2018 – considerando necessaria l’applicazione della misura cautelare in carcere. Enrico Polichetti è accusato di aver ottenuto, grazie al sostegno di esponenti apicali del locale clan Zullo, un rilevamnte successo elettorale, risultando il primo eletto, alle consultazioni amministrative del 2015 per il rinnovo del consiglio comunale di Cava de Tirreni. Le indagini hanno dimostrato, inoltre, la presenza dei legami che Polichetti ha mantenuto nonostate le formali dimissioni da tutte le cariche pubbliche, con persone direttamente collegate al gruppo camorristico e con esponenti politico – amministrativi e dipendenti dell’Ente locale. Al termine delle attività investigative, nell’ottobre del 2019, il tribunale del Riesame, accogliendo l’appello del pubblico Ministero della Dda Vincenzo Senatore, aveva emesso l’ordinanza cautelare divenuta esecutiva nella giornata di ieri a seguito del pronunciamento degli ermellini. Enrico Polichetti è accusato di scambio politico elettorale mafioso. «All’inizio la proposta del sodalizio di Zullo per l’allestimento della festa della pizza era stata rigettata; fu il vicesindaco Enrico Polichetti ad aiutarli, spiegando come dovevano fare per ottenere l’appalto attraverso la costituzione di una nuova società». Ad affermarlo in aula, nel novembre del 2018, era stato il collaboratore di giustizia Giovanni Sorrentino, nell’ambito del procedimento penale per un giro di usura ed estorsioni a carico di Dante Zullo, il figlio Vincenzo, la sorella Lucia e Vincenzo Porpora. Nel ricostruire i legami, il collaboratore di giustizia spiegò che il filo che univa gli Zullo e l’esponente della giunta comunale, era Porpora il quale aveva lasciato l’esecutivo dopo la diffusione delle indiscrezioni su un’indagine della Direzione distrettuale antimafia. In quella stessa udienza Sorrentino parlò anche degli incontri tra Polichetti e Dante Zullo e del supporto che gli interessi del sodalizio avrebbero trovato in qualche funzionario comunale. L’intera vicenda ruotava intorno alla Festa della pizza, e ai controlli della polizia municipale che, secondo il collaboratore di giustizia, sarebbero stati messi a tacere. «I vigili rilevarono una serie di irregolarità, relative alla quantità di spazio occupato e ad alcune autorizzazioni, poi però Porpora andò da quel funzionario e lui mise le carte a posto». Affermò Sorrentino il quale sottolineò anche che “le carte non erano a posto per niente”. Addirittura, agli organizzatori sarebbe stato permesso di pagare una tassa di occupazione del suolo pubblico calcolata all’incirca sulla metà dell’area realmente utilizzata, e le facilitazioni avrebbero riguardato anche altre attività.

Stamane in Aula per l’accusa Servalli e Galdi

Clan Zullo e l’aiuto fornito all’ex vicesindaco di Cava de’- Tirreni Enrico Polichetti: questa mattina nell’ambito del processo in corso presso il tribunale di Nocera Inferiore, saliranno sul banco dei testimoni, chiamati dal pubblico ministero Vincenzo Senatore, titolare dell’inchiesta, il sindaco di Cava de’Tirreni Vincenzo Servalli, l’ex primo cittadino Marco Galdi, il dipendente comunale Antonino Attanasio, il vigile urbano Ferrara, il funzionario comunale Angelo Trapanese ed il militare che ha effettuato l’attività investigativa Fermentino. Secondo l’impianto accusatorio del pubblico ministero Vincenzo Senatore, l’ex vice sindaco avrebbe ottenuto l’appoggio di Dante Zullo in occasione delle elezioni comunali, in cambio dell’affidamento ad una cooperativa di ex detenuti di tutti i lavori necessari per il Municipio. Si ipotizza anche, che nel 2016 in occasione della Festa della pizza,avrebbe favorito una società degli Zullo con la complicità del funzionario Angelo Trapanese (responsabile del servizio Tributi). La manifestazione fu gestita dall’associazione “Promo Cava”, riferibile a uomini del sodalizio, e secondo le indagini, l’autorizzazione fu data nonostante carenze istruttorie e violazioni regolamentari che assessore e funzionario avrebbero taciuto al sindaco Servalli. Gli illeciti sarebbero continuati nel corso dell’evento, applicando sull’occupazione di suolo pubblico una tariffa agevolata e chiudendo un occhio sulle sanzioni per un’estensione più che doppia rispetto a quella autorizzata.

