Simboli e tradizioni in Cavalleria e Pagliacci

Scritto da , 29 Agosto 2021
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In una prima, in cui abbiamo notato l’assenza del sindaco Napoli, ma la presenza dell’assessore musicofilo Antonia Willburger, lodi a Daniel Oren e all’orchestra su tutti e alle due protagoniste Ekaterina Semenchuk e Nino Machaidze. Delude Gianluca Terranova in Canio

 

Di Olga Chieffi

Serata di fine estate, mercoledì sera, all’arena Ghirelli per “Cavalleria Rusticana” di Pietro Mascagni e “Pagliacci” di Ruggero Leoncavallo, il dittico per eccellenza affidato alla regia di Riccardo Canessa e alla bacchetta di Daniel Oren. L’abbraccio del pubblico non è mancato, all’appuntamento con la lirica, capitanato, stavolta non dal primo cittadino, ma dall’assessore alla cultura Antonia Willburger, da sempre tra i più appassionati musicofili cittadini. Il preludio di Cavalleria ha inaugurato la serata. Spicca, sia nella regia, che nell’esecuzione la protagonista assoluta dell’opera: Santuzza, donna ribelle ad una società maschilista e alle sue imposizioni. La Santuzza della Ekaterina Semenchuk è fortemente caratterizzata, umana fino al midollo, una donna disperata, lacerata dall’amore e dalla gelosia, passionale e impulsiva. Un’ interpretazione, la sua, supportata dall’abilità vocale dell’artista, che riesce a mantenere un suono incisivo lungo tutta la sua estensione, con gravi solidissimi e acuti vigorosi, e con una gestione sopra le righe delle dinamiche. Azer Zada è forse ancora troppo giovane per impersonare Turiddu, ma ha offerto un’interpretazione dignitosa del ruolo. La scena creata da Troisi e Canessa vede la  sagoma della chiesa, protagonista,  un luogo più simbolico e reale, tenuto vivo dalle relazioni umane e alimentato da sentimenti e passioni universali con i personaggi che sono tragicamente attori di un rito, che li vede protagonisti della potenza archetipica. La chiesa si trasforma nel sepolcro di Cristo, nel corso de’ O scuntro pasquale, nel luogo ove in solitudine Santuzza e Turiddu pensano al loro disperato futuro, nella porta che resta chiusa dinanzi alle lacrime e alle imprecazioni di Mamma Lucia, dopo il primo urlo (a mezza voce) “Hanno ammazzato compare Turiddu. Bene Franco Vassallo nei panni di Alfio, latore di un’estrema chiarezza della parola, in perfetta linea del credo verista, in ottima sintonia con i cambiamenti d’umore caratterizzanti il carrettiere, giovane e fresca la voce di Martina Belli, nell’aria di Lola “Fior di Giaggiolo”, così come ha tenuto bene Agostina Smimmero nel ruolo di Mamma Lucia. Per Pagliacci, Canessa ha pensato di creare quel delirio tra realtà e finzione, attraverso l’animazione di pertichini rappresentanti la Lollo, la Mangano, Vittorio De Sica e Anna Magnani, in film caratterizzanti gli anni ’50 quali Pane amore e…fantasia, Riso Amaro e Roma Città aperta. Questi mimi posti in scena all’inizio come manichini prendono vita come fuori usciti dai manifesti originali sulle mura della città, per poi ritornare tali alla fine della rappresentazione, allo squassante motto di Tonio “La commedia è finita”. Queste eroine del nostro grande cinema sono state sempre presenti in palcoscenico, facendosi interpreti  dei pensieri di Nedda nel momento in cui rifiuta la sottomissione ad un marito violento oltre che geloso in maniera morbosa, scegliendo di non macchiare la propria dignità di donna innamorata e rinunciare al sogno di libertà con Silvio, ritornando come truccatori delle maschere per la commedia, tra cui abbiamo intravisto addirittura un pagliaccetto in marsina e bombetta, quasi un’evocazione di Charlot. Un’invasione continua della scena da parte dei mimi che, a nostro parere è risultata eccessiva ed immotivata, in un’opera quale è Pagliacci. L’omaggio a Caruso, ideato da Canessa per l’occasione è riuscito perfettamente dal punto di vista scenico, realizzato con le immagini di Enrico in abiti di scena e attraverso la ricostruzione del suo camerino, dopo averlo fatto sortire con la famosa valigia di cartone in mano, insieme a Nedda. Sul muro, lo specchio. Lo specchio del pagliaccio, che cattura il cambiamento, l’inganno, quello della realtà e quello della finzione, che è esso stesso specchio della vita, un gioco serio che ad essa ci sveglia. Terranova ha inteso essere proprio Caruso in scena, ma lo ha imitato così bene, che negli acuti, veramente tutti, abbiamo ascoltato la polvere e i fruscii dei 78 giri dell’epoca, coperti dal mestiere con singhiozzi e tentativi di declamato. La splendida Nino Machaidze è stata una Nedda, dotata sia di volume, che di timbro piacevole, di centri e gravi pieni, come di acuti di velluto, che le hanno permesso di delineare una Nedda voluttuosa, ma anche melanconica, nostalgica, sognante ed amara. Il duetto con Silvio, un perfetto Biagio Pizzuti generoso e dotato di grande eleganza interpretativa, è risultato passionale e dolce. Ottima impressione ha fatto il Tonio e il Prologo di Franco Vassallo, esibito con voce ben timbrata e due Sol di grande intensità, oltre la superba interpretazione del “toccato dalla Natura”, reietto incattivito dalla società, così come pure il Beppe di Francesco Pittari. Daniel Oren è verista di lungo corso: è molto raro sentire Leoncavallo e Mascagni suonati con così tanta cura dei dettagli, ma anche senza alcun timore dei grandi slanci melodici, di cui i due compositori sono famosamente generosi, anche se all’inizio di Cavalleria è stato tradito da un service non perfetto, così come il coro preparato da Francesco Aliberti. In Pagliacci, invece, esecuzione perfetta da parte di tutti, ad esclusione di Terranova: suono contrastato ma equilibrato, per serrare la partitura con drammaticissima tensione,  anche nei momenti apparentemente più distesi (un brivido, anche se all’aperto, all’attacco in pianissimo degli archi in “E allor perché” di Silvio). Applausi per tutti e in particolare per i piccoli delle voci bianche preparati da Silvana Noschese, ben comportatisi su di un palcoscenico musicale di non semplice lettura.

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