Sergio Scatizzi la vocazione del colore

Scritto da , 8 maggio 2016

Ieri mattina è stata inaugurata con un drink alla presenza dell’assessore Mimmo De Maio, presso la galleria di Lelio Schiavone e Antonio Adiletta, la mostra comprendente 18 opere dell’artista toscano testimoni di quella lunga e ferace amicizia durata sino alla sua scomparsa.

Di OLGA CHIEFFI

Il maggio della galleria Il Catalogo di Lelio Schiavone e Antonio Diletta è stato interamente dedicato alla storia di una lunga collaborazione e amicizia tra lo storico spazio espositivo e l’artista toscano Sergio Scatizzi. Il vernissage della mostra “La vocazione del colore“, che ha salutato la partecipazione tra gli altri dell’assessore Mimmo De Maio, propone 18 dipinti, olii che Lelio e Antonio hanno conservato gelosamente quali testimoni di un lunghissimo periodo di rapporti e che vanno dagli anni ’60 sino alle ultime personali di Scatizzi nella galleria salernitana. Le opere in esposizione (fino al 4 giugno 2016), sono testimoni del suo corpo a corpo solitario con la materia cromatica fissato in pitture succose e dense, a lungo odorose e molli: in esse il pennello cede il posto alla spatola e la spatola lavora come una cazzuola, mentre il colore modellato plasticamente diviene grumo floreale, nuvola incombente, zolla e raccolto, muraglia e deserto, filare di tomi, catasta di marmi. Nelle sue tele conta di più il ricordo e la memoria di tutto il resto ed è la forza creativa ed evocativa della sua arte a rendere straordinariamente umanizzati e definiti i paesaggi della Valdinievole, le terre di Volterra, gli squarci della Maremma. E non importa se si tratta dei dipinti del primo periodo, dove il tratto è lento e strisciante sulla tela o delle opere degli anni ’80-‘90 del Novecento, in cui dalle sue tele emerge una nuova forza data da colori accesi e pennellate vigorose, rimane immutata la sua straordinaria capacità a rappresentare la natura attraverso il ricordo e la memoria, allontanando la raffigurazione da ogni pretesa narrativa e lasciando alla società il suo bisogno eterno di bellezza. L’incanto triangolare fra Scatizzi, il supporto e il colore si ricrea nuovo affresco ad ogni quadro, che nell’appartenere a una fase, a un filone, a un “periodo” di tipo picassiano è anche però, e soprattutto, se stesso. Come se ogni paesaggio fosse visto e ritratto per la prima volta, come se ogni combinazione di forme astratte ricavate entro i colori venisse alla luce con la propria fatica e il proprio rischio, sorprendente e giovane come una creatura appena nata. La sua stesura-segno, servendosi di sovrapposizioni di grumi che compongono le variazioni dal piano, non lacera la materia, ma la modella e la costruisce fino a darle una consistenza di grande forza evocativa e creativa. Sino alla fine con giovanile energia ha continuato ad esprimere nelle sue opere tutta la sua felicità nel dipingere che lo porta a rinnovare ancora le sue e le nostre emozioni, con quella inconfondibile qualità di impasti, di ampi tocchi di spatola e di tagli che divengono misuratori esatti di spazi, di distanze che scarnificano lo scheletro invisibile di una metrica antichissima ed essenziale.

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