Infiltrazione camorristica al Comune Ora si rischia il commissario

All’ultima curva, dopo aver subito una serie di sentenze contrarie, la Procura ottiene il via libera della Cassazione per l’arresto di Polichetti. Procura convinta che quel gruppo criminale che s’imponeva con il pizzo e l’usura sia un vero e proprio clan, come confermano le dichiarazioni del “pentito” Giovanni Sorrentino. C’è un particolare, che pure emerse nel corso della prima conferenza stampa, che è passato sotto silenzio. Se riconosciuta l’infiltrazione camorristica all’interno del Comune di Cava si rischia il commissariamento, come successo a Scafati. Un’ipotesi che la pubblica accusa ha sempre maneggiato con cautela ma è forte della convinzione che ci sarebbe dell’altro tra i rapporti politica e malavita. Per questo il Pm Senatore si attende molto anche dall’interrogatorio di Polichetti, la cui posizione si è aggravata con il carcere. Se verranno provati ulteriori episodi di collusione tra camorra e palazzo di Città la bomba è pronta ad esplodere a pochi mesi dalle elezioni.




De Luca, guerra a Salvini “Così ho salvato l’ospedale”

di Adriano Rescigno

In tempi non sospetti lo avevamo scritto e si è avverato. La campagna elettorale di Vincenzo De Luca, e contestualmente del sindaco Vincenzo Servalli, parte proprio dai fondi Pics. Oltre undici milioni che fungono da trampolino di lancio per le due campagne elettorali, regionale per il Vincenzo governatore ed amministrativa per il Vincenzo sindaco, che quasi 5 anni fa si ultimarono a braccetto, come sottolinato anche ieri mattina nel suo intervento dal primo cittadino metelliano. E sembra proprio che la musica non cambia, nella primavera 2020 i due omonimi saranno fianco a fianco nell’agone elettorale, uno a sostegno dell’altro, anche se a volte il rapporto è parso inclinato ma sempre ricucito. De Luca che aspira di nuovo allo scranno di governatore della Campania, sicuramente sarà impegnato in un nuovo maxi comizio in piazza Duomo come nel 2015, ed il Vincenzo che mira ad indossare la fascia tricolore per altri 5 anni non farà mancare il suo sostegno, chissà, proprio con un candidato, o meglio candidata alla regionali dalla sua maggioranza consiliare. Insomma le forze si ricuciono ed ieri mattina è stato possibile ammirare anche un’operazione amarcord in pieno stile, parlando di quanto fatto in sinergia, di come è stato salvato l’ospedale e con due stoccate, una a Salvini ed una al Movimento 5 Stelle, ad opera del governatore. “Farete un buon Natale – dice De Luca a Servalli – ma da questo momento è guerra, ditelo a Salvini”, riagganciandosi anche ad un discorso sugli enti locali e sul radicamento dell’operato della sua giunta regionale; e poi spara sui 5Stelle: “Queste azioni – riferendosi il governatore alla firma dei fondi Pics – sono il cambiamento concreto, reale, non quello millantato”. Insomma, una apertura di campagna elettorale in piena regola, anche se nel salone d’onore di Palazzo di Città e non in piazza, che fa presagire battaglia su ogni fronte con un’unica certezza al momento: i due Vincenzo, anche se uno più socialista per confessione, saranno ancora insieme in nome della deluchiana causa. Non si attende altro che il profilo del candidato cavese.




