Scafati. Sanità nell’Agro: situazione insostenibile. Odissea pronto soccorso, ecco cosa succede

Scritto da , 16 marzo 2016

Di Adriano Falanga

La vicenda di Raffaele Granata solleva, ancora una volta, l’annoso problema della mancanza di un Pronto Soccorso a Scafati. Una chiusura scellerata disposta nel 2010 dando seguito al decreto regionale 49. Il Mauro Scarlato di Scafati non solo perse il suo Pronto Soccorso, ma venne letteralmente smembrato e riconvertito. Oggi esiste una struttura dotata di un qualcosa di simile ad un primo intervento, e una serie di reparti non “connessi” tra loro in quanto amministrativamente lo Scarlato è sotto la guida di quattro direzioni sanitarie: Nocera, Sarno, Pagani e quel che resta Scafati. Il Primo Intervento, che pure dovrebbe essere strutturato per gestire e stabilizzare i casi urgenti, nonché trattare tutti i casi non gravi, ad oggi non è stato ancora potenziato così come disposto dal piano aziendale dell’Asl. E nonostante i ripetuti appelli delle forze politico associative, la Regione Campania a guida Enzo De Luca non ha ancora chiarito la sua posizione sulla struttura scafatese. Tenerla chiusa o reinserirla nella rete dell’emergenza? Resta che la prima città dell’Agro Nocerino Sarnese, nonché terza dell’intera provincia salernitana quanto a numero di abitanti, è priva di un’idonea struttura emergenziale. Il decreto 49, almeno sulla carta, nel chiudere Scafati andava a potenziare il presidio ospedaliero di Nocera Inferiore, facendolo diventare il punto di riferimento degli oltre 350 mila utenti che serviva lo Scarlato, elevandolo a struttura complessa di III livello. Basta però recarsi al pronto soccorso dell’Umberto I° per verificare che la realtà è molto differente. Una struttura al collasso da anni, poco personale, per un numero di interventi che si aggira sui 75/80 mila l’anno. Eppure, in Regione Campania proprio non è chiaro che la rete dell’emergenza dovrebbe essere certamente coordinata, ma del tutto autonoma dalla rete ospedaliera. Non tutti i casi sono da ricovero, e non tutte le chiamate al 118 sono da Pronto Soccorso. Fonti interne stimano in un 40% circa il numero dei codici bianchi e verdi in quelle 80 mila prestazioni annuali. Pazienti tranquillamente trattabili con l’ordinario sistema dei medici di famiglia, o della guardia medica. Un abuso dei pronto soccorso che danneggia chi ne ha realmente bisogno. E molto spesso, questi codici bianchi sono anche coloro che mostrano segni di irritabilità quando si rendono conto della lunga attesa a loro riservata. Coliche, tagli, fratture, e tutte quelle patologie che non compromettono le funzioni vitali, in pazienti in buona salute, possono e dovrebbero essere trattate in strutture diverse dal Pronto Soccorso, come il Primo Intervento ad esempio, che a Scafati aspetta ancora di essere organizzato come la norma prevede, e per il quale il direttore sanitario Aristide Tortora sta portando avanti una battaglia a suon di carte bollate. Non solo codici bianchi, al Pronto Soccorso finiscono anche i malati cronici, coloro per cui è nota la patologia, e i sintomi possono solo essere trattati, non guariti. E’ il caso ad esempio dei malati oncologici o dei cirrotici. Pazienti che, per la loro particolare patologia, non necessitano di cure ospedaliere ma di trattamenti domiciliari. Ed è questa la sfida che la Regione Campania deve recepire e vincere, realizzare un’assistenza sanitaria efficiente che tenga davvero conto della diversità che esiste tra rete dell’emergenza, rete ospedaliera, e rete dei pazienti cronici. Per fare ciò occorre una politica, vera e concreta, di razionalizzazione della spesa sanitaria che non passa necessariamente per i tagli orizzontali. Il decreto 49 ha certamente apportato benefici economici, ma questi sono frutto di tagli ai servizi e non certo della loro ottimizzazione. E’ ora di cambiare pagina, e decidere di essere un paese davvero civile.

ODISSEA PRONTO SOCCORSO: IL SOVRACCARICO DELL'UMBERTO I°, L'IRRANGIUNGIBILITA' DI QUELLO DI SARNO

2-paziente barellaGli operatori del 118 lo sanno bene, ogni volta che intervengono nell’agro nocerino nasce un dramma nel dramma: “dove portiamo il paziente?” Questo perché il pronto soccorso di riferimento, quello del presidio ospedaliero Umberto I° di Nocera Inferiore, è perennemente intasato. A dire il vero, il decreto 49 decise anche che a restare aperto doveva essere pure il pronto soccorso del Villa Malta di Sarno, ma quella struttura incarna la tipica “cattedrale nel deserto”, perché non è facilmente servita da strade primarie, e raggiungerla comporta un serio rischio di perdersi, per chi non conosce bene la strada. E’ vicino l’autostrada certo, peccato però che si tratta della A30, che serve il nolano, e non l’A3, che attraversa l’agro nocerino. Arrivati a Nocera comincia la via Crucis. Se hai accompagnato con l’auto qualcuno, sei costretto il più delle volte a lasciarla accesa, scendere e cercare una sedia a rotelle per il trasportato. Non è detto che ne trovi una libera, perché con il pronto soccorso pieno spesso tutte le sedie sono dentro il triage, a sostituire provvisoriamente i lettini, nel mentre se ne libera uno. Lasciato il paziente in sala d’attesa, devi spostare l’auto. Qui scopri che l’unico parcheggio è quello a pagamento adiacente l’ospedale, costa poco meno di 2 euro (a cui nel caso devi aggiungere altri due euro per aver preso l’autostrada). All’accettazione ti viene dato un codice, un infermiere stando dietro un vetro, sulla base di ciò che dichiari e che lui può intravedere, decide il “colore” da assegnare. Questo regolamenterà il tempo di attesa in sala. Sappi che un codice bianco o verde aspetterà a lungo, molto a lungo. Sappi anche che questi codici però non hanno bisogno di pronto soccorso, perché trattabili tramite medici di famiglia o guardia medica. Una volta nella triage, sarai visitato e come da protocollo, il dottore di turno disporrà i necessari accertamenti. Da questo momento comincia la vera odissea, quella dei tempi di attesa. Chi scrive è stato costretto a servirsi del pronto soccorso nel 2014, sei volte in dieci mesi. E che tu arrivi in ambulanza, o con l’auto, poco conta. Il codice era sempre giallo, trattandosi di paziente cronico, ampiamente registrato in ospedale per i ripetuti ricoveri. Questo però non basta ad evitarti la “trafila” degli accertamenti, è il protocollo che lo impone, pare. Nella triage non ho mai trascorso meno di tre ore, arrivando anche a 5. E ogni volta che il dottore realizzava che doveva ricoverare il mio malato, era un dramma: Dove “piazzarlo”? Questo perché il povero camice bianco sapeva benissimo che i reparti sopra erano intasati, pieni oltre il prestabilito. Allora cominciava il giro di telefonate ai reparti, che terminava sempre con la stessa frase: “dobbiamo ricoverarlo in barella, perché i letti sono tutti occupati, lei acconsente?” E certo, l’unica alternativa era portarlo a Vallo della Lucania, non proprio dietro l’angolo. Firmavi il ricovero in barella e salivi sopra. Qui ti aspettava l’inferno del reparto “medicina”, dove nonostante tutto ho sempre trovato personale medico e paramedico professionalmente valido e disponibile. Dopo qualche giorno si liberava un letto, e il paziente poteva lasciare la barella che aveva “preso” nel pronto soccorso. Non è escluso che ti ritrovavi in una stanza femminile, con paziente maschile, o viceversa. Il personale piazzava nel caso dei separé, cercando di garantire un minimo di privacy. I cuscini dovevi portarli da casa, e a volte anche le coperte, perché in quel reparto i ricoverati sono sempre oltre il numero stabilito, e il materiale a disposizione è in rapporto ai posti letto, non ai posti in barella. Per tutto il resto, armarsi di tanta pazienza e se hai fede, comincia a pregare.

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