SPECIALE TERRA DEI FUOCHI

Scritto da , 17 Gennaio 2016
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Cava Sari, una discarica nel Parco Nazionale: la storia delle proteste

Il primo scontro tra manifestanti e forze dell’ordine avvenne il 4 giugno del 2010. Si avvicinava l’estate, i miasmi emanati dalla discarica Sari, situata in località Pozzelle, nel Parco Nazionale e a poche centinaia di metri dalle case cittadine, era diventati irrespirabili. I cittadini quindi, scesero in piazza. I primi furono i ragazzi del Movimento Difesa del Territorio. Si diceva che in discarica venissero abbandonati i rifiuti di tutta la provincia di Napoli, anche quelli dei Comuni dove la raccolta differenziata non veniva effettuata. In una cava che avrebbe dovuto ospitare rifiuti solidi urbani, veniva sversato ogni tipo di rifiuto. Ad attestarlo, anche alcuni sequestri effettuati ai tempi dalla Guardia Forestale. A dare coraggio ai cittadini fu la “puzza”, ma anche le conseguenze provocate da chi aveva trasformato il Parco in un cumulo di spazzatura: «Le nostre mele crescevano col naso di Pinocchio, le Mamme Vulcaniche pregavano con il Rosario in mano davanti ai camion, affinché non sversassero i rifiuti nella Cava», non sono solo racconti di un’aula di Tribunale, ma anche le dichiarazioni dei cittadini e dei contadini che hanno i terreni nei pressi delle discariche del Vesuvio. Oltre che dei ristoratori, che già allora hanno subito una drastica diminuzione delle affluenze nei loro locali. Alcuni hanno dovuto reinventarsi, ed oggi accolgono i migranti, di concerto con la Prefettura. Ma a spaventare la gente, era la possibile apertura della Vitiello, una cava naturale, sempre nel Parco Nazionale, che era contenuta nel piano rifiuti e che se fosse stata aperta sarebbe stata la più grande d’Europa. I giorni più concitati delle proteste risalgono al 20 fino al 23 ottobre: un cittadino venne denunciato per calpestato la bandiera della Repubblica Italiana all’ingresso della discarica, altri manifestanti si sedettero sull’asfalto con le mani alzate. Striscioni, partecipazione delle scuole, fino ai camion bruciati durante la notte a Terzigno e a Boscoreale. Qui si verificarono spesso vere e proprie sassaiole contro le forze dell’ordine in assetto antisommossa e spintonamenti, con conseguenti scontri, che portarono al segnalamento dei manifestanti. Per bloccare gli sversamenti venivano prese le chiavi agli autisti. Questa è la cronaca cruda di quella protesta ambientalista. Una protesta che in fin dei conti, «Era giusta, si lottava per la vita»: ad affermalo sono stati gli stessi investigatori che hanno indagato coordinati dalla Procura oplontina. I manifestanti si erano organizzati con un gazebo, che notte e giorno accoglieva il presidio. Si riunivano attorno al fuoco e passavano lì il tempo, in attesa che passassero i camion con i rifiuti. Ma poi il gazebo venne sgomberato a dicembre e poco dopo la protesta in strada finì. A maggio 2011 cava Sari raggiunse il limite massimo di capienza e venne chiusa e ad oggi è in fase di gestione operativa, controllata da Sapnapoli ed Ecodeco e la Vitiello è stata “congelata” dal piano rifiuti.

 

LA TESTIMONIANZA:  Venne costruita contro ogni legge morale

«Fu una battaglia in solitudine istituzionale. Avevo tutti contro, dalla Prefettura al ministero dell’Ambiente a quello degli interni. Presentammo un ricorso al Tar, che venne bocciato, non ci fermammo, ci rivolgemmo al Consiglio di Stato, che ci diede ragione». Così l’ex presidente del Parco Nazionale del Vesuvio, Maurizio Fraissiner, ha raccontato in Tribunale. In un Parco si possono effettuare “cambiamenti” solo in caso di calamità naturale. Ai tempi della discarica, riuscì a vincere la sua battaglia: l’emergenza rifiuti non è una calamità naturale. «Ma continuava a ripetersi ciclicamente, fino a che non venne approvata in Parlamento una norma in cui le aree dell’ex Sari e quelle adiacenti, non erano più Parco Nazionale». Il problema però, è che il Vesuvio era anche una Riserva Mondiale della Biosfera dell’Unesco, sito di Importanza Comunitaria ai sensi della direttiva “Uccelli” dell’Ue e zona di protezione speciale ai sensi della direttiva “Habitat” dell’Ue. Ed anche per queste zone vige il divieto di apertura delle discariche. Si fa un nuovo ricorso al Tar e nel frattempo viene allargata una strada tra i vigneti del Lacryma Christi e cava Sari viene aperta. Nel 2010 «La società Ecosistem srl, che si occupava del monitoraggio acque di falda della discarica ex Cava Sari di Terzigno aveva registrato criticità relative al superamento dei valori massimali, in particolare il cadmio. Poi l’Ecosistem fu sostituita alla società Natura srl ed inspiegabilmente i valori rientrarono nella norma». Dalle analisi del chimico Moscariello, (vedi a fianco ndr), le falde acquifere erano compromesse. Ad oggi la discarica è in fase di gestione operativa per il trattamento del biogas.