Dopo l’appoggio a Servalli i socialisti tirano le somme

di Erika Noschese

“Nessun retroscena, abbiamo solo voluto ribadire ciò che è palese”. Dopo la nota diffusa nei giorni scorsi dal Psi di Cava de’Tirreni l’assessore Antonella Garofalo e il consigliere Enrico Farano hanno messo le cose in chiaro, spiegando che ad oggi nulla è cambiato. Assessore, nei giorni scorsi avete ribadito il sostegno al sindaco Servalli, cosa è accaduto? “Nessun retroscena, come in un rapporto matrimoniale già consolidato è necessario ribadire un rapporto di fiducia che c’è e continuerà ad esserci. Molti hanno letto dei retroscena che non ci sono”. Per l’assessore alle Politiche Sociali di Cava de’Tirreni, dunque, si tratta solo di coerenza. “Io sono ancora assessore in maggioranza, c’è un consigliere di maggioranza, condividiamo quelle che sono le linee guida anche per la prossima legislatura e confermiamo il nostro appoggio”, ha spiegato poi la Garofalo. Sulla stessa lunghezza d’onda anche il consigliere socialista Farano che elimina ogni dubbio a riguardo. “È palese il nostro sostegno a Servalli, siamo in maggioranza ma, con l’avvicinarsi delle elezioni, si tirano le somme e noi abbiamo maturato l’idea di stare ancora con Servalli, a meno che prima delle elezioni non succeda l’impossibile”. Il psi dunque ha solo voluto confermare il suo impegno nei confronti dell’attuale primo cittadino della città metelliana. “Abbiamo voluto approfittarne per annunciare quelle che saranno le nostre linee programmatiche per il futuro”, ha poi spiegato Farano secondo cui il psi si appresta ad affrontare tematiche importanti quali ambiente, sicurezza, lavoro e politiche sociali. Per entrambi gli esponenti del Partito Socialista italiano della locale sezione nulla da rimproverare a Servalli, fermo restando che tante sono ancora le cose da portare a termine prima della fine della legislatura: “si devono chiudere quelle che sono le opere più importanti, bisogna completare il discorso di San Giovanni, dare uno sguardo in più all’ospedale e completare la mobilità anche rispetto alla nuova apertura del sottovia veicolare”, ha poi spiegato il consigliere Socialista. E in vista dei prossimi appuntamenti elettorali i socialisti sembrano decisi a rinnovare la fiducia a Servalli. Dunque, nessun colpo di scena per Servalli che vede la sua squadra compatta, anche per i prossimi appuntamenti elettorali.




Inchiesta Tsunami, per Carleo la prescrizione «E’ stata ingiusta»

di Adriano Rescigno

Una prescrizione che non rende giustizia all’ex assessore ai lavori pubblici Alfonso Carleo, che nel novembre 2012 venne arrestato, travolto dall’inchiesta Tsunami, in quanto secondo la direzione distrettuale antimafia di Salerno si era reso protagonista di favoritismi in termini di applati assegnati verso la ditta, la “Cooperativa Libera” che in campagna elettorale gli aveva affisso i manifesti. «Voglio specificare che per me la politica è morta. E’ un discorso finito, finito male ma finito, quindi l’incontro non è propedeutico ad un qualsiasi discorso politico o ricandidatura», inizia così l’ex assessore. «Sono stato per 7 anni in religioso silenzio, ora, alla fine di questo percorso giudiziario mi ritrovo con una sentenza di prescrizione pur avendo chiesto una archiviazione in quanto credo che non vi siano presupposti per nessun capo di imputazione che mi sono stati contestati. C’è da chiarire un’unica verità – tuona – questa indagine su di me parte da un lavoro fatto fare senza una preventiva gara di appalto . Niente di più falso. Esistono gli atti che provano una gara d’appalto fatta 5 mesi prima dello svolgimento dei lavori e quei lavori erano lavori di somma urgenza – un muro pericolante di 3 mentri d’altezza rischiava di collassare su strada pubblica – e quindi si poteva fare direttamente un appalto diretto. Io, invece, decisi di far bandire l’appalto tra le 5 ditte di fiducia del Comune – continua – e la ditta che lo vinse, già prima che io diventassi assessore ai lavori pubblici, realizzò dei lavori proprio a Palazzo di Città. I lavori quindi sono iniziati nel periodo di perfezionamento della gara d’appalto e la gara non è stata perfezionata, si, probabilmente perché davo troppo lavoro agli uffici. Ho fatto realizzare lavori in via Romano, Cuomo, a Santa Lucia, i ponti della ferrovia demoliti per favorire il trincerone. Tutto si basa su concetti sbagliati. La gara d’appalto c’era, ho trascorso 10 giorni ai domiciliari, ho subito 7 anni, e forse grazie anche alla Procura che ha mischiato inchieste e non ho capito perché, mi sono trovato sui giornali con personaggi che con me hanno ben poco a che fare. Voglio chiudere questo argomento. Io non ho fatto assolutamente nulla, e valuteremo richieste di danni». Sulla gara perfezionata, nello specifico è poi intervenuto l’avvocato Alfredo Messina: «Abbiamo poi dimostrato che la gara era stata espletata regolarmente, mancava solo il contratto finale, ma l’appalto si intende affidato quando finisce la gara. Il contratto ha solo natura dichiarativa. Cosa è successo dopo con le carte? Non è un problema “nostro”, ma degli uffici che dovevano intervenire».

Annunziata: «Non rispettati i tempi di un processo giusto»

Nel mirino dell’avvocato Annunziata di Salerno, altro difensore di Carleo, i tempi di un processo giusto. «In questo processo l’avviso di conclusione indagini preliminari è arrivato a settembre 2018 – quando il tempo di conclusione indagini è 2 anni – l’arresto è avvenuto a novembre 2012, quindi se si arriva ad un arresto c’è stata già una istruzione. Un processo giusto – incalza Annunziata – si sarebbe dovuto svolgere nel 2014 non indagini concluse dopo 6 anni. Per anni non succede nulla, la Dda si è concentrata su altri arresti e l’udienza preliminare è a maggio 2019 dove non risulta nemmeno fatta la notifica ad uno dei difensori, a me». «Bisogna comprendere – continua – che i tempi lunghi sono dovuti anche ad una cattiva gestione delle indagini o delle cancellerie. Arriviamo alla nostra prescrizione: per il nostro caso non c’è un’udienza di primo grado, una versione investigativa del pubblico ministero, trasfusa in attività dibattimentale. Noi ci troviamo ad una udienza preliminare, dove il giudice ha emesso una sentenza di non luogo a procedere per intervenuta prescrizione. Il giudice avrebbe potuto prosciogliere nel merito senza prescrizione. Avremmo potuto rinunciare alla prescrizione andando incontro ad un altro processo lungo 10 anni, a favore di cosa? Il problema sono le procure. Processi entro 2 anni usando poco gli strumenti coercitivi perché condizionano la vita amministrativa dei Comuni», conclude.

