Inchiesta Tsunami, per Carleo la prescrizione «E’ stata ingiusta»

di Adriano Rescigno

Una prescrizione che non rende giustizia all’ex assessore ai lavori pubblici Alfonso Carleo, che nel novembre 2012 venne arrestato, travolto dall’inchiesta Tsunami, in quanto secondo la direzione distrettuale antimafia di Salerno si era reso protagonista di favoritismi in termini di applati assegnati verso la ditta, la “Cooperativa Libera” che in campagna elettorale gli aveva affisso i manifesti. «Voglio specificare che per me la politica è morta. E’ un discorso finito, finito male ma finito, quindi l’incontro non è propedeutico ad un qualsiasi discorso politico o ricandidatura», inizia così l’ex assessore. «Sono stato per 7 anni in religioso silenzio, ora, alla fine di questo percorso giudiziario mi ritrovo con una sentenza di prescrizione pur avendo chiesto una archiviazione in quanto credo che non vi siano presupposti per nessun capo di imputazione che mi sono stati contestati. C’è da chiarire un’unica verità – tuona – questa indagine su di me parte da un lavoro fatto fare senza una preventiva gara di appalto . Niente di più falso. Esistono gli atti che provano una gara d’appalto fatta 5 mesi prima dello svolgimento dei lavori e quei lavori erano lavori di somma urgenza – un muro pericolante di 3 mentri d’altezza rischiava di collassare su strada pubblica – e quindi si poteva fare direttamente un appalto diretto. Io, invece, decisi di far bandire l’appalto tra le 5 ditte di fiducia del Comune – continua – e la ditta che lo vinse, già prima che io diventassi assessore ai lavori pubblici, realizzò dei lavori proprio a Palazzo di Città. I lavori quindi sono iniziati nel periodo di perfezionamento della gara d’appalto e la gara non è stata perfezionata, si, probabilmente perché davo troppo lavoro agli uffici. Ho fatto realizzare lavori in via Romano, Cuomo, a Santa Lucia, i ponti della ferrovia demoliti per favorire il trincerone. Tutto si basa su concetti sbagliati. La gara d’appalto c’era, ho trascorso 10 giorni ai domiciliari, ho subito 7 anni, e forse grazie anche alla Procura che ha mischiato inchieste e non ho capito perché, mi sono trovato sui giornali con personaggi che con me hanno ben poco a che fare. Voglio chiudere questo argomento. Io non ho fatto assolutamente nulla, e valuteremo richieste di danni». Sulla gara perfezionata, nello specifico è poi intervenuto l’avvocato Alfredo Messina: «Abbiamo poi dimostrato che la gara era stata espletata regolarmente, mancava solo il contratto finale, ma l’appalto si intende affidato quando finisce la gara. Il contratto ha solo natura dichiarativa. Cosa è successo dopo con le carte? Non è un problema “nostro”, ma degli uffici che dovevano intervenire».

Annunziata: «Non rispettati i tempi di un processo giusto»

Nel mirino dell’avvocato Annunziata di Salerno, altro difensore di Carleo, i tempi di un processo giusto. «In questo processo l’avviso di conclusione indagini preliminari è arrivato a settembre 2018 – quando il tempo di conclusione indagini è 2 anni – l’arresto è avvenuto a novembre 2012, quindi se si arriva ad un arresto c’è stata già una istruzione. Un processo giusto – incalza Annunziata – si sarebbe dovuto svolgere nel 2014 non indagini concluse dopo 6 anni. Per anni non succede nulla, la Dda si è concentrata su altri arresti e l’udienza preliminare è a maggio 2019 dove non risulta nemmeno fatta la notifica ad uno dei difensori, a me». «Bisogna comprendere – continua – che i tempi lunghi sono dovuti anche ad una cattiva gestione delle indagini o delle cancellerie. Arriviamo alla nostra prescrizione: per il nostro caso non c’è un’udienza di primo grado, una versione investigativa del pubblico ministero, trasfusa in attività dibattimentale. Noi ci troviamo ad una udienza preliminare, dove il giudice ha emesso una sentenza di non luogo a procedere per intervenuta prescrizione. Il giudice avrebbe potuto prosciogliere nel merito senza prescrizione. Avremmo potuto rinunciare alla prescrizione andando incontro ad un altro processo lungo 10 anni, a favore di cosa? Il problema sono le procure. Processi entro 2 anni usando poco gli strumenti coercitivi perché condizionano la vita amministrativa dei Comuni», conclude.

Alfredo Messina: «Il Pm che diceva ai giornali di aver eliminato la camorra da Cava non ha avuto il coraggio di archiviare la posizione di Alfonso Carleo pur sapendolo innocente»

Accanto all’ex assessore Carleo c’era anche l’avvocato Alfredo Messina. Proprio Messina dunque è stato il puù duro verso la procura salernitana. «Ci troviamo in una prescrizione predibattimentale, il che vuol dire che i fatti contestati non sono assolutamente reati. Noi già durante l’interrogatorio di garanzia davanti al gip, dimostrammo che i fatti contestati erano campati in aria». «Il Pm, quando si è reso conto di aver preso una cantonata enorme non ha avuto più interesse a fare indagini tant’è che agli atti indagine dal 2012 al 2018 non è stato aggiunto nulla. Nel 2018, tenendo conto che il pm che rinvia a giudizio un indagato per un reato che prescrive risponde disciplinarmente, e forse è il nostro caso, per non diventare responsabile chiedendo il rinvio a giudizio di chi sapeva innocente, ha dato la “sfogliatella” al gup, il quale, senza carte, senza fatti, ha prescritto».« Il pubblico ministero – conclude Alfredo Messina, già sindaco di Cava de’ Tirreni – che non aveva il coraggio di archiviare, visto che riferiva ai giornali che aveva fatto pulizia della camorra a Cava, ha aspettato sei anni per poi passare le carte al giudice per l’udienza preliminare»




«Non è coerente sostenere Zingaretti e poi accordarsi con Annunziata»

Andrea Pellegrino

Presentate le liste a sostegno dei candidati alla segreteria nazionale e regionale del Partito democratico, entra nel vivo la campagna congressuale, in vista dell’appuntamento con le primarie del 3 marzo. Domani atterra all’aeroporto di Pontecagnano Faiano, Maurizio Martina, l’uscente segretario sostenuto dalla pattuglia deluchiana a Salerno ed in Campania. Proprio nel fortino di Vincenzo De Luca, in controtendenza con le altre realtà italiane, Maurizio Martina ha superato – al termine delle convenzioni di circolo – lo sfidante Nicola Zingaretti che, invece, è in testa sul territorio nazionale. Martina terrà un incontro alle 17,30 proprio all’interno dello scalo aeroportuale di Salerno. Con Zingaretti, invece, ci sono i dem di Andria, Iannuzzi e di Anna Petrone. Proprio l’ex consigliere regionale è scesa in campo per un posto all’interno dell’assemblea nazionale. Alla guida del partito regionale, invece, sosterrà la candidata Armida Filippelli che sfida la corazzata di Leo Annunziata e l’ex sottosegretario Umberto del Basso de Caro. Contrariamente all’area Dem schierata al nazionale con Zingaretti e al regionale con Annunziata, Anna Petrone annuncia la sua scelta di coerenza con il sostegno a Filippelli: «Così non si scardina il sistema. Se si sostiene Zingaretti non si può poi appoggiarsi ad Annunziata per la segreteria regionale. E’ un cambiare tutto per non cambiare nulla». E spiega: «Filippelli alla guida del partito in Campania è una scelta di coerenza. E’ una preside napoletana, da sempre impegnata nella lotta alla camorra. Una scelta per me ovvia e più vicina al mio profilo. Ed è – prosegue l’ex consigliere regionale – una scelta per scardinare il vecchio sistema. Certo sarà difficile, considerato l’apparato in campo. Sarà una guerra forte ma confido nell’elettorato libero e fatto di gente che ha la volontà di voler cambiare pagina all’interno del Partito democratico. So che ci sono tanti che ci credono ancora». Quanto al futuro, Anna Petrone non scopre le carte: «Si vedrà dopo il 3 marzo». Tandem Zingaretti – Filippelli anche per il cavese Marco Ascoli: «Vorrei che queste primarie rappresentassero un momento di partecipazione che vada oltre il Pd. Sono grato ad Anna Petrone e Nicola Oddati per aver proposto la mia candidatura. Uno dei principali compiti della futura classe dirigente del nostro partito, il primo, sarà creare le condizioni affinché si realizzi un campo progressista ampio, unitario e che veda insieme coloro che condividono una base valoriale comune. Associazionismo, movimenti civici, nel solco di quanto fatto di recente in Abruzzo. Ripartiamo da Nicola Zingaretti e Armida Filippelli per ricostruire un partito che metta le persone ed i loro bisogni al centro di una piattaforma politica che possa tornare ad essere attrattiva e vincente. Il 3 marzo abbiamo l’occasione giusta per voltare pagina».




