Il viaggio interiore di Dario Danise

Trionfa al teatro Verdi il McMurphy napoletano interpretato da Daniele Russo, ospite del cartellone di prosa

 

Di OLGA CHIEFFI

 La routine del manicomio criminale di Aversa viene spezzata quando vi entra Dario Danise, che si finge pazzo per scappottarsi qualche annetto di pena a Poggioreale, come è abitudine di diversi malviventi nostri contemporanei. La libertà è il tema principale di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, sia esso letto tra le pagine del romanzo di Ken Kesey, o rivisto nel capolavoro di Milos Forman, oppure nella versione “napoletana” di Maurizio de Giovanni, per la regia di Alessandro Gassmann ( ma, per carità, cerchiamo di evitare i paragoni: tempi, luoghi, attori e ritmo, di quel film che ha segnato un’epoca sono inavvicinabili), ospitata nel cartellone di prosa del massimo cittadino nel week-end di Carnevale. Lo scugnizzo Dario compie un importante percorso interiore, aiutando i picchiatelli nella presa di coscienza e nella operazione traumatica di liberazione dai cordoni ombelicali (sociali, familiari, psicologici, aiutando in realtà se stesso a ritrovare quella umanità perduta lungo la strada di una vita sprecata. Senza mai caricare i toni drammatici, anzi alleggerendo e forse dilungando un po’ troppo la pièce con i luoghi comuni e le abitudini napoletane, il binomio de Giovanni-Gassmann inquadra una storia di ordinaria follia che potrebbe svolgersi paradossalmente anche fuori dalle mura dell’istituzione e lontano dalle sbarre (illuminante la volontarietà della segregazione per il gruppetto dei pazzarielli), perché alla fine il conflitto si circoscrive in un dualismo old style, da ultima frontiera, fra le ragioni del Bene e quelle del Male, ulteriormente divisibili in sottocategorie, fantasia contro rigore, elasticità contro rigidità, creatività contro castrazione. Nel primo gruppo militano Dario con la colorita schiera dei pazienti, nel secondo, Suor Lucia, un’ottima Elisabetta Valgoi, che con polso di ferro e sguardo di ghiaccio si incarica di preservare il valore assoluto della normalità istituzionale. La conquista della libertà comporta sacrifici pesanti, sul tavolo da gioco la posta è la vita stessa. L’annientamento del ribelle e la sua morte pietosa per mano di Ramon, il sudamericano, un perfetto Gilberto Gliozzi, è il prezzo che viene pagato per la definitiva fuga oltre la vetrata. La regia di Gassmann intende ricordare il grande film di Forman, infatti, un telo trasparente separa il palco dalla sala, e all’occorrenza vengono proiettate su di esso scene o parti di scene che si integrano con la scenografia. Questa tecnica della “videografia”, che di fatto crea un ibrido tra cinema e teatro, risulta in questo caso particolarmente riuscita: ci permette, ad esempio, di vedere i sogni e le allucinazioni dei personaggi, ma resta soprattutto impresso il “piccolo” grande Ramon che, alla fine di tutto, solleva la statua della Madonna e distrugge il vetro delle finestre per fuggire via verso la libertà, diventando un vero gigante, come anche la visione dell’urlo liberatorio di Tardelli che segna in quella magica notte del Santiago Bernabeu, negata dalla suora aguzzina ai pazzarielli, ma resa ancora più intensa e stordente dalla loro immaginazione, stimolata dal racconto proveniente dall’esterno. Del sistema repressivo messo in scena, ciò che spaventa di più non è la crudeltà: Suor Lucia, che concentra in sé tutto il senso della repressione, è convinta per tutto il tempo di essere nel giusto, e da questa sua ferma convinzione dipende la rovina dei personaggi. Applausi a scena aperta e standing ovation per l’intera compagnia con i pazzarielli, Mauro e Daniele Marino, Marco Cavicchioli, Alfredo Angelici, Giacomo Rosselli e il personale del nosocomio, Giulio Federico Janni, Gabriele Granito, Antimo Casertano, cui aggiungiamo la convincente interpretazione di Giulia Merelli nel doppio ruolo dell’infermiera e della giovane prostituta.




Aversa 1982: “Qualcuno volò sul nido del cuculo”

 

Questa sera, alle ore 21, il sipario del teatro Verdi si leverà sulla rilettura del romanzo di Ken Kesey che dette spunto al fortunato film di Milos Forman

 

Di OLGA CHIEFFI

 

Continua la stagione di prosa del teatro Verdi. Da questa sera, alle ore 21, sino a domenica, in pomeridiana, il sipario del massimo cittadino si leverà sulla rilettura della pièce “Qualcuno volò sul nido del cuculo” di Dale Wasserman, nella traduzione di Giovanni Lombardo Radice, l’adattamento di Maurizio de Giovanni per la regia di Alessandro Gassmann. La trama, conosciutissima, a teatro fu data da Dale Wassermann nel 1971, poi la fortunata versione cinematografica con protagonista l’eccellente Jack Nicholson. Questa volta la storia viene trasportata sullo sfondo di una scenografia completamente differente, distante migliaia di chilometri da quella originale: siamo all’Ospedale psichiatrico di Aversa nel 1982, quando la nazionale italiana vinse i mondiali. Randle McMurphy diventa Dario Danise, irriducibilmente napoletano, e l’infermiera Ratched si trasforma in Suor Lucia. Il protagonista Dario Danise interpretato da Daniele Russo è affetto da disturbo istrionico della personalità, attacchi di collera e sessualità compulsiva. È facile immaginare che lo scontro tra lui e la severa religiosa sarà inevitabile e che l’internato dovrà ritrovarsi a tener testa alle provocazioni e alle prese di posizione di entrambi. Gassman, regista ed ambasciatore per l’UNHCR, si concentra sul grande tema vero protagonista dello spettacolo: la libertà. Danise è un cane sciolto, nato nei bassifondi e più volte incarcerato, sovverte di continuo le leggi create dalla severa Suor Lucia, cui dà voce Elisabetta Valgoi, madrina di un ordine perfetto e inattaccabile, in un disperato anelito di indipendenza. Denise si avvicina particolarmente a Ramon Machado interpretato da Gilberto Gliozzi, un uomo dal fisico di un gigante ma dal cuore di un bambino che si finge per anni sordomuto e che non è mai riuscito a superare il rapporto di amore e odio con sua madre e la sua terra natia, soprattutto dopo essere arrivato nel nostro Paese e aver vissuto la miseria, la fame e lo sfruttamento. Fulvio (Daniele Marino), uno dei pazienti balbuziente e convinto di essere una nullità vittima del timore reverenziale nei confronti di sua madre e del suo giudizio, una volta scoperto in atteggiamenti intimi con una prostituta con la quale perde la verginità e aver subito la  minaccia da parte di suor Lucia della rivelazione del suo comportamento alla sua tutrice, per vergogna si suicida. Questo darà il lasciapassare alla suora laica per far subire a Denise un intervento chirurgico di lobectomia. Alla fine, il dramma, la tragedia. Nelle case di cura o manicomi o opg si attuava una pratica terribile, la lobotomia: era un intervento conosciuto anche come leucotomia. Il risultato era il cambiamento radicale della personalità. Il protagonista lo riceve e, quindi, è restituito alla scena senza anima, come vegetale. I compagni di sventura, solidarizzando con Dario Danise e capendo che si tratta di uno stato, purtroppo, irreversibile, lo sopprimono per pietà. Dalla morte, dal taglio, la scintilla di rinascita: Ramon manda in frantumi i vetri che lo rinchiudono e riconquista la sua libertà, la sua vita.