 

IL PROCESSO: Dopo 5 anni di udienze, il pm ha chiesto 9 assoluzioni

Una manifestazione stroncata nel 2011 con 31 avvisi di conclusione delle indagini, a carico di altrettanti cittadini, appartenenti o meno ai movimenti della rivolta ambientalista. Una manifestazione che vide il suo apice tra settembre e dicembre del 2010, e che in realtà iniziò il giorno stesso in cui uno scellerato piano di gestione dei rifiuti decise di aprire una discarica al confine tra Boscoreale e Terzigno, nel Parco Nazionale del Vesuvio, patrimonio dell’Unesco, a 200 metri dalle case. Gli avvisi di garanzia arrivarono esattamente un anno dopo l’animata protesta, il 10 ottobre, dando il via all’iter giudiziario che è ancora in corso presso il Tribunale di Torre Annunziata. La settimana scorsa il pm Marco Mansi ha chiesto l’assoluzione per 9 dei 20 imputati accusati a vario titolo di resistenza, minacce, interruzione di pubblico servizio e diffusione di notizie false durante i disordini sulla rotonda ribattezzata, “4 giugno”. «Nel 2010 a Cava Sari il clima era teso, ma molti reati non sono stati commessi», ha affermato Mansi durante una lunga requisitoria, che ha pian piano tentato di smontare le accuse nei confronti del Movimento per la Difesa del Territorio e motivare le richieste di assoluzione. Tra i fatti contestati (spiegati nella pagina accanto), ci sono l’occupazione del Comune di Boscoreale in Piazza Pace, il blocco dei binari della stazione della Circumvesuviana a Trecase, il blocco degli autocompattatori che giungevano in via Panoramica e in via Passanti per conferire i rifiuti in discarica ed altri. La pubblica accusa ha quindi accolto la strategia difensiva del folto collegio di avvocati- composto tra gli altri da Liana Nesta, Arturo Panariello, Donato De Paola, Cristian Valle e Gorgia Bonamassa- che in 5 anni hanno portato in aula i video delle proteste caricati sul web, per dimostrare che gli imputati non hanno commesso i fatti contestati, oltre che personaggi autorevoli che si occupano quotidianamente della della Terra dei Fuochi. In particolare è stata contestata l’occupazione del Municipio: «Non c’è stato un reato- ha affermato Mansi- perché i ragazzi furono trovati dalla polizia all’ingresso, esponendo uno striscione di protesta dal balcone». O anche il blocco dei binari, che per il pm non ci sarebbe stato. La richiesta massima di condanna è a 1 anno e 8 mesi, la minima 3 mesi, ma a fare scalpore sono le richieste di assoluzione. Il verdetto è atteso al 23 febbraio. «Noi lo sapevamo dall’inizio- hanno affermato gli attivisti antidiscarica- Questo purtroppo è un processo nato da chiare ed evidenti responsabilità politiche. Perché oltre che indagare noi, non hanno scavato a fondo su cosa c’era dietro a quello scempio?». Tra gli avvocati è Liana Nesta a parlare: «Sono appagata solo in parte, perché tutti sono innocenti. Lo dimostreremmo prima della sentenza».

 

LA LOTTA: Le Mamme Vulcaniche: «Il danno è stato fatto, non c’è rimedio ma bisogna informare»

In questi giorni è tornata di attualità la discussione sulla discarica Sari a Boscoreale, uno dei gruppi più attivi per la difesa del territorio è stato quello delle “Mamme Vulcaniche” che ancora oggi intende mantenere il suo impegno per la salvaguardia della salute. Luisa Lettieri, presidente delle Mamme Vulcaniche, ha dichiarato: «Il danno è stato fatto e non c’è rimedio. Non si può parlare di bonifica per la particolare situazione della discarica Sari. I danni sono ormai conclamati come si vede dalla percentuale di mortalità per cancro in questo territorio, a cominciare dai bambini. Finalmente si comincia a capire che c’è un nesso di casualità tra sversamento dei rifiuti e salute pubblica, questo ci rallegra e ci rattrista perchè noi lo gridavamo dai tempi delle proteste in rotonda. Non è stato fatto niente nè dalle amministrazioni locali nè a livello regionale o statale». Come detto le Mamme Vulcaniche non hanno terminato la propria opera: «Ora la lotta si è spostata dalla strada ma noi Mamme Vulcaniche non stiamo ferme, attualmente il nostro scopo è informare le persone, per questo teniamo degli incontri con le scuole in cui spieghiamo di informare i ragazzi. Il nostro scopo è quello di educare ed informare, l’8 marzo abbiamo in programma di organizzare uno screening dedicato alle donne. Vogliamo che non si ripeta quello che è avenuto 5 anni fa, quando ci siamo ritrovati una discarica sotto da casa da un giorno all’altro». Per finire alcune parole sui cittadini coinvolti a processo: «Siamo sempre stati vicini ai ragazzi che hanno avuto problemi giudiziari in seguito alle proteste, alcune Mamme Vulcaniche hanno anche testimoniato a loro favore. Noi appoggiamo la loro lotta, sono persone che hanno lottato come noi per un diritto importantissimo, il diritto alla salute. L’unico che dovrebbe essere condannato in tutta questa storia è lo Stato».