Alfredo Messina: «Il Pm che diceva ai giornali di aver eliminato la camorra da Cava non ha avuto il coraggio di archiviare la posizione di Alfonso Carleo pur sapendolo innocente»

Accanto all’ex assessore Carleo c’era anche l’avvocato Alfredo Messina. Proprio Messina dunque è stato il puù duro verso la procura salernitana. «Ci troviamo in una prescrizione predibattimentale, il che vuol dire che i fatti contestati non sono assolutamente reati. Noi già durante l’interrogatorio di garanzia davanti al gip, dimostrammo che i fatti contestati erano campati in aria». «Il Pm, quando si è reso conto di aver preso una cantonata enorme non ha avuto più interesse a fare indagini tant’è che agli atti indagine dal 2012 al 2018 non è stato aggiunto nulla. Nel 2018, tenendo conto che il pm che rinvia a giudizio un indagato per un reato che prescrive risponde disciplinarmente, e forse è il nostro caso, per non diventare responsabile chiedendo il rinvio a giudizio di chi sapeva innocente, ha dato la “sfogliatella” al gup, il quale, senza carte, senza fatti, ha prescritto».« Il pubblico ministero – conclude Alfredo Messina, già sindaco di Cava de’ Tirreni – che non aveva il coraggio di archiviare, visto che riferiva ai giornali che aveva fatto pulizia della camorra a Cava, ha aspettato sei anni per poi passare le carte al giudice per l’udienza preliminare»




Il procuratore generale chiede la conferma delle pene per lady Cocaina e company

di Pina Ferro

Nessuno sconto di pena per lady cocaina e per tutti gli altri imputati che in primo grado avevano scelto di essere giudicati con il rito dell’abbreviato. E’ quanto chiesto dal procuratore generale della Corte di Appello di Salerno al termine della requisitoria. Il processo è quello inerente al blitz che sgominò un giro di droga a Cava de’Tirreni. In primo grado furono comminati venti anni di reclusione a Lucia Zullo, meglio conosciuta come lady cocaina. Stessa pena fu inflitta al nipote Vincenzo Zullo, autore della scissione nel clan per scalzare la zia nella gestione del giro di spaccio che aveva base nella frazione di Santa Lucia. In primo grado furono anche condannati con l’abbreviato sempre Mario Avagliano (8 anni), Giovanni Ragosta (7 anni e 4 mesi), Carmine Medolla (7 anni), Angelo Della Valle (6 anni e 8 mesi), Alfredo Lambiase (4 anni e 4 mesi), Daniele Medolla (4 anni e 4 mesi), Roberto Benincasa (3 anni), Lucia Trezza (2 anni e 8 mesi) e Carmela Baldi (1 anno). I fiumi di droga arrivavano dall’hinterland napoletano. Gli arresti scaturirono al termine di un’articolata attività investigativa coordinata dalla Dda e avviata nel novembre 2015. La Procura disegnò collegamenti e rapporti che il gruppo aveva, tra il ’99 ed il 2000, con altri gruppi o “privati” spacciatori o assuntori di droga. Nella sua abitazione a Cava de’ Tirreni, Lucia Zullo aveva realizzato il quartier generale dell’organizzazione. Da lì dirigeva tutte le operazioni per smerciare la droga ai diversi acquirenti, numerosi in tutta la provincia di Salerno. Cocaina purissima, importata da Caracas




La disperazione di mamma Mimma: «Questa giustizia non mi tutela»

di Erika Noschese

“Lo scempio della giustizia italiana, una giustizia che non arriva, una legge che se non osservata tutela chi non lo fa, una legge che ti condanna se scegli di rispettarla”. Inizia così la lettera che mamma Mimma – la giovane donna di Cava de’ Tirreni costretta a star lontana da sua figlia a causa di provvedimenti non rispettati – ha scritto per denunciare quanto sta vivendo ormai da 5 anni. Mimma, infatti, come scritto ieri su queste colonne, ha scelto di lasciare il marito, militare in servizio a Cava de’ Tirreni. Da quel giorno è iniziato il suo calvario: l’uomo ha deciso di tenerla lontano da sua figlia Giulia, di 8 anni: può vederla, ma non sempre perché il più delle volte l’uomo le riferisce che la piccola sta male e non può uscire. “Una mamma deve soffrire solo perché ha lasciato il coniuge, arrogante; una figlia disperata che deve assecondare le paranoie del padre. Basta, basta. Questa non è giustizia, questa non è la legge – ha scritto ancora Mimma – Tutto questo deve finire, sono stanca di lottare contro un muro che non ascolta, che non legge, che non scrive. Sono stanca di avere a che fare con persone che non svolgono correttamente il proprio lavoro; sono stanca anche solo di pensare a quale altro procedimento civile o penale ci sarà domani”. Parole, queste, pronunciate da una donna disperata, stanca di lottare ancora contro i tribunali, contro giudici che emanano sentenze che non vengono poi rispettate. “Sono una mamma che vuole vivere sua figlia, sono una mamma che la mattina si sveglia con le lacrime agli occhi, sono una mamma che ogni secondo si chiede cosa fa Giulia chissà come sta”. Mamma Mimma lancia un appello ai giudici, a chi può fare qualcosa di concreto per aiutarla: “solo voi potete aiutarmi a far aprire gli occhi a chi governa la vita delle persone, a far vedere loro quelle stesse lacrime che ho ora mentre scrivo, a chi decide a che ora e in quale giorno posso vederla. Giudici della mia vita e di quella di Giulia svegliatevi guardate cosa ci state facendo”, ha scritto ancora la donna, ormai esausta da questa battaglia giudiziaria che sembra non avere fine, Intanto, Mimma attende, dopo la sentenza definitiva ha scelto di ricorrere in appello perché il giudice del tribunale di Nocera aveva dapprima disposto l’affidamento congiunto con la piccola che doveva vivere a casa di sua madre per poi ribaltare la sentenza. Ma il giudice aveva disposto degli orari e dei giorni di visita che non sono stati rispettati. Proprio nella serata di lunedì infatti, l’ex marito le ha scritto un messaggio dicendo che la bambina non poteva uscire perché si sentiva poco bene; situazione, questa, che va avanti da anni ma Mimma chiede ora di mettere un punto definitivo a tutto questo e di riprendersi sua figlia. L’ex marito, attualmente, è di nuovo in missione e la piccola vive con i nonni paterni nonostante un Ctu (ovvero una consulenza tecnica disposta dal tribunale) precedentemente richiesto dal giudice aveva stabilito che la casa dei nonni paterni non era idonea per la piccola, di soli 8 anni. Intanto, la guerra tra marito e moglie procede a suon di querele: numerose sono infatti le denunce per entrambi i coniugi.




Mamma separata costretta a stare lontana da sua figlia

di Erika Noschese

Una madre disperata perchè costretta a stare lontano da sua figlia a causa di un padre che tenta in tutti i modi di farle la guerra. Si può riassumere così la storia che vede protagonista Mimma, una giovane donna di Cava de’ Tirreni che – 5 anni fa – ha scelto di separarsi dal marito, noto militare. Da allora è iniziato il suo calvario, anche e soprattutto giudiziario: l’uomo userebbe la figlia per “vendicarsi” della moglie (perchè, per ora non sono ancora divorziati ma solo separati). Tutto nasce dunque da un’ordinanza separazione che si conclude con l’affidamento condiviso della figlia che doveva però vivere a casa della madre con il padre che aveva la possibilità di vederla quando e come voleva. Durante una serata con il papà però la piccola non ha fatto ritorno a casa: secondo il padre, infatti, non voleva ritornare dalla madre, pare perchè fatica ad accettare il compagno della donna. Così, inizia un’intricata vicenda giudiziaria che non sembra avere fine: i giudici del tribunale di Nocera dispongono un Ctu e la piccola viene affidata al padre in quanto, secondo il giudice, la piccola faticava ad accettare la nuova figura maschile. Una nuova sentenza conferma l’affido condiviso ma la bambina – che ora ha 8 anni – doveva vivere col padre, a casa dei nonni. Ed è proprio con la nuova sentenza che a Mimma viene negata la possibilità di vedere la figlia: sempre più spesso infatti il militare racconta che la bambina sta male e non può uscire e solo in rari casi presenta un certificato medico. Come se non bastasse l’uomo parte per una missione in Kosovo, della durata di 6 mesi, senza che nessuno sapesse nulla men che meno la sua ex moglie, nonostante un Ctu parla di un luogo – ovvero l’abitazione dei nonni – non idoneo alla piccola. Dinanzi al giudice del tribunale l’uomo si difende spiegando che aveva la possibilità di tornare a casa ogni 15 giorni, ragion per cui aveva la possibilità di passare del tempo con la figlia. A quel punto Mimma, attraverso il suo avvocato, avanza la richiesta di un cambio di collocazione ma il giudice, senza alcuna attività istruttoria, rigetta la richiesta ma ammonisce il militare – insofferente al rispetto delle “regole” imposte dal tribunale – con una sanzione amministrativa di circa 400 euro. Ed è qui che si verifica infatti il paradosso giuridico: un soggetto ammonito che continua con azioni illecite diventa genitore collocatario prevalente mentre la madre è costretta a vedere sua figlia solo in poche occasioni. Intanto, la guerra tra genitori continua su tutti i livelli, con numerose denunce che si susseguono ormai da diverso tempo, in attesa di quella che dovrebbe essere una sentenza definitiva che, ad oggi, tarda ad arrivare.




Cinquantacinquenne muore per le ustioni ma la dinamica dell’incidente non è chiara

di Adriano Rescigno

Questa mattina nella parrocchia della località San Giuseppe al Pozzo si svolgeranno i funerali di Carmine Senatore, cinquantacinque anni, imbianchino, morto ieri mattina nel reparto grandi ustionati dell’ospedale Cardarelli di Napoli a causa della gravità delle ustioni riportate sul corpo durante l’incendio del suo capanno. Tre le versioni che trapelano dal commissariato cittadino di polizia guidato da Immacolata Acconcia. Nella serata di lunedì – la prima versione – l’uomo cerca il suicidio ma la situazione gli sfugge di mano con conseguente incendio del suo capanno nel pressi del cavalcavia della zona industriale a via Gaudio Maiori. L’uomo avrebbe potutoanche dal fuoco – seconda versione – al capanno per motivi assicurativi. Si è trattato – ultima versione – di un incidente nel quale l’uomo si è trovato coinvolto e per il quale ha perso la vita. Per gli inquirenti però un elemento sfugge, ovvero la ritrosia dell’uomo nel farsi soccorrere. Stanto alle testimonianze dei sanitari della Croce Bianca, per primi accorsi sul posto, l’uomo non voleva farsi portar via dalle fiamme, ma solo l’intervento con la forza da parte dei vigili del fuoco lo ha salvato da una morte istantanea. «Perchè l’uomo non voleva farsi soccorrere?», l’interrogativo della polizia che indaga, interrogativo che avvalorerebbe la tesi del tentata suicidio. Dopo l’intervento dei caschi rossi dunque, l’uomo è stato trasportato al Santa Maria dell’Olmo, ma avendo riportato sul corpo ustioni gravi dal primo al terzo grado è stato trasferito nel reparto grandi ustionati del nosocomio napoletano Cardarelli dove ha trovato la morte nelle prime ore del mattino di ieri. Questa mattina quindi si svolgeranno i funerali dell’imbianchino a poche centinaia di metri dal capanno maledetto, nella parrocchia di San Giuseppe al Pozzo, al confine con Nocera Superiore mentre continuano le indagini del commissariato per stabilire le reali cause che si celano dietro all’incendio sviluppatosi nel capanno a ridosso di un fabbricato industriale.




Arrestato l’anziano pistolero, intervenuto a difesa del figlio medico

di Adriano Rescigno

Ha sparato in difesa del figlio. Questo è quanto trapela dalla tenenza dei carabinieri di Cava de’ Tirreni dopo che nel pomeriggio di lunedì dinanzi al pronto soccorso dell’ospedale cittadino si è assistito a scene di far west. L’arrestato dunque è Antonio Lambiase, settantenne, padre del medico Carlo Lambiase, aggredito a causa di un diverbio nato per un diniego verso due infermieri, padre e figlio, rispettivamente, Saturnino Stellato e Pietro Stellato, 60 e 35 anni, infermieri al San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona di Salerno, ed al 118, che volevano accelerare la visita del nonno ottantenne, ma al «No» del medico si è scatenato l’inferno. Stando al punto delle indagini portate avanti dalla tenenza dei carabinieri di Cava de’ Tirreni, comandata dal tenente Vincenzo Pessolano e coordinate dalla Procura della Repubblica di Nocera Inferiore, Carlo Lambiase, medico chirurgo, avrebbe chiamato il padre Antonio, residente alla frazione Annunziata, che accorso pistola in mano ha gambizzato Saturnino Stellato scappando successivamente verso casa ma nella fuga, rincorso da Pietro Stellato, è stato ferito al tallone da un colpo esploso accidentalmente. Estratto il proiettile, Antonio Lambiase, professore di educazione fisica, geometra, imprenditore e con una passione per le cicas, è stato interrogato nei locali della tenenza di via Atenolfi, e successivamente trasportato al Ruggi d’Aragona in stato di arresto, presso il reparto dedicato ai detenuti con l’accusa di: porto abusivo d’arma da fuoco e lesioni dolose aggravate. Pietro Stellato, figlio di Saturnino è stato denunciato a piede libero. Proseguono le indagini per stabilire l’esatta dinamica ma tutto lascia pensare che il figlio medico avrebbe allertato il padre dopo la prima discussione al pronto soccorso con i due infermieri e che quest’ultimo avrebbe sparato in difesa del figlio coinvolto per due volte in accese discussioni prima all’interno del Santa Maria dell’Olmo e poi di seguito all’esterno nei pressi del parcheggio delle autoambulanze.




Aliotti, capostaff di Enzo Servalli: «Lascio il Pd, passo con Renzi» Gina Fusco guarda e ci pensa

di Andrea Pellegrino

Da Cava de’ Tirreni arriva la prima adesione ufficiale al partito di Matteo Renzi. Giuseppe Aliotti, capostaff del sindaco Vincenzo Servalli e militante del Partito democratico, approda alla corte dell’ex rottamatore. «Al Partito Democratico mi legano gli anni più belli della mia esperienza politica. Ho fatto parte, con dedizione e passione, di una comunità di donne e uomini liberi che hanno contribuito e di sicuro contribuiranno a rendere questo Paese un posto più accogliente e più vivibile; un posto dove i diritti possano viaggiare di pari passo ai doveri di ogni cittadino. Ho avuto l’onore di rappresentare in prima persona il Circolo della mia città, Cava de’Tirreni , un’esperienza che porterò sempre con me», spiega Aliotti. «Oggi il mio cuore mi dice di prendere un’altra strada. Seguirò Matteo Renzi nel suo progetto di innovazione di questo Paese. Una sfida difficile e stimolante. Una nuova avventura che affronto con grande entusiasmo». Ad Angri segue con interesse il progetto Renzi, Gina Fusco, già assessore comunale. Ieri era la sua prima Leopolda. Nessuna adesione al momento: «Ho partecipato a tantissime convention di partito in questi anni, ma non mi sarei mai immaginata di vedere persone di tutte le età in fila per ore pur di assistere ai lavori – spiega Fusco – Non so se ho ritrovato le ragioni per riprendere più attivamente il mio impegno e non so se le troverò in Italia Viva, quel che è certo è che qui si respira aria di futuro. Trovo che il Pd difetti di un progetto sufficientemente interessante ripiegando sull’alleanza con in m5s come unico elemento strategico e questo non mi convince»