«Troppi incarichi dall’Autorità Portuale», Annunziata nel mirino dell’Anac

Andrea Pellegrino

Troppi incarichi diretti all’Autorità Portuale di Salerno, l’Anac contesta il «metodo Annunziata». I fatti raccolti riguardano il periodo della presidenza affidata all’ex sottosegretario ai trasporti, prima, dunque, della fusione con Napoli e Castellammare e la nomina di un commissario. Centosessanta gli incarichi che sono stati affidati senza gara, soprattutto a studi tecnici e di ingegneria. Alcuni di questi sono finiti nel mirino dell’Anac di Raffaele Cantone: «L’analisi dei dati e delle informazioni acquisite hanno consentito di rilevare un uso piuttosto frequente dell’affidamento diretto, soprattutto per gli incarichi di servizi attinenti all’architettura e ingegneria (progettazione, sicurezza, collaudo) di importo inferiore a euro 40.000,00. Tuttavia, a fronte di numerosi affidamenti diretti prevalentemente di lavori e/o servizi di ingegneria (140 totali) si deve dare atto della sussistenza di una discreta rotazione degli operatori affidatari, anche se in taluni casi si sono registrati, come sopra riportato, affidamenti ripetuti ai medesimi soggetti. In ordine alla ricorrenza di tali affidamenti diretti, che l’Autorità Portuale e l’ex presidente incaricato temporalmente in relazione al periodo assunto come riferimento, hanno ritenuto di giustificare adducendo motivi di urgenza, si ritiene di poter confermare i profili di contestazione formulati». Tra gli incarichi contestati anche quelli alla Rcm costruzioni, l’impresa che sta realizzando anche il Crescent nell’area di Santa Teresa. «Si richiama – si legge nella delibera – la mancata corretta applicazione dei principi generali di cui all’articolo 2 del decreto legislativo 163/2006 in ragione soprattutto della carenza rilevata in sede di attività programmatoria e comunque di pianificazione degli interventi da eseguire, quale corollario per una corretta azione amministrativa, che avrebbe potuto evitare il ricorrere dell’esigenza di procedere ripetutamente ad affidamenti in via d’urgenza». Dall’Anac, dunque, tre contestazioni: mancata programmazione degli interventi, l’uso della chiamata diretta e la non corretta effettuazione della stima del valore globale dei lavori e/o servizi da affidare.




Porta Ovest: «Un progetto sbagliato»

Andrea Pellegrino

Un progetto sbagliato che non risolve il problema della viabilità. L’ingegnere salernitano Felice Bottiglieri scrive al nostro giornale sulla vicenda “Porta Ovest”, all’indomani delle notizie sull’inchiesta che riguarda il tunnel che dovrà collegare il porto commerciale alla rete autostradale. «È l’ennesimo caso in cui l’assoluta, totale, abissale inadeguatezza di chi ci amministra impone la supplenza della Magistratura. Che, poi, in taluni casi attraverso procedimenti penali emergano illegittimità amministrative per vizi procedimentali è immediato il coinvolgimento della “politica” che sul finire del secolo scorso ci ha regalato leggi decisamente sbagliate e dannose, soprattutto in materia di ordinamento amministrativo», scrive l’ingegnere che descrive poi la sua esperienza.

PROGETTO SBAGLIATO

Ma, veniamo al dunque. «Che il progetto “Porta ovest” fosse sbagliato – sostiene Bottiglieri – è stato segnalato ben prima che si ponesse mano alla sua realizzazione: “Italia nostra” a seguito della pubblicazione del Piano Territoriale Provinciale produsse un documento, alla cui redazione collaborai, in cui, pur prendendo le mosse dalle esigenze di tutela paesaggistica, si pervenne alla radicale bocciatura dell’originario progetto anche – e soprattutto – perché l’opera, ben lungi dal risolvere il problema del collegamento del porto alla rete autostradale, sarebbe risultata peggiorativa delle condizioni ambientali per buona parte del territorio comunale di Salerno et ultra. Né la più che sostanziale “variante progettuale” introdotta dopo l’appalto potrebbe conseguire risultati migliori (tra l’altro non è ancora ben chiaro come essa si completi dopo l’uscita dalle gallerie sul vallone Cernicchiara!). È appena il caso di notare come alcuna procedura di V.I.A. con l’obbligatoria pubblicazione precisamente prevista dalla legge sia mai stata espletata (ma, non ne ricordo alcuna per tutte le opere pubbliche del Comune di Salerno, salvo la più che generica Valutazione Ambientale Strategica (V.A.S.) inserita del Puc».

ASSENZA DI CONFRONTO

Ed è, ancora, il caso di notare – incalza – «come il più referenziato dei componenti del gruppo dei progettisti aggiudicatario del concorso di idee – il professore architetto Pica Ciamarra – se ne sia dissociato dal momento che riteneva che il concorso riguardasse opere di inserimento ambientale dell’esistente viadotto e giammai importante infrastruttura stradale. Ed, invece, dal concorso di idee si è passati direttamente all’appalto dei lavori… Ma l’aspetto più grave della vicenda ritengo sia stata la mancanza di un confronto con soluzioni alternative a quella improvvidamente – o, forse, peggio – adottata». «Almeno una era ben a conoscenza sia del Presidente dell’Autorità portuale sia di operatori del Porto, sia di non poche personalità istituzionali di Salerno e Provincia, addirittura da Marzo 2007! E, forse, ci fu ancora la possibilità di rivedere il tutto dal momento che, anni dopo, si verificò la fortuita coincidenza della sua presentazione alla stampa – Corriere del Mezzogiorno del 5 Dicembre 2013 – nella stessa pagina in cui compariva un servizio sull’ avvio del cantiere… oggi in discussione! E, si badi bene, sulla proposta soluzione alternativa non fu espresso alcun parere critico, anzi…». Tant’è che si sarebbe potuto por mano ad uno “studio di fattibilità”, come , invece è certamente mancato per la “Porta Ovest”, con le conseguenze sotto gli occhi di tutti». Ed ora, chi paga? S’interroga, in conclusione, Bottiglieri.

Dissequestrati tre conti correnti della Tecnis

Dissequestrati tre conti correnti della Tecnis, l’azienda appaltatrice di Porta Ovest. La decisione è arrivata nella mattinata di ieri dai giudici del Riesame. I conti correnti in questione erano stati sequestrati lo scorso 11 dicembre su disposizione del giudice per le indagini preliminari del tribunale di Salerno Stefano Berni Canani che aveva accolto la richiesta dei magistrati della direzione distrettuale antimafia Alfano e Sena- tore. I tre conti correnti dissequestrati facevano parte dei 31 milioni di euro che rientravano nel l decreto di sequestro preventivo di immobili e quote societarie. Secondo la pubblica accusa le somme che sarebbero dovute servire per la realizzazione di “Porta Ovest” destinate a fini diversi. Un giro da 31 milioni di euro, di cui oltre 20 ottenuti attraverso la cessione del credito presso l’Unicredit Factoring. Somme – ad eccezione del solo pagamento in favore della Cassa Edile Salernitana – che sono servite alla Tecnis per altre operazioni finanziarie, compresi in- vestimenti di fondi pensione, assicurazioni sulla vita e spese legali. Insomma, versamenti non riguardanti i lavori eseguiti nel cantiere di Salerno Porta Ovest.

