Sull’onda del suono di Giacomo Miluccio

Scritto da , 23 marzo 2018
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Questo pomeriggio nella Sala Scarlatti del San Pietro a Majella verrà celebrato il centenario della nascita del celeberrimo clarinettista e didatta da uno dei più alti rappresentanti della sua scuola, Giovanni De Falco

Di OLGA CHIEFFI

Ricordate la triade Callas, Bergonzi e Gobbi in Tosca, in una delle incisioni più famose della Tosca di Giacomo Puccini, quella per la Emi diretta da George Pretre? La compiuta e appassionata confessione di Mario Cavaradossi “E lucevan le stelle” ha una struggente introduzione affidata al clarinetto, suo il compito di schizzare il puro sussulto psicologico, annientato definitivamente dal corsivo della vita. L’addio alla vita era firmato incomparabilmente dal suono italiano, anzi napoletano di Giacomo Miluccio. Questo pomeriggio, nel suo conservatorio, il San Pietro a Majella, ove studiò con Antonio Micozzi e trasmise i suoi segreti a generazioni di studenti, verrà celebrato nella Sala Scarlatti, alle ore 17,30, il centenario della sua nascita. Primo clarinetto dell’orchestra del Teatro alla Scala di Milano, primo clarinetto e solista dell’orchestra del Real Teatro di San Carlo di Napoli, clarinettista prescelto dal direttore d’orchestra Victor de Sabata, grazie al suo suono inconfondibile di pura e cangiante seta al servizio di un virtuosismo “spinto” ma mai fine a se stesso, come prescrive la nostra scuola di fiati, Giacomo Miluccio fu anche un eccelso didatta, un caposcuola del magistero italiano e compositore conosciuto per Huit Grandes Etudes per il perfezionamento del clarinetto e la Rhapsodie per clarinetto solo, editi da Leduc Paris, una sintesi dell’essenza del suo intendere il clarinetto. Ad omaggiare la figura di Giacomo Miluccio sarà uno dei suoi più prestigiosi allievi, Giovanni De Falco, docente del conservatorio napoletano e l’ensamble Panarmonia, composto da allievi studenti e pupilli di vecchia data del M° De Falco, che vedrà al clarinetto soprano in sib, Gessica Viviani, Michele Tarallo, Luca Papalino, Miriam Zeoli, Francesco Pasquariello, Michele Moronese, Simone Vuolo, Michela De Santis, Umberpiero Caturano, Alessia Parisi, Gilda Crisci e Luciano Marchetta, al clarinetto contralto in mib, Angelo D’Elia, mentre al clarinetto basso in sib, Francesco Di Domenico e Domenico Annunziata. Il programma è un eterogeneo florilegio di brani arrangiati da Umberpiero Caturano. La serata principierà con la struggente e intima semplicità del Mottetto K.618 Ave Verum Corpus, scritto da Wolfgang Amadeus Mozart, nell’anno della sua morte, che farà da giusto preludio al ricordo del M° Giovanni De Falco. L’ensamble riprenderà con le Variazioni su di un tema di Paganini di Kenneth Wilson, partitura che coniuga abilmente l’estro virtuosistico con il rigore della costruzione, attento alla facilità melodica e alla brillantezza cromatica, sulle note del XXIV Capriccio. Gessica Viviani, inaugurerà la serie degli interventi solistici eseguendo lo studio n° 2 di Giacomo Miluccio, una pagina di fresca invenzione. Miriam Zeoli si cimenterà, quindi con il neoclassico “Scherzando” dal concerto per clarinetto e orchestra di Jean Francaix, per poi abbandonarsi alle turquerie della Sonata n°11 in La maggiore per pianoforte di Wolfgang Amadeus Mozart con il suo Tema con variazioni iniziale, il Minuetto e la Marcia che il compositore riesce a fondere con una serie di sottili richiami ritmici, formali e di atmosfere. Seguirà “Il Convegno”, un divertimento per due clarinetti e orchestra di fiati, scritto da Amilcare Ponchielli nel 1856 e dedicato ai suoi amici clarinettisti Achille Peri e Massimiliano Sacchi, in segno del vero affetto che li legava, e gli stessi ne diedero la prima esecuzione sotto la sua direzione, affidato al sentire di Gessica Viviani e Miriam Zeoli. La continuità e, quindi, l’immortalità e universalità della scuola di Giacomo Miluccio sarà rappresentata dall’esecuzione della sua Rhapsodie, non da un unico allievo ma da ben sette solisti, Gessica Viviani, Simone Vuolo, Francesco Di Domenico, Alessia Parisi, Miriam Zeoli, Luca Papalino e Angelo D’Elia, che ne proporranno un frammento ciascuno, giocando sulle infinite sfumature del suono. Finale con l’oriente dei barbari polovesi ricca di un acceso colorismo che avvicina Aleksandr Borodin, alla smagliante brillantezza di Rimskij-Korsakov, tanto energica, chiara e vivace è la sua rappresentazione: ora selvaggia e furiosamente ritmata dal coro dei vincitori, ora delicata e sognante, ora espansa melodicamente ora vorticosamente scandita, come nella chiusa vertiginosa, immagini musicali di intensa, plastica suggestione, divenute simbolo di un intero popolo.

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