Scafati. Fallimento Scafati Sviluppo, i giudici: “incapace di far fronte ai debiti”

Scritto da , 16 maggio 2017

Di Adriano Falanga

<<La Scafati Sviluppo, a causa dell’impotenza finanziaria, non poteva essere in grado di ultimare i lavori e consegnare i capannoni restanti agli aventi diritto. Questo non creava i presupposti per la produzione dei ricavi con il conseguente pagamento dei debiti contratti>>. E’ quanto emerge dalla sentenza di fallimento della Scafati Sviluppo. Secondo il tribunale di Nocera Inferiore, prima sezione Civile, nella persona del Presidente dottor Marano, giudici Danise e Fucito, la società partecipata scafatese era arrivata ad un vicolo cieco, sommersa dai debiti e incapace di poter produrre ricavi per far fronte alle insolvenze finanziaria contratte negli anni. