Scomparso il sarto salernitano Giuseppe Bellini

Scritto da , 22 Agosto 2015
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Ci sono al mondo due scuole sartoriali, due paradigmi per l’abbigliamento classico maschile, strettamente collegate e imparentate tra loro. Il primo è lo stile anglosassone, che ha il suo epicentro in Londra e più specificatamente a Savile Row, la strada delle sartorie. Gli inglesi hanno determinato il costume maschile negli ultimi secoli, tanto che se andassimo a guardare l’etimologia di capi presenti nei nostri armadi (dal trench ai tweed, dal blazer al cardigan, dalla cravatta regimental allo smoking) ne scopriremmo un unico comune denominatore e una sola lingua. La seconda è napoletana. Non italiana ma solo partenopea. E’ lunga, molto lunga, la storia della sartoria maschile napoletana, è piena di grandi nomi, e di grandi storie, di famiglie che hanno iniziato in piccole botteghe e che ora sono a capo di grandi industrie, il loro estro, l’incomparabile manualità, l’opulenza dei negozi e la raffinatezza delle stoffe affascinano re e capi di stato. Le strade della città accolgono la nobiltà europea e i sarti la vestono di nuovi tagli e colori, dettando le tendenze dell’epoca. Prima da De Nicola in via Partenope, il primo sarto napoletano la cui fama ha superato i confini nazionali, e poi dal maestro Raffaele Sardonelli e dalle famiglie Caggiula e Rubinacci. Fino al 1930 il gusto napoletano si identifica in prevalenza con quello anglosassone, ma negli anni successivi, quel rigore irremovibile e intransigente dell’eleganza inglese tra le mani dei napoletani comincia ad alleggerirsi, lasciando spazio al comfort. La sartoria napoletana continua la sua ascesa: il Novecento è il suo momento ai nomi storici si aggiungono Marinella, Kiton e Isaia, capaci di trasformare piccole botteghe artigiane in grandi industrie simbolo dell’eleganza made in Naples. Le giacche si accorciano, le linee si ammorbidiscono, i tessuti anche quelli più pesanti sono trattati con tale sapienza da risultare confortevoli e portabili. Un rapido rinnovamento dettato e imposto dall’altissima qualità artigiana dei nomi che si sono imposti sulla scena sartoriale partenopea. I depositari dei segreti della eccelsa sartoria napoletana sono proprio Giuseppe e Nunzia Bellini, presso questa scuola formatisi e sposati, non appena impossessatisi di quella arte fatta di dettagli. Ieri è venuto a mancare ai vivi il Maestro Giuseppe. L’atelier di via Carmine, fondato con tanti sforzi nel 1962 ha celebrato nel 2013 i cinquant’anni di presenza nell’abbigliamento su misura per uomo e per donna, testimoniati dai riconoscimenti di una clientela nella quale si ritrovano noti personaggi dello spettacolo, della politica, dello sport. Infatti, ha vestito Peppino di Capri, Eduardo De Crescenzo, Christian  e Giuseppe Cionfoli,  e ancora i calciatori  tra cui Zoff e Juliano, i politici dell’onda lunga socialista, Carmelo Conte e l’immarcescibile Ciriaco De Mita, presentando in diverse edizioni del Festival di Sanremo le sue creazioni “hand made in Salerno”. Oggi, quell’eleganza naturale, distinta e virile tipica dello “stile napoletano” continua nell’atelier Bellini, che mantiene fede alla tradizione, interpretando con creatività e personalità, i valori distintivi delle linee guida del Maestro Giuseppe. L’eleganza è la fisionomia dello spirito affermava Schopenauer e l’uomo che veste Bellini ha classe e si muove in scioltezza. Il suo taglio è l’elemento distintivo di un modo di essere lontano dalle tendenze passeggere, ma piuttosto simbolo di un’eleganza senza tempo e di una classe disinvolta e decisa, un taglio unico, che lo distingue da ogni altro capospalla, nato per lasciare spazio al movimento, per assecondare quell’urgenza espressiva dell’uomo mediterraneo, la sua parola, il suo pensiero, che si fa segno. L’atelier Bellini continuerà secondo i dettami del Maestro Giuseppe ad essere il tòpos, il dove, che, localizzando, determina una cosa come cosa-per-l’uomo, che diventa condizione dell’esistenza, punto di riferimento dell’esperienza, che consente la progettualità e l’attuazione, aprendo alla storia e all’ arte  sartoriale, alla scuola, assumendo, quindi, la caratteristica comunicativa o sociale di “luogo familiare”, mentre la familiarità del luogo ha assunto il tratto di condizione necessaria di ogni progettualità, restituendo qualcosa di una drammaturgia segreta, nella quale continueranno ad annodarsi rapporti empatici, nascite, emozioni, che porteranno tutti, lavoranti e clienti a fare parte della grande famiglia di Giuseppe Bellini. (o.c.)

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