Nicola Mirone

 

DOV’E’ LA VERITA’?: Le rivelazioni choc del prof Angelo Genovese, raccolte in un dossier, nelle mani dei magistrati

«La prima volta che denunciai gli interessi della camorra sostenuti dalla politica era il 1989, insieme allo sversamento di rifiuti tossici e nocivi nelle discariche di Terzigno ed Ercolano e l’assoluta inidoneità di Cava Sari e Cava Vitiello». A parlare è il professore Angelo Maria Genovese, 56 anni, insegnante di zoologia alla Facoltà di Veterinaria dell’Università Federico II di Napoli. Nel 2010 ha partecipato alle proteste antidiscarica ed è finito nel registro degli indagati per minacce a 3 poliziotti. La pubblica accusa ha chiesto che venga assolto. Genovese ha la sua verità sul presunto traffico illecito i rifiuti tossici e ne ha scritto un dossier di 45 pagine. Quattro capitoli contenenti foto, allegati, documenti, che ha già affidato alla seconda sezione penale del Tribunale oplontino, che potrebbe decidere di indagare ancora. «Quelle proteste- ha affermato il professore- hanno dimostrato che da parte delle istituzioni non c’era la volontà di ascoltare i cittadini. Sono accaduti episodi di scorrettezza istituzionale già molto prima del 2010. Alle 4.30 del 14 novembre del 2008 ad esempio fummo svegliati dagli elicotteri che sorvolavano le nostre case e forze dell’ordine dappertutto. L’esercito aveva recintato con i cavalli l’area della discarica e nel 2009, grazie alle nostre lotte, il Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio decise di sospendere i lavori. Il 30 dicembre dello stesso anno, la Conferenza dei Servizi bloccò l’approvazione della Valutazione di Impatto Ambientale per Cava Vitiello. Poi però il governo Berlusconi prorogò lo stato di emergenza al 2011 e il Consiglio dei Ministri diede parere favorevole per Cava Vitiello». Questa è storia che era già stata scritta ai tempi della discarica e su cui ad oggi, non pare siano state aperte inchieste da parte della magistratura. «Carmine Schiavone (pentito dei Casalesi morto a febbraio ndr) nel 1997 raccontò alla Commissione Parlamentare di inchiesta sul ciclo dei rifiuti, che quelli “tossici interrati in Campania provenivano da Massa Carrara. Denunciai 7 anni prima di lui, insieme a Legambiente, cave invase da fusti con scorie industriali e fanghi di origine ignota. E se ci avessero dato ascolto, lo Stato avesse risposto con la repressione, sarebbero stati risparmiati almeno 24 anni di veleno».

 

GLI ESPERTI: «Il registro tumori è stato possibile grazie alla rivolta»

Vi riportiamo alcuni stralci delle dichiarazioni in aula dei testimoni di difesa che hanno preso parte alle udienze sul processo di cava Sari. Tra questi, l’oncologo del Pascale di Napoli e membro dell’Isde-Medici Campania, Antonio Marfella: «Ricordo di un’infernale puzza chimica, a Terzigno i bimbi muoiono di cancro. Gli attivisti lottavano contro lo sversamento di rifiuti tossici nascosti sotto quelli urbani. La gente ha fatto bene a ribellarsi, perché in Campania ancora oggi non esiste una discarica a norma per i rifiuti speciali, nonostante se ne producano 20mila tonnellate al giorno. Nessuno sapeva la verità. Vedevo cataste di amianto già nel 2007, rifiuti accatastati a 300 metri dalle scuole, fino a che il camorrista di turno bruciava tutto. Il registro tumori- continua- è stato possibile grazie alla rivolta della gente». Mauririzio Fraissinet, ex presidente del Parco Nazionale del Vesuvio, si oppose alla discarica Sari e Pasquale Raia, veterinario dell’Asl Na1 ha affermato che era in corso un cambiamento della fauna del Parco, e che a causa degli uccelli migratori, le particelle della spazzatura potevano essere portate in altri paesi, provocando malattie o estinzioni. La Cava, nel 2010 era off limits, come afferma Michele Moscariello, l’esperto chimico chiamato come consulente dai Comuni di Terzigno e Boscoreale, per effettuare indagini ambientali: «I controlli erano blindati. Oggi non è stato fatto ancora niente. Pur essendo autorizzato ai controlli, non potevo muovermi all’interno della zona militare e mi impedivano di scattare foto ai materiali usati per coprire la Cava».

 

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