Scafati. Pianifica la bocciatura per non vedere più il compagno di scuola bulletto

Scritto da , 24 aprile 2017

Di Adriano Falanga

Aveva pianificato la sua bocciatura a scuola, pur di non rivedere più in classe il compagno che lo bullizzava. La storia che raccontiamo oggi è legata a Ciro (nome di fantasia), dodicenne alunno di una scuola media scafatese. Ciro è un ragazzino diligente, studioso ed educato, essendo molto goloso ha accumulato qualche chilo di troppo. Un motivo per il quale uno dei suoi compagni di classe lo schernisce ossessivamente, tanto da rendergli impossibile frequentare le lezioni. Il ragazzino subisce in silenzio gli sfottò e i soprusi, e lentamente comincia a chiudersi in se stesso e a volersi rifiutare di andare a scuola. I genitori notano lo strano cambiamento del figlio, e incontrando i suoi insegnanti apprendono che anche la sua condotta scolastica è precipitata. Con pazienza e tramite l’aiuto di uno psicologo, viene fuori la triste verità: il ragazzo, stanco di essere preso in giro e non solo, aveva deciso di perdere l’anno scolastico, ritenendola unica soluzione per non rivedere più il suo “persecutore”. Ma il caso di Ciro non è certo l’unico, anzi, a Scafati il fenomeno è in linea con il triste dato nazionale. Trattandosi di minori con difficoltà psicologiche, le famiglie tendono a risolvere “in casa” il problema, mentre i responsabili scolastici cercano di minimizzare gli episodi, spesso parlando di “esuberanza” infantile. Non è così, secondo quanto racconta la dottoressa Anna Maria Campitiello, coordinatrice dello sportello ascolto “Futuro Famiglia”. <<Sono diversi i casi di bullismo che di verificano nelle nostre scuole a Scafati. Sono sempre più i genitori che, preoccupati, si rivolgono allo Sportello Ascolto Famiglia per chiedere sostegno – spiega la Campitiello – Parliamo di ragazzi di età compresa tra gli otto e i tredici anni. Generalmente la vittima è un soggetto non in grado di difendersi, isolata e che ha paura di denunciare i soprusi subiti perché teme vendette. Vive un grande senso di solitudine e subisce tutte le conseguenze negative del fenomeno che vanno dell’isolamento all’abbandono scolastico, a disturbi post-traumatici da stress, depressione e problemi di autolesionismo>>. Esiste certamente una differenza tra l’esuberanza e la violenza. <<Affinché si parli di bullismo e necessario che le azioni del bullo siano persistenti nel tempo. Un litigio tra ragazzi non è bullismo perché è episodico, può accadere a chiunque e solitamente avviene in determinate circostanze>>. La Campitiello allontana anche lo stereotipo che vuole il degrado sociale e il disagio familiare quali elementi tipici che ruotano attorno al bullismo. <<E’ certamente più frequente imbattersi in ragazzi con alle spalle disagi familiari, o residenti in quartieri degradati – aggiunge la mediatrice familiare – ma spesso, molto spesso, il bulletto è anche un viziatissimo “figlio di papà”, abituato ad avere tutto a qualsiasi costo>>. In poche parole, il bullismo prospera laddove non esistono corretti esempi familiari, modelli di buona educazione e rispetto del prossimo.

IL CASO DI SARA: ISOLATA DALLE COMPAGNE

1-ragazza-bulliSara frequenta la seconda media, ed è in affido temporaneo presso una famiglia scafatese in quanto i servizi sociali l’hanno strappata da un difficile contesto familiare fatto di violenze fisiche e psicologiche. Storie di droga, carcere e abbandono genitoriale. La ragazzina è descritta silente, apatica e nel contesto scolastico si isola e ha difficoltà a interagire con la classe. Purtroppo, non sembra che le sue compagne facciano in modo di rompere questo suo muro. Anzi, spesso nell’adolescenza si tende a fare gruppo con chi condivide i propri interessi, lasciando fuori coloro che non si “adeguano”. Gli psicologi la descrivono come ricerca di identità sociale, ma se non ben seguita nell’ambito scolastico, si finisce con il creare gruppetti autonomi andando a scapito dell’integrazione sociale. Per rendere l’idea, è il classico esempio dei gruppi “secchioni” e “popolari” che le generazioni ci hanno consegnato. E l’isolamento sociale può rientrare nelle diverse sfumature in cui si viene “bullizzati”. Anche il silenzio, l’indifferenza e il pregiudizio sono forme di violenza. <<Gli insegnanti dovrebbero prendere consapevolezza del problema non minimizzandolo. Le conseguenze del bullismo possono protrarsi anche nell’età adulta della vittima provocando distruzione dell’autostima ed insicurezza patologica – spiega ancora Anna Maria Campitiello – È di fondamentale importanza rassicurare e spiegare al bambino vittima che non è colpa sua e che non c’è da vergognarsi a chiedere aiuto. Sarebbe di grande aiuto sensibilizzare gli altri ragazzi, che sono a conoscenza delle violenze subite da un compagno, a denunciare senza per questo sentirsi delle spie>>.

“IL BULLO? VITTIMA ANCHE LUI”

1-campitielloLo sportello ascolto “Futuro Famiglia” è operativo presso la biblioteca Morlicchio, con la dottoressa Campitiello, mediatrice familiare, anche un avvocato e una psicologa. <<Bullo è il bambino o il ragazzo che mette in atto prevaricazioni ripetute verso un bambino o ragazzo più debole, la vittima. Solitamente il bullo ha un forte bisogno di autoaffermazione e desidera concentrare l’attenzione su di sé. E’ una persona che non rispetta le regole, aggressiva non solo verso i coetanei, che considera la violenza un mezzo per ottenere vantaggi e acquisire potere>>. Bulli si diventa, secondo la dottoressa Campitiello. <<Il bullismo si manifesta soprattutto in età scolare, a scuola o in altri contesti solitamente condivisi da ragazzi come le associazioni sportive, la palestra. Può essere di aiuto mettete in atto alcuni comportamenti. La vittima dovrebbe soprattutto essere sostenuta affinché non si vergogni e non pensi di meritare quei soprusi. I genitori dovrebbero prestare attenzione ai segnali di malessere dei figli e promuovere in famiglia comportamenti relazionali positivi creando un clima sereno in cui i figli si sentano liberi di parlare delle loro difficoltà ai genitori>>. Ma a Scafati i casi di bullismo sono sporadici? <<Assolutamente no, anzi. L’errore frequente è il voler minimizzare – chiarisce infine la Campitiello – volendo motivare i gesti persecutori come “ragazzate”. I danni possono essere irreversibili e pertanto è fondamentale la piena collaborazione tra scuola e famiglia>>.

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