 




Porta Ovest, i dubbi sui materiali: «Questi hanno fatto il babà»

Andrea Pellegrino

Sono preoccupati negli uffici dell’Autorità Portuale di Salerno per la visita della Corte dei Conti Europea al cantiere di Porta Ovest. In ballo c’era (e c’è) il finanziamento concesso dall’Unione per la realizzazione dell’opera. Una visita che giunge nel periodo dei provvedimenti giudiziari e del conseguente sequestro dell’opera. Annunziata, nei giorni successivi al sequestro, riferisce al Rup Micillo che la rassegna stampa è sulla scrivania del ministro Delrio ed è arrivata anche a Bruxelles. L’allora presidente è preoccupato e consiglia di fare “dieci righe” ed addossare le colpe alla Tecnis, che “se ha sbagliato, pagherà”. L’inchiesta su Porta Ovest, che si avvia verso il processo, descrive dettagliatamente quanto accaduto nei giorni precedenti e successivi al sequestro dell’opera da parte della Procura della Repubblica di Salerno. Dalle carte emergono le preoccupazioni della Società Autostrade Meridionali per le lesioni riscontrati sul Viadotto Oliviero ma anche – scrivono gli inquirenti – «le macroscopiche anomalie nella gestione dei lavori relative al cantiere di Salerno Porta Ovest», che sostanzialmente avrebbero portato anche ad un crollo nella notte tra il 3 e il 4 dicembre del 2015 all’interno della costruendo galleria che sono per «fatalità non ha arrecato danni a cose e a persone». Ed il Rup Micillo, secondo gli investigatori, sapeva. E nonostante ciò: «Non vi è traccia di eventuali provvedimenti adottati sia nei confronti della ditta aggiudicataria dell’appalto quanto nei confronti della direzione dei lavori». Tutto questo, ancora, nono- stante: «Il crollo del Viadotto Scorciavacche (Agrigento), realiz- zato dalla Tecnis». Dalle intercettazioni le conferme dei sospetti degli inquirenti. In una telefonata tra Ludovico Amoretti (direzione dei lavori) ed uno degli ispettori di cantiere (Nicola Forlano) si contesta il lavoro di una delle ditte appaltatrici: «Lavorano sempre di notte, così nessuno li controlla». Quanto ai dettagli tecnici, l’ispettore riferisce: «Ho notato che lo spritz (cemento spruzzato) era fresco e mi sono detto “questi hanno fatto il babà” perché lo spritz si fa prima di iniettare e non dopo». Ma non solo. Diverse sono le circo- stanze in cui la direzione dei lavori lamenta interventi in galleria in difformità rispetto al progetto esecutivo. Uno degli ispettori informa Amoretti che la calotta della galleria ha uno spessore più piccolo della metà rispetto a quello progettato: «C’è un problema alla calotta a Ligea Nord. Sono andato a fare un controllo, stavano a 35 centimetri su 70».




Il Viadotto cedeva ma l’opera proseguiva «Annunziata non vuole sospendere»

Andrea Pellegrino

Movimenti di 4 millimetri ogni due giorni sul viadotto Oliviero ma per Annunziata i lavori «non dovevano essere sospesi». Emergono nuovi particolari nell’ambito dell’inchiesta sul Porta Ovest che ha già portato all’avviso di conclusione indagine per trentatré indagati. Nelle settimane scorse l’ex presidente dell’Autorità Portuale di Salerno è stato ascoltato dai titolari dell’inchiesta. Per loro, Annunziata «ha un ruolo di preminenza nella direzione e gestione della realizzazione dell’intera opera». Tant’è che alla richiesta della Sam (società autostrade meridionali) di sospendere i lavori, Annunziata respinge tutto al mittente. E’ il 30 aprile del 2015 quando le Autostrade lanciano l’allarme: oc- corre bloccare i lavori per una lesione di un tratto di strada sul viadotto Olivieri, nei pressi del via- dotto Gatto. Negli uffici di via Sabatini, il Rup Micillo (dirigente del Comune di Salerno, subentrato a Domenico Barletta, dopo la con- danna in primo grado nel processo sul Termovalorizzatore e la conseguente sospensione) e gli altri collaboratori contestano la nota della Sam. Per loro andava concordata o, almeno, andavano preventivamente informati i vertici dell’Authority. La Sam – il contenzioso è ancora in corso – vuole dimostrare che c’è una interferenza tra le due opere. Da qui una seconda nota della autostrade che sollecita la sospensione e convince anche il Rup Giovanni Micillo. Ma non Annunziata. In una delle intercettazioni, infatti, l’ingegnere Elena Valentino, capo area tecnica dell’Autorità Portuale dice: «Il presidente ha detto che non si devono fermare i lavori». La Valentino parla della nota di Micillo con un collega della Vams Ingegneria Srl, affermando di non saperne nulla ma di aver informato il presidente. Il 5 maggio è ancora la Sam, attraverso l’architetto Fausto Iannaccone, a chiedere provvedimenti. In una conversazione con l’ingegnere Valentino, Iannaccone comunica nuovi cedimenti. E’ abbastanza arrabbiato e la invita a farlo chiamare da qualcuno: «Bisogna capire cosa sta succedendo – dice – e di non prendere sotto gamba la situazione». Il 3 giugno è la Dia che appone i sigilli al tunnel su disposizione della Procura della Repubblica di Salerno. Per la direzione dei lavori – si legge nelle conversazioni – «è solo uno stop pubblicitario dopo l’elezione a governatore di Vincenzo De Luca (eletto il 31 maggio) e quindi una montatura artefatta della magistratura». Nel 2018, però, il cantiere – dopo gli ultimi dissequestri – procede a passo di lumaca.




PORTA OVEST: Affidi e appalti, Annunziata nei guai. Nel mirino la proroga della nomina dell’ingegnere Macchi e l’aggiudicazione diretta a Artemide Italia

Andrea Annunziata

Pina Ferro 

Realizzazione di Porta Ovest, appalti e incarichi: avviso di conclusione indagine a carico di 33 persone accusate a vario titolo tra l’altro di concorso formale in abuso d’ufficio, danni, malversazione nei confronti dello Stato e falsità ideologica. Tra i soggetti a cui è stato notificato l’avviso di conclusione indagine vi è anche il presidente dell’Autorità Portuale Andrea Annunziata. L’avviso è stato firmato dai magistrati Vincenzo Senatore e Rocco Alfano della Procura di Salerno e arriva a conclusione dell’attività investigativa portata avanti dagli uomini della Direzione Investigativa di Salerno diretta dal colonnello Giulio Pini e coordinata dai due magistrati. L’avviso di conclusione indagine è stata notificata a: Vincenzo Manganello, Francesco Maria Salvatore De Rosa, Mario Vitale, Paolo Costa, Ludovico Amoretti, Antonio Morabito, Fabio De Iulo, Fulvio Giovannini, Andrea Annunziata (all’epoca dei fatti presidente dell’autorità portuale di Salerno oggi attualmente a capo dell’Autorità Portuale di Augusta in Sicilia), Domenico Barletta (già dirigente comunale), Elena Valentino, Luigi Di Luise (all’epoca segretario dell’Autorità portuale di Salerno), Giovanni Micillo (dirigente dell’area tecnica del Comune di Salero), Immacolata Ritonnaro (delle Ritonnaro Costruzioni socia della Crescent srl), Ernesto Gismondi, Alessandro Macchi, Francesco Giuliano, Antonio Valente, Raniero Fabrizi , Luca Caselli (dirigente settore Ambiente del Comune di Salerno), Danilo La Piana, Maurizio Aiardo Esposito, Giuseppe Miceli, Guglielmo De Iulio, Maurizio Ferrara, Massimiliano Insigne, Vittorio Tiberio Insigne, Dario Lamonica Miraglio, Elio Spagnolo, Riccardo Acernese, Fabrizio Pellegrini, Maria Annunziata Raso, Raffaele Giordano.

Nelle 54 pagine notificate ad ognuno dei 33 indagati viene ripercorso l’intero iter dell’appalto dei lavori e dell’affidamento di incarichi suddivisi in vari punti.

Tra quelli più importanti vi sono:

Incarico all’ingegner Macchi di supporto al Rup (Responsabile unico del procedimento)

Secondo quanto accertato nel corso delle indagini, Andrea Annunziata, in qualità di presidente dell’Autorità portuale, dopo aver affidato con “atto monocratico” a seguito di una gara pubblica con il criterio del massimo ribasso sull’importo a base di gara all’ingegnere Alessandro Macchi l’incarico di “supporto tecnico -amministrativo” al responsabile unico del procedimento, con atti aggiuntivi e senza una procedura di evidenza pubblica ha prorogato al Macchi l’incarico.

Così facendo, Annunziata – secondo quanto scrivono i magistrati – avrebbe intenzionalmente procurato all’ingegnere Macchi un ingiusto vantaggio patrimoniale pari alla somma di 258.480,65, oltre iva ed oneri previdenziali, con pari ed evidente danno per l’autorità portuale atteso che non emergeva una giustificazione reale al conferimento dell’incarico all’ingegnere Macchi la cui attività di fatto pare si limitasse alla redazione di una serie di meri report redatti fra il 2009 ed il 2014. Per i magistrati, invece, l’attività di supporto al Rup avrebbe dovuto prevedere la supervisione, il coordinamento e la verifica della progettazione definitiva e di quella esecutiva mai espletata dall’ingegnere.

Aggiudicazione diretta a Artemide Italia srl

Andrea Annunziata, in qualità di presidente dell’Autorità Portuale omettendo la pubblicazione del  bando avrebbe affidato alla Artemide Italia srl, legalmente rappresentata da Ernesto Gismondi, una fornitura di due sistemi di illuminazione Led per l’importo complessivo di 150.000 euro più Iva.

