Si solleva il “velo” sulla Biennale salernitana

Scritto da , 17 ottobre 2016
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Messaggi forti, opere interessanti, ma una grande superficialità organizzativa come ad esempio opere senza didascalie da parte degli organizzatori Olga Marciano e Giuseppe Gorga

Di ANTONIO AVALLONE
Un caleidoscopio di emozioni. Se dovessimo trovare una definizione, questa sarebbe la migliore per la mostra Biennale d’Arte Contemporanea che è stata inaugurata sabato sera, a Palazzo Fruscione, fortemente voluta dall’amministrazione comunale e curata da Olga Marciano e Giuseppe Gorga, un modo di animare il cuore di Salerno, alla vigilia della grande kermesse delle luminarie. Numerosi gli artisti paganti per avere accesso agli spazi, al concorso e in particolare al catalogo in vendita a 40 euro, anche nella giornata inaugurale, e numerose le difficoltà per poter ammirare le molteplici, e anche interessanti, opere d’arte presenti alla mostra: sale sovraffollate, prive di controllo (ammirevole il tentativo delle giovani studentesse del liceo Alfano I), un solo ascensore a disposizione, non potendo così abbattere le barriere architettoniche. Appena entrati ci si accorge di un altro problema: tutte le opere mancano di titolo e descrizione, lasciando spazio solo al nome dell’artista: è giusto porre l’attenzione sugli artisti, ma è altrettanto giusto che una persona che guarda l’opera sappia almeno come si chiami. Le opere sono tutte interessanti, e uno dei punti di forza della mostra è il poter confrontare opere italiane con opere straniere, in alcuni casi persino di altri continenti, così come quelle di artisti affermati come ad esempio le illustrazioni per il Don Chisciotte di Mimmo Paladino o le creazioni di Jannis Kounellis, Mimmo Paladino, Mimmo Rotella, Giosetta Fioroni.Da segnalare è sicuramente l’opera di Park Seung Wan, concepita secondo la doppia tecnica della scultura e della pittura. Una donna seduta su un gradino, nulla più di questo, ma il busto è dipinto e composto integralmente da farfalle, simbolo di leggerezza; le gambe, scolpite, riportano chi guarda con i piedi per terra, fondendo lo straordinario senso di leggerezza con la solidità della realtà. Di denuncia, e anche forte, è l’opera di Laura Larocca, esemplare connubio di immagini e video: lo spettatore viene invitato ad osservare una pianta, la camalotes, proiettata sul proprio corpo. Questa pianta è straordinariamente preziosa per gli animali e per la purificazione dell’acqua, riuscendo a liberarla dai materiali pesanti. Eppure nell’immaginario umano questa pianta è una piaga, quindi proiettandola sul corpo del visitatore l’artista spera di far capire all’uomo l’errore che commette di continuo. Un’altra intuizione da segnalare è il capolavoro di Anna De Rosa: un omaggio alle gemelle di Shining del compianto maestro del cinema Stanley Kubrick. Il dipinto di per sé non rivela particolari da segnalare, ma dopo una breve chiacchierata con l’artista – una delle poche presenti – emerge che è stato dipinto con cosmetici riciclati: una trovata assolutamente geniale, che fa sì che l’opera diventi spunto per riflessioni audaci. Il maestro Lucio de Simone, invece, ci dà la rappresentazione di un’arca, recante al lato la scritta “L’Umanità”, ma su cui non c’è nessuno. Dal mare su cui viaggia si intravedono delle braccia, e là dove il mare diventa rosso, perché sporco di sangue, le braccia non cercano più un aiuto, ma sono ormai prive di qualsiasi spinta vitale. Fa molto riflettere quest’opera, che fa tornare in mente ai più attenti il brano “Blu” di Irene Fornaciari, escluso all’ultimo Festival di Sanremo. Un’ultima menzione la merita l’artista Regina Senatore, che ha creato un omaggio ad Agostino Bonalumi, artista scomparso nel 2013, celebre per essere quasi l’antitesi di Fontana: come Fontana tagliava le tele per andare al di là di esse, così Bonalumi sembra far emergere le sue opere dalla tela. L’artista salernitana gli ha reso omaggio con una serie di pannelli di rame sbalzato, ricordando le tecnica del maestro. Per il resto poco altro di interessante e tanta, forse troppa confusione. Una bella iniziativa: magari evitare di far masticare cibo durante la visita sarebbe più rispettoso per gli artisti, ma soprattutto per l’Arte.

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