Mancata risoluzione del contratto con la Ritonnaro

A seguito della nota del 24 giugno del 2013 a firma del direttore dei lavori Fulvio Giovannini, indirizzata sia all’Autorità Portuale che al Rup, che con la quale si comunicava che: “L’impresa Ritonnaro Costruzione srl … ha del tutto disatteso la tempistica indicata nel cronoprogramma di gara ed in particolare non ha dato corso alle opere interessanti il ponte e le opere ad esso connesse………. Ad oggi lamentiamo lo scarso impegno dell’impresa anche nella chiusura delle attività che ineriscono i lavori di via Risorgimento in ragione della imminente scadenza contrattuale dei lavori”.

Successivamente i lavori furono sospesi per la realizzazione del ponte sul vallone Cernicchiara, per effetto della variante introdotta dalla Tecnis nella realizzazione del secondo lotto.

A questo punto  i magistrati ritengono che Andrea Annunziata in qualità di presidente dell’Autorità Portuale, Fulvio Giovannini nella qualità di direttore dei lavori del primo lotto, Domenico Barletta in qualità di Rup in carica fio al 5 febbraio 2015 e Giovanni Micillo in qualità di responsabile unico del procedimento a partire dal 5 febbraio 2015 nello svolgimento delle rispettive funzioni pubbliche dovrebbero omesso di promuovere una variante o in alternativa di procedere alla risoluzione contrattuale nei confronti della ditta Ritonnaro Costruzioni srl, procurando in tal modo un ingiusto vantaggio patrimoniale alla dittaconsistito nei minori costi sostenuti per il mancato completamente delle opere oggetto di sospensione e nel mancato pagamento delle penali connesse ai ritardi accumulati. Per effetto dello stralcio proposto dalla ditta e avallato dalla direzione dei lavori l’amministrazione pubblica si accollava anche un costo aggiuntivo di euro 46.653,47, determinato dall’affidamento a tre ulteriori e diverse ditte della fornitura di sistemi di illuminazione, di quadri elettrici e della relativa esecuzione, a causa della mancata applicazione del ribasso sulle offerte.

Il progetto esecutivo

Il progetto esecutivo predisposto dalla Tecnis era in macroscopica e palese difformità dal progetto definitivo. Tale progetto esecutivo, infatti, aveva stravolto completamente ed immotivatamente (con scelte non giustificate tecnicamente, ma dettate solo da criteri di convenienza imprenditoriale ispirati alla riduzione dei costi) il progetto posto a base di gara, determinando un incremento del corrispettivo , “a forfait” chiuso fisso e variabile, del contratto di appalto. Più precisamente il progetto esecutivo prevedeva la variazione dell’imbocco su via Ligea posta a raso con il piano di campagna e non più in quota al viadotto Gatto con conseguente nuovo tracciato delle canne della galleria che andavano ad interessare una diversa configurazione geostrutturale dei terreni e delle rocce scavate; nuovo assetto che stravolgeva l’originario progetto, determinando l’assoluta inutilità del viadotto Gatto rispetto alla sua precedente parziale integrazione nel nuovo assetto viario. Tale variante risultava inverosimilmente motivata con la impossibilità di reperire atti tecnici afferenti la progettazione ab origine del viadotto.

Così fu optato solo nel progetto esecutivo, con evidente convenienza economica solo per il soggetto provato esecutore dell’opera pubblica. Inoltre con il  progetto esecutivo si incrementava il costo complessivo  dei consolidamenti della galleria, anche in violazione del Capitolo Speciale di . Infine solo con il progetto esecutivo si frazionava il secondo lotto dei lavori in una parte A (esclusivamente il tronco in galleria da Ligea a Cernicchiara), ed in una parte B (la viabilità del nodo Cernicchiara, ancora tutta da definire e da sottoporre a variante urbanistica del Comune di Salerno, oltreché ai nuovi pareri degli enti interessati escludendo dai lavori la galleria del Seminario o di Fratte e prevedendo la sua sostituzione con una rampa di uscita con ampliamento del viadotto esistente), da intendersi ancora come progetto definitivo, in variate del progetto approvato, anche essa variante apportata senza alcuna precisa e sostanziale motivazione tecnica, condizionata tra l’altro ad una futura conseguente approvazione di variante urbanistica.




I 15 articoli e 15 foto sull’operazione che ha sbaragliato i Ridosso, i Loreto, i Cesarano e co.

RIDOSSO LUIGI

Luigi Ridosso

RIDOSSO GENNARO

Gennaro Ridosso

Antonio Matrone detto Michele, figlio di Franchino

Antonio Matrone detto Michele, figlio di Franchino

 

Alfonso Loreto

Alfonso Loreto

 

 

—-Finito il regno dei Cesarano a Scafati

I carabinieri del Rreparto territoriale di Nocera eseguono 16 ordinanze cautelari mettendo all’angolo gli stabiesi che tenevano sotto scacco la città

Estorsioni ad imprenditori, violenze contro chi non pagava, disponibilità di armi, ecco come quelli di Ponte Persica volevano essere re

 

Estorsioni, usura, società create ad hoc per ottenere appalti. Con queste accuse ieri mattina sono state eseguite 16 ordinanze restrittive. Una vasta operazione che ha visto l’impiego di oltre 100 carabinieri del Comando Provinciale dei Carabinieri di Salerno nell’Agro Nocerino – Sarnese.
Le ordinanze eseguite all’alba di sono state emessa dal Gip del Tribunale di Salerno, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia – nei confronti dei16 indagati, ritenuti responsabili, a vario titolo, di “estorsione”, “usura”, lesioni personali” e “trasferimento fraudolento di valori”, tutti aggravati dal metodo mafioso ovvero dalle finalità di agevolare sodalizi di tipo mafioso.
I particolari dell’operazione sono stati illustrati ieri mattina dal Procuratore Capo Corrado Lembo alla presenza del magistrato Russo e dei vertici dell’Arma dei Carabinieri e del Gico della Guardia di finanza che ha collaborato nelle indagini.
Un’indagine che vede il riproporsi di vecchi scenari oltre alla penetrazione di clan stabiesi nel territorio dell’Agro nocerino Sarnese.  Nel mirino delle forze dell’ordine infatti, sono finiti, gli esponenti del clan Matrone di Scafati/Boscoreale, del clan Cesarano, del clan Ridosso Loreto: contestate numerose estorsioni a imprese, aziende di pulizia, conserviere e non solo. Si indaga anche sui rapporti tra i clan locali tra Vesuviani, Scafati e Agro. L’intera rete di estorsioni ed usura è stata ricostruita grazie alle rivelazioni di un collaboratore e, alle denunce di alcune vittime. Molte infatti avevano paura e hanno cominciato a collaborare molto tardi. Chi non pagava in tempi utili le rate veniva selvaggiamente picchiato e malmenato. Così come è accaduto per un parcheggiatore di Pompei. I tassi di interesse da versare per i prestiti ottenuti erano del 10 per cento mensili.
Tra gli arrestati il figlio di un noto boss locale, Michele Matrone, figlio di Franchino a’ belva per una presunta estorsione. Si indaga sull’alleanza tra Scafati e Castellammare e sul ruolo di Luigi Di Martino, esponente del clan stabiese, anche sugli affari di Scafati e dintorni.
Tra i destinatari del provvedimento odierno, eseguito anche con il supporto di militari delle compagnie di Torre Annunziata e Castellammare di Stabia, oltre che con la attiva collaborazione delle Gico della Guardia di Finanza di Salerno, autore delle indagini societarie patrimoniali, figurano l’attuale reggente del clan Cesarano, Di Martino Luigi detto Gigino o’ profeta, Matrone Michele, figlio dell’ergastolano Francesco detto a’ belva, nonché Spinelli Andrea già arrestato nello scorso mese di novembre per analoghi episodi estorsivi.
Il provvedimento scaturisce dalle risultanze di una articolata attività investigativa condotta da quel nucleo operativo e radiomobile coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Salerno, in seguito all’arresto, avvenuto nel settembre 2015, di un gruppo di esponenti del clan Ridosso – Loreto dedito alle estorsioni in danno di commercianti nel territorio di Scafati e che porto alla cattura dei vertici di quella organizzazione criminale anche per referati i delitti di omicidio commessi in contesto associativo agli inizi degli anni 2000 (Omicidio Muollo Luigi e tentato omicidio Di Lauro Generoso).
Nel corso delle indagini, condotte attraverso l’esame di prove documentali ed escursioni testimoniali, riscontrate con dichiarazioni rese da collaboratori di giustizia, sono emersi stretti contatti, tesi ad una spartizione del Territorio Scafatese e limitrofa aria pompeiana, tra le due consorterie di tipo camorristico attiva in zona, il clan Loreto – Ridosso di Scafati, il clan Matrone ed il clan Cesarano di Pompei – Castellammare di Stabia. In particolare si è accertato che i due gruppi, tra gli anni 2004 e 2016, avevano avanzato, anche con metodi violenti, plurime richieste estorsive in danno di imprenditori e commercianti della zona consistenti in nazioni di denaro ovvero elargizione di beni e prestazioni per importi complessivi pari a circa 400.000 euro
Inoltre il clan Ridosso – Loreto, attraverso la costituzione di 3 imprese societarie, intestate a prestanome e che sono state sottoposte a sequestro preventivo unitamente ai rispettivi conti correnti bancari imponeva gli appalti per il servizio di pulizie presso il centro commerciale Plaza e la sala Bingo di Scafati nonché, con il placet dell’altro gruppo criminale che manteneva il la pronto controllo delle richieste di denaro presso l’omologa sala giochi bingo sita nel limitrofo comune di Pompei.
Durante le perquisizioni di ieri mattina è stato anche rinvenuto e sequestrato un fucile di provenienza estera.

 

—-I 16 ragiunti  da un’ordinanza cautelare

ARRESTATI E INTERDETTI

In carcere sono destinati: il 30enne Roberto Cenatiempo Roberto, il 47enne Fiorentino Di Maio (detto ‘o castelluono al momento irreperibile), il 36enne Antonio Matrone detto Michele (figlio del boss Franchino ‘a Belva), il 33enne Gennaro Ridosso, il 30enne Luigi Ridosso (figlio di Salvatore) ,  il 29enne Salvatore Ridosso,  tutti di Scafati. Stessa sorte per il 55enne Luigi Di Martino, alias “Gigino ‘o profeta”, 55 anni, reggente del clan Cesarano, il 45enne Nicola Esposito, alias “‘o mostro”, altro punto di riferimento dei Cesarano  , entrambi di Castellammare di Stabia, e per il 50enne Giovanni Cesarano, detto Nicola, di Pompei, nome di spicco dell’ominima famiglia.
Ai domiciliari sono amdati  il 34enne Vincenzo Pisacane detto Coccodè, il 41enne Andrea Spinelli, detto Dariuccio, di Scafati; il 44enne Alfonso Morello detto “‘o Balzone” di Torre Annunziata, e il 27enne Francesco Paolo D’Aniello residente a Santa Maria la Carità ma domiciliato a Scafati.
Interdetti con il divieto di assumere incarichi direttivi presso persone giuridiche e le imprese per 12 mesi: il 28enne Giacomo Casciello Giacomo, il 29enne Giovanni Vincenzo Immediato e il 48enne Mario Sabatino, tutti di Scafati.

 

—- Gli altri 21 indagati

Sono 21 gli indagati ma non colpiti da misura cautelare. Tra questo figurano  Giovanna Barchiesi, ex moglie di Alfonso Loreto e nipote del consigliere comunale Roberto indagato nell’inchiesta con il sindaco Pasquale Aliberti, Giuseppina Cascone, Agostino Cascone (alias Pappariello), di Castellammare di Stabia, Ciatti Rosalia di Torre del Greco, Gaetano Criscuolo (alias Mesopotamia) di Cava de Tirreni; Giuseppe D’Iorio, alias Peppe ‘o killer, di Acerra; Mario Di Fiore, detto ‘o cafone, di Acerra; Pasquale Di Fiore, ‘o figlio ro cafone, di Acerra; Michele Imparato, detto Massimo, 38 anni di Boscoreale; Alfonso Loreto, 30 anni di Scafati, Pasquale Loreto, 55 anni; Francesco Matrone, alias ‘a belva, 69 anni di Scafati; Giovanni Messina, 44 anni di Acerra, collaboratore di giustizia; Giuseppe Morello, 41 anni di Torre Annunziata; Francesco Nocera, detto Cecchetto, 30 anni di Scafati; Antonio Palma, 41 anni di Boscoreale; Giuseppe Ricco, Pinuccio ‘o foggiano, 58 anni di Foggia; Luigi Ridosso, di Romolo, 34 anni di Scafati; Romolo Ridosso, Romoletto, 55 anni di Scafati; Antonio Savino, detto ‘o iennero ro nirone, 29 anni di Scafati.
L’ìnchiesta non è affatto conclusa.

Francesco Matrone

Francesco Matrone

pasquale loreto

Pasquale Loreto

Romolo Ridosso

Romolo Ridosso

Salvatore Ridosso

Salvatore Ridosso

Giovanni Cesarano detto Nicola

Giovanni Cesarano detto Nicola

Nicola Esposito detto 'o mostr'

Nicola Esposito detto ‘o mostr’

Luigi Di Martino, detto 'o Profeta

Luigi Di Martino, detto ‘o Profeta

Andrea Spinelli

Andrea Spinelli

Vincenzo Pisacane

Vincenzo Pisacane

Alfonso Morello

Alfonso Morello

Roberto Cenatiempo

Roberto Cenatiempo

—-Le due associazioni per delinquere, di cui una anche per far votare Aliberti

L’evoluzione del gruppo Loreto-Ridosso e tutte le varie accuse ai 37 indagati dell’inchiesta della Dda

Sono accusati di associazione per delinquere di stampo camorristico del cosiddetto gruppo Ridosso/Acerrani: Roberto Cenatiempo, Francesco Nocera, Gaetano Criscuolo, Antonio Savino, Mario e Pasquale Di Fiore, Giuseppe Di Iorio, Michele Imparato, Giovanni Messina, Antonio Palma e Giuseppe Ricco. Questo gruppo aveva come fine diverse estorsione ad imprenditori dell’Agro nocerino soprattutto nel settore dei videopoker e programmare ed eseguire omicidi, attiva fino al 2005.
Dal 2005 ad oggi agisce autonomamente il clan Loreto Ridosso , formato da Pasquale Loreto, il figlio Alfonso, i vari Ridosso, Cenatiempo, Francesco Paolo D’Aniello, Giovanni Vincenzo Immediato e Andrea Spinelli. Questo secondo gruppo stipulerà una accordo con i Cesarano di Castellammare di Stabia. Era attivo nelle estorsioni attraverso le ditte di pulizia imposte ad imprenditori dell’industria conserviera. a programmare omicidi contro il clan Tammaro/Di lauro/Muollo. a conseguire appalti pubblici grazie all’appoggio elettorale dato al sindaco di Scafati, Pasquale Aliberti nel 2013 e alla moglie, Monica Paolino, nell’elezione al consiglio regionale della Campania.
Per armi sono indagati i due Loreto e i Ridossi e Rosalia Ciatti. Di estorsione sono accusati i Loreto e i Ridosso, Cenatiempo, Spinelli, Esposito, Cascone, Di martino, Cesarano, Antonio e Francesco Matrone, Fiorentino Di Maio, Vincenzo Pisacano e D’Aniello. Di Usura sono accusati Alfonso Morello (con Alfonso Loreto anche di estorsione per recuperare il profitto dell’usura stessa). Di concorso in fraudolento trasferimento di valori sono accusati e di impiego di capitali provenienti da attività illecite Alfonso Loreto, Luigi Ridosso del 1986 e Gennaro Ridosso, Giovanna Barchiesi, Giuseppina Casciello, Cenatiemo, Giacomo Casciello, Mario Sabatino e Giovanni Vincenzo Immediato.
Giuseppe e Alfonso Morello sono anche accusati di abusivo esercizio di attività bancaria e di impiego di capitali provenienti da attività illecite.

 

—- L’usura praticata al 10% di interesse e per chi non pagava c’era la pistola di “Funzin”

I fratelli Morello avrebbero prestato i soldi provenienti dalle attività illeciete dei Loreto-Ridosso

TORRE ANNUNZIATA. Era l’usura uno dei campi più frequentati nelle attività illecite anche da parte del gruppo Loreto-Ridosso. E per questo settore, anche se non fa parte delle contestazioni dell’associazione per delinquere è considerato molto vicino ai Loreto. A Scafati, Morello gestiva la Caffetteria %000 in via De Filippo assieme a Gennaro Ridosso. Il suo nome compare per un’usura con prestiti al 10% di interessi ad un fabbro. Al povero fabbro furono estorti 3mila euro da Alfonso Loreto e Alfonso Morello, in pagamento dei debiti usurai che aveva con il torrese, minacciato con una pistola calibro 9X21 (i due Alfonso rispondono anche di ricettazione).
Indagato anche Giuseppe Morello, fratello di Alfonso 41 enne di Torre Annunziata. I due sono accusato di esercizio abusivo di un’attività finanziaria nei confronti di terzi, prestando in più casi denaro, anche a tasso usuraio, a svariate persone della zona. Oltre al fabbro, ci sarebbero almeno altro quattro persone che avrebbero ricevuto il prestito.
I due Morelli sono indagati anche per impiego di denaro proveniente da beni ed utilità ricavate da illecita attività.
In pratica, impiegavano nei prestiti i soldi che i Loreto-Ridosso intascavano con le loro varie attività illegali, tra le quali l’usura.
Il tutto, ovviamente aggravato dall’articolo sette della legge 203/1918, per favorire il clan Loreto Ridoss.

 

—-Ecco come nacque il clan Loreto Ridosso

Per la vendetta dell’uccisione del fratello Salvatore, Romoletto si alleò con i clan acerrani, poi arrivò la nuova associazione

Il neo gruppo malavitoso sfondò con la violenza nella settore delle pulizie alle ziende conserviere e alle altre ditte del territorio

SCAFATI. «E adesso che facciamo?». Questo si sarà chiesto Romolo Ridosso, l’attuale collaboratore di giustizia uno dei capi del clan Loreto Ridosso. La domande se la pose all’indomani dell’omicidio del fratello Salvatore, il 16 maggio del 2002 da parte del clan rivale dei Tammaro/Di lauro/Muollo capeggiato anche da Luigi Muollo con il quale aveva degli accordi criminali per la spartizione di alcuni fondi della legge sull’imprenditoria e sui videopoker il cui mancato rispetto portò all’omicidio del fratello di Romoletto. A questo punto, stretto nell’angolo, tramite Antonio Romano, noto esponente criminale cugino di Giovanna Terracciano, moglie di Ciro De Falco), Romolo Ridosso stipula un’alleanza con il clan capeggiato da Ciro De Falco  (oggi deceduto, detto “‘o Ciomm”) e Mario Di Fiore (“‘o Cafone”) e con Giovanni Messina e Salvatore Nolano (oggi deceduto)  del clan De Sena, tutti di Acerra. Ripresa forza combattiva, Romoletto si dedica alla vendetta del fratello Salvatore  e fece uccidere, secondo gli inquirenti, il 22 ottobre del 2002, Andrea Carotenuto, avvalendosi dell’apporto di suo figlio Gennaro Ridosso e del nipote Luigi Ridosso del 1986.
Con l’aiuto dei acerrani, Romolo Riodosso, attraverso Giuseppe D’Iorio (Peppe ‘o killer) del clamn De faklco/Di Fiore e Giuseppe Ricco (Pinuccio ‘o foggiano) del clan Panico di Sant’Anastasia, alleato con quelli di Acerra, cercò di far uccidere Generoso Di Lauro.
Il 9 settembre 2003, Romoletto fece uccidere, sempre grazie agli acerrani, Luigi Muollo, vendicando la morte del fratello Salvatore.
Il Gruppo con quelli di Acerra, andò avanti anche per varie estorsioni.
Nel 2004, questo gruppo si era sostanzialmente esaurito. Il collante principale era la vendetta del fratello/padre/nipote Salvatore Ridosso. Raggiusto questo, l’organizzazione criminale andava fondata e da qui l’idea dell’unione con i Loreto.
Pasquale Loreto, nonostante fosse in località protetta perché collaboratore di giustizia stabilì l’accordo con i ridosso e di fatto rompendo l’alleanza con i Matrone, con i quali aveva fondato un clan Loreto/Matrone, già affiliato alla Nuova Famiglia di Alfieri/Galasso.
E Così parte una delegazione dei Ridosso e raggiunge a Roma Pasquale Loreto mentre era, con tanto di scorto, al tribunale per discutere la sorveglianza. In quella occasione, viene stipulato il nuovo accordo e fu il clan Loreto/Ridosso.
I due boss avranno detto: «Largo ai giovani» e di fatto demandarono tutte le loro attività illecite ai al Alfonso Loreto, Gennaro e Luigi Ridosso. Ma non si dovevano perpettare estorsioni normali, ma di un nuovo tipo, attraverso la prestazione di un’opera, le pulizie all’interno delle aziende conserviere, ad esempio o altre ditte, con tanto di rilascio di fatture.
E così furano date il via alla Italia Service, alla Italy service, alla Splendida srls, tutte società riconducibili al clan Loreto Ridosso ed operanti nel settore delle pulizie ad aziende e ai Bingo di Scafati e Pompei, al centro Plaza, ad esempio.
Le società oggi sono sotto sequestro da parte del Gip del tribunale di Salerno,   su richiesta della Dda Di salerno, che ha messo sotto chiave anche i conti correnti e il sequestro preventivo di tutti i beni aziendali accertati e da accertare.
Così si chiude la parabola del clan che voleva fare il sallto imprenditoriale

 

—-Il “pentito” Pasquale Loreto: «Chi non vuol pagare portaelo da me»

SCAFATI. «Se non si convincono interveniamo noi». Questo avranno detto probabilmente Pasquale Loreto e Romolo Ridosso ai figli quando hanno deciso di stipulare un accordo e fondare il nuovo clan dedito soprattutto alle estorsioni anche attraverso la gestione dei videopoker nei locali ma c’era un nuovo filone da perseguire, quello delle imprese di pulizia. Per i due boss, infatti, il ruolo che si erano ritagliati era quello di intervenire nel caso gli imprenditori fossero riluttanti, quelli che cioè nono volevano far lavorare i loro “ragazzi”.
E così, il gruppo doveva segnalare, in modo particolare a Pasquale Loreto, chi non si sottometteva alle richieste di far lavorare la loro impresa di pulizia all’interno di ditte conserviere, alimentari in genere e di altro tipo.
Nonostante fosse in località protetta e quindi collaboratore di giustizia, Pasquale Loreto continuò ad operare come boss tanto da convocare una riunione in una abitazione di cui aveva la disponibilità a fondo  del Monaco a Scafati.
Qui, i figli, in maniera esplicita, dovevano far arrivare gli imprenditori a questa sorta di riunione, dove Pasquale Loreto avrebbe fatto valere tutta la sua presenza criminale per indurre i riluttanti ad accettare le pulizie delle loro attività, ovviamente a prezzi maggiori rispetto a quelli di mercato, viste le dimensioni dell’intervento, da parte delle aziende dei suoi “ragazzi”.
A quella chiamata risposero imprenditori di grande rilievo, come quelli a capo una ditta alimentare molto nota di Angri, o di un’altra con sede a Trecase poi trasferitasi a Milano (in questo caso il titolare fu preso a calci e pugni nei pressi di una banca), un’azienda conserviera di Fisciano. Perfino una guardia giurata di Scafati, coadiutore del nipote in un autolavaggio, dove subire l’estorsione.
Tra le vittime anche l’ex consigliere provinciale Raffaele Lupo che oggi nella vicenda del voto di scambio politico mafioso con il sindaco Aliberti. Ebbene, Lupo avrebbe pagato 5.000 euro per la ristrutturazione della casa, 2000 euro ad Alfonso Loreto e Gennaro Ridosso come regalo impostogli dai due dopo l’apertura di un sale e tabacchi, salvo poi finire sotto usura proprio dei Loreto e dei Ridosso per far fronte a difficoltà finanziarie.

 

—-La rivicita dei Matrone sui Loreto grazie ai Cesarano

La rivincita di Franchino matrione. Dopo la rottura del clan Loreto matrone da parte dei Loreto che avevano scelto i Ridosso per le loro estorsione, una volta abaragliati i Ridosso con gli arresti da parte della dda di salerno e dei carabinieri, i Cesarano di Castellammare di Stabia avevano scelto loro epèr proseguire la loro attività estorsiva ed estendersi anche a Pompei e a Scafati.
I Matrione venivano visti di buon occhio rispetto ai Loreto, perché Pasquale aveva inziiato una collaborazione con la giustizia e questo era un periucolo futuro.
Tolto di mezzo Nicola Esposito di castllammare di Stabia, vicino ad Alfonso Loreto, i Matrone hanno avuto partita facile con quelli di Ponte Persica ed è mnata la collaborazione.

 

—- «Mi cambi gli assegni? No? e allora pistolattate a gogo»

Il gruppo dei Loreto Ridosso amava vestire bene e conosceva molti esercizi commerciali alla moda di Scafati. In un caso, il clan pretese uno sconto dal 30 al 50% per acquistare capi di abbigliamento di note griffe. In un  altro, la pretesa era a di cambiare assegni  di provenienza illecita. Il proprietario del noto esercizio commerciale si oppose, anzi per darsi forze, affermò di essere vicino a Generoso Di lauro. Un errore fatale, perché proprio i Di Lauro erano acerrimi nemici dei Loreto Ridosso. fatto è che, nottetempo, secondo la Dda, Alfonso Loreto, Gennaro Ridosso e Cenatiempo Roberto  spararono contro la vetrina del negozio. Il commerciante comunque non accettò la richiesta.

 

— Il procuratore Corado Lembo: «Fondamentale denunciare le estorsioni e l’usura»

Chi non collabora con gli inquirenti fa un torto a se stesso e rischia anche una condanna per favoreggiamento personale, un doppio danno

Il procuratore capo. «Necessario denunciare le estorsioni e l’usura, lo stato interviene e assicura giustizia. Corrado Lembo, ieri mattiuna, durabnte la conferenza stampa ha richiamato più volte i presenti a divulgare l’idea che la denuncia è utile, un dovere morale ma anche l’unica soluzione epr affrancarsi dai malvicenti.
Purtroppo, molte delle vittime non hanno collaborato.
In questo caso, si rischia il favoreggiamento personale ed è come dare due volta vionta agli estorsori.
Ormai è chiaro che le forze dell’ordine arrivano comunque al risultato finale e quindi è inutile, per le vittkme, negare i torti subiti.

 

—- L’assalto del clan Cesarano alle “libere” Pompei e Scafati

In particolare dopo gli arresti dei Loreto e Ridosso, il gruppo criminali di Ponte Persica, alleato ai D’Alessandro si era spostato nelle due città confinanti rimaste senza oragnizzazioni criminali dedite alle estorsioni

In un secondo tempo, i Cesarano preferirono l’alleanza con i Matrone di “Franchino la Belva” e del figlio

CASTELLAMMARE DI STABIA, POMPEI/SCAFATI. «Quelli di Ponte Persica comandano a Scafati». A parlarne sia Alfonso Loreto e Romolo Ridosso, i due collaboratori di giustizia.
E a Ponte Persica, frazione di Castellammare di Stabia a confine con Scafati e Pompei, “comandano” i Cesarano, capeggiati dal 55enne Luigi De Martino, detto “Gigino ‘o Profeta” e di Castellammare di Stabia, e dal 50enne Giovanni Cesarano, detto Nicola e residente a Pompei, e per i quali avrebbe operato anche  il 45enne Nicola Esposito, detto ‘o mostr’”, di Castellammare di Stabia, il 47enne Fiorentino Di Maio di Castellammare di Stabia.
Un’egemonia che si estendeva dall’area nord di Castellammare di stabia fin verso  i comuni limitrofi e che non temeva di andare anche oltre.
Visti gli arresti e il pentimento dei Loreto Ridosso, i Cesarano decidono di dare l’assalto a  Pompei e di Scafati. va detto che, i Loreto Ridosso erano alleati con i Cesarano, anche grazie all’amicizia di “Funzin’” Loreto con “Nicola ‘o Mostr”.
I Cesarano avrebbero però visto non con grande piacere la presenza dei Loreto (e quindi dei Ridosso) perché Pasquale, il padre di Alfonso, aveva collaborato con la magistratura con un pentimento “vai e vieni”.
Arrestato Esposito, considerato una sorta di colletto bianco del gruppo stabiese,  e in decadenza il gruppo Loreto Ridosso, l’idea di stringere alleanze con i Matrone di Scafati, clan capeggiato da “Franchino a Belva” e dal figlio Antonio (detto Michele) che subentrarono ai Loreto. Del resto anche nelle estorsione ai Bingo di Scafati e Pompei, i Loreto avrebbero avuto solo l’appalto delle pulizie mentre i 3.500 euro mensili andavano ai Cesarano. A pagare nel tempo lo scotto delle estorsioni del gruppo Cesano e degli alleato scafatesi sono stati i fratelli Moxedano titolari e titolari e gestori del Re Bingo a Pompei, sottoposti ad estorsione.
I  Moxedano sono noti per il loro impegno nel Napoli, nel Savoia e nella Turris, quindi famiglia di imprenditori molto conosciuta e non solo nella zona ma lo stesso preso di mira dagli estorsori, in particolare dai Cesarano.
In un primo momento fu Nicola Esposito a chiedere alla sala Bingo di Pompei di pagare 3500 euro per i Cesarano e il gruppo Loreto Ridosso avrebbero preso l’appalto delle pulizie. Con la fine del clan Loreto-Ridosso, Di Martino e il clan Cesarano prendono il sopravvento e chiedono ai gestori della sala Bingo di Pompei ea quelli della sala Bingo di Scafati aumentano, in un caso, il pizzo fino a 5000 euro al mese.
Visto il rifiuto di pagare la rata come ogni 5 del mese, ad agosto scorso proprio il giorno 5, quattro persone che sarebbero state inviate da Luigi Di Martino e Giovanni Cesarano, pestarono il parcheggiatore del Re Bingo proferendo la seguente frase «Adesso diglielo a Moxedano».
Simbolico della nuova alleanza con i Matrone di quelli di Ponte Persica che per il Bingo di Scafati vennero stabilite pagamenti di pizzo a Natale, Pasqua è ferragosto di quindi 24000 euro l’anno su ordine di Cesarano e Di Martino con un ruolo di appoggio determinante di Antonio Matrone detto Michele figlio di Franchino la belva, pagamento avvenuto al centro Plaza di Scafati nell’estate 2015 per 3000 euro.
I Matrone spuntano anche nella richiesta estorsiva di 5.000 euro al mese allo stesso Bingo di Scafati

 

—- Con i D’Alessandro i Cesarano di Ponte Persica e gli Imparato

dalla relazione semestrale della Dia, il panorama dei gruppi criminali stabiesi, dei Monti Lattari e Pompei

SCAFATI/POMPEI/CASTELLAMMARE DI STABIA. La relazione semestrale della Dia già aveva evidenziato la trasformazione avvenuta nei sodalizi criminali del territorio a cavallo tra le provincie di Napoli e Salerno: dall’analisi effettuata dalla Direzione investigativa antimafia, emerge che ora ci sono le donne ai vertici del clan D’Alessandro.Il clan segue il percorso già intrapreso dai Gionta di Torre Annunziata.  Ai vertici della storica cosca dei Castellammare di Stabia , secondo la relazione semestrale della Direzione Investigativa Antimafia, èimbocacto una strada di trasformazione  che, dopo gli arresti dei capi, sarebbe adesso guidato dalle donne della famiglia.
L’attività dei D’Alessandro è in vari settori criminali, dalla droga alle estorsioni, non solo in città ma anche nei comuni limitrofi.
Collegato ai D’Alessandro, c’è il clan Imparato del rione Savorito, meglio conosciuto come il clan “dei paglialoni” che opera nella cosiddetta “Aranciata Faito (recentemente ritornata in auge per gli acquisti di droga da parte delle organizzazioni di spaccio operanti a Nocera Inferiore). I pagalialoni sono dedito in particolare alla gestione del traffico di stupefacenti. Gli investigatori hanno inoltre riscontrato una tensione tra gli stessi D’Alessandro e la famiglia Di Somma del rione Santa Caterina. Un altro gruppo presente a Castellammare, nella zona di Ponte Persica al confine con Pompei, è quello dei Cesarano, attivo anche a Scafati e Pompei. Invece per i D’Alessandro, anche dopo l’uccisione del consigliere comunale del Pd Gino Tommasino, e in particolare nel periodo compreso tra il 2009 e il 2011, le donne avrebbero scalato la vetta della cosca.
Allargando invece il discorso nei comuni dei monti Lattari, c’è da ricordare che la relazione semestrale della Dia è giunta poche settimane dopo l’irreperibilità di Annamaria Molinari, moglie del presunto capoclan Leonardo Di Martino di Gragnano.
La donna è destinataria di un’ordinanza d’arresto emessa dalla Corte d’Appello di Napoli per una condanna definitiva, con l’accusa di associazione mafiosa.
Si tratta del processo scaturito dall’inchiesta “‘Golden Goal”, relativo al traffico di scommesse sportive. Sui Lattari invece la cosca egemone è sempre quella degli Afeltra – Di Martino, attiva soprattutto a Gragnano e Pimonte.
Ad Agerola sono invece presenti i Gentile, imparentati con gli Afeltra. Le attività principali riguardano le estorsioni e lo spaccio di stupefacenti.

 

—- Quei verbali sui boss di Ponte Persica sottoscritti da Loreto

SCAFATI/POMPEI/CASTELLAMMARE DI STABIA. Quei verbali intorno ai quali gira tutto, quelli dove ci sono le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, Alfonso  Loreto e Romolo Ridosso. Ci poi un appunto di “Funzin” consegnato a marzo scorso ai magistrati con altri particolari   ha raccontato nei verbali illustrativi fatti e circostanze che riguardano il gruppo camorristico Ridosso-Loreto, in particolare elenca tutti i partecipanti ed i ruoli nel tempo dagli anni 2000 ad oggi. Nelle dichiarazioni emergono anche i reati del sodalizio criminale come omicidi, estorsioni, usura, conseguimento appalti di pulizie e manodopera attraverso società intestate a prestanome. Alfonso Loreto ha raccontato nei verbali anche i collegamenti e le alleanze con gli altri gruppi camorristici, in particolare quelli in essere con il clan Cesarano di Castellammare/Pompei. Nelle prime dichiarazioni ha fatto chiarezza su alcuni omicidi avvenuti a Scafati e non solo, dal 2000 ad oggi. Racconta anche reati recenti estranei alle attività del clan Ridosso-Loreto come gli scenari in cui sarebbe avvenuto l’assassinio di Francesco Fattorusso detto “spalluzzella”, oltre ai vari e molteplici attentati e raid avvenuti in città.
Numerosi gli “omissis” presenti nei verbali che certamente nascondono notizie di reato coperte dal massimo riserbo, le maggiori sorprese potrebbero arrivare nei rapporti avuti con gli ambienti politici soprattutto nei periodi elettorali. “Funzin” è un fiume in piena e certamente i benefici e la tranquilllità  del programma di protezione lo aiuteranno nel ricordare tutti i reati di cui è a conoscenza, diretta e indiretta, a cui può contribuire al fine di individuare i responsabili e i complici. Storie che i pm sono pronti ad ascoltare e vagliare, a partire da quel foglio manoscritto e firmato da Alfonso Loreto utilizzato come ausilio.

 

—-Da “Nanduccio di Ponte Persica” ai suo eredi, evoluzione di un clan che aveva mire espansive

Quell’amicizia con Nicola Esposito di cui beneficiarono anche i Loreto di Scafati

Ci sono anche i capi del clan Cesarano nell’elenco delle persone raggiunti da misura cautelare della Direzione Distrettuale Antimafia.
Tra i destinatari del provvedimento, eseguito anche attraverso il supporto dei militari di Torre Annunziata e Castellammare di Stabia, figurano  infatti anche Luigi Di Martino detto “Gigino ‘o Profeta”, attuale capo del clan Cesarano, e Nicola Esposito detto “’o Mostr”, oltre agli stabiesi Fiorentino Di Maio detto “’o Castelluono” e Francesco Paolo D’Aniello. Disposto anche il sequestro preventivo della società Italy Service srl con sede in via Raffaele Viviani.  Attraverso la collaborazione di alcuni pentiti, sarebbero emerse collaborazioni tra i clan per spartirsi il territorio di Scafati e Pompei, un accordo che coinvolge il gruppo Loreto-Ridosso di Scafati, il sodalizio Matrone e i Cesarano di Castellammare e Pompei.  Il clan Cesarano opera dall’inizio degli anni ’90 in attività illecite quali racket, controllo degli appalti, estorsione, controllo armi da fuoco.
Secondo il racconto effettuato a maggio dal pentito Alfonso Loreto, il clan sarebbe coinvolto anche nell’omicidio di Salvatore Polito avvenuto nel settembre 2012 mentre si recava al bar gestito dal figlio nel rione Moscarella.  Il capostipite è il famigerato Ferdinando Cesarano, detto Nanduccio di Ponte Persica, a cui sono stati contestati numerosi omicidi che rientravano, per la maggior parte, nella guerra tra la nuova famiglia di Bardellino, il gruppo di Alfieri e la nuova camorra di Raffaele Cutolo.  Celebre fu la sua evasione dall’aula bunker di Salerno nel 1998 attraverso un tunnel scavato da complici prima della nuova cattura nel 2000 dopo due anni di latitanza. I tre gruppi hanno operato tra il 2004 e il 2016 avanzando richieste di denaro a imprenditori e commercianti soprattutto in occasione delle festività (Natale, Pasqua e Ferragosto).
Vicini a loro c’erano tanti volti nuovi e reggenti, oltre a Luigi Di Martino anche quel Micola ‘Mostr, al secolo Esposito Nicola che era il trade union anche con Alfonso Loreto, quasi suo coetaneo e con il quale aveva buoni rapporti. I problemi di Esposito porteranno proprio alla’emarginazione dei Loreto, già non facilmente accolti dai Cesarano.

 

—-Antonio Matrone l’erede del padre “‘a belva”

SCAFATI. Il figlio del boss Franchino Matrone, detta ‘a belva, l’erede delle attività estorsive del padre. Anche se in un ruolo subalterno agli stabiese, i Matrone (con il figlio Antonio detto Michele)  furono considerati dai cesarano più affidabili dei Loreto-Ridosso e forse più disponibili alle attività estorsive classiche, mentre l’altro gruppo cercava di entrare in politica e condizionare il voto per poi assicurarsi appalti sostanziosi.




S. Marzano. E Franco Grimaldi si scaglia contro tutti. «Non si parla delle cose da fare»

Nella controversa vicenda elettorale marzanese si inserisce l’ex sindaco Franco Grimaldi (nel riquadro). Il centrista ammonisce duramente l’atteggiamento delle parti politiche in campo non su come si stia trattando il ricorso elettorale ma, piuttosto, sul reale stato del territorio marzanese.
«Con tutte le difficoltà che i Comuni ed in particolar modo quelli del Mezzogiorno vivono in questi anni è inaccettabile che a San Marzano si continui a battagliare per raggiungere a tutti i costi ed in tutti i modi il sindacato senza che nessuno parli delle “cose fatte” e soprattutto delle tante “cose da fare” – afferma l’ex sindaco Grimaldi – Questo paese ha bisogno di pianificare azioni concrete tese a sviluppare il sociale e la cultura che saranno volano, a loro volta, anche di una ripresa economica. Bisogna riprogettare tutte le politiche afferenti alle competenze comunali, ormai ferme da 7 anni». Non mancano soprattutto i riferimento alle sue consiliature e Grimaldi ricorda anche il clima generato dalle azioni di Cosimo Annunziata per destabilizzare il governo del centrista «Volantini offensivi e politicamente scorretti venivano distribuiti in ogni dove rappresentando una realtà inverosimile – continua Grimaldi – nessuno politico ne dirigente delle mie consiliature ha mai ricevuto misure cautelari per fatti relativi agli “affari comunali”».
E sulla vicenda dei ricorsi e controricorsi elettorali, fa sapere  «I cittadini sono stufi di stare ad assistere alle tarantelle senza che il paese possa ricevere una risposta in termini di migliori servizi, migliore viabilità, più qualità di vita. Vorrei dire ai miei concittadini di riflettere bene su tutto ciò che è accaduto e sta accadendo in questi anni» Infine, l’ex fedelissimo di Mastella scende in un particolare che farà certamente discutere nelle prossime ore «Si sta consentendo con l’adozione del Puc con una modifica del lotto minimo agricolo di mille metriquqdrati del vecchio Prg agli 11mila previsti dal Puc di Cosimo Annunziata senza che nessuno, ne maggioranza ne opposizione, dicesse nulla. Cosi il paese muore» tuona Grimaldi.

Raimondo
Aufiero




S. Marzano. L’opposizione va in piazza

«Una manifestazione pubblica per informare i cittadini sul reale stato dei fatti». Così parla il responsabile organizzativo del gruppo Insieme per Costruire che questa mattina, dalle 10, vedrà riunirsi consiglieri comunali e militanti in piazza Umberto I con cartelli e volantini da distribuire ai cittadini.  Mentre non si placa il caos sulle elezioni. È solo così che possiamo definire l’assurda vicenda fatta di ricorsi elettorali ed appelli alle decisioni verificatasi nel piccolo paese che da il nome al noto pomodoro Dop. In questi giorni la stampa locale ha informato a botta di comunicati stampa fatti veicolare da Cosimo Annunziata attraverso l’ufficio stampa del Comune, dando per certo il rientro di Cosimo Annunziata sullo scranno più alto dell’assise cittadina. Ma il legale difensore della lista Insieme per Costruire, l’avvocato Marisa Annunziata, nutre forti dubbi sulla revoca del commissario prefettizio stando a quanto riportato nel decreto della Prefettura del capoluogo. Il Prefetto Salvatore Malfi, con un provvedimento inoltrato ieri mattina all’Ente di Piazza Umberto I, ha sospeso gli effetti del provvedimento di indizione delle procedure per il voto delle tre sezioni e non sembra abbia sospeso il provvedimento con il quale nominava il Commissario nella persona del dirigente Rosa Della Monica. La nota del Palazzo del Governo dice «l’atto di convocazione, per domenica 10 aprile  dei comizi per la rinnovazione delle operazioni elettorali, non produce effetti, unitamente ai connessi provvedimenti, sino al 3 marzo 2016» giorni in cui la camera di consiglio di Palazzo Spada si riunirà per decidere relativamente alla sospensione o meno della sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale della Campania. Stando a quanto apprendiamo dalla Prefettura, l’ambita poltrona del Municipio marzanese è ancora commissariata. È possibile che altri provvedimento possano giungere nelle prossime ore.        Raimondo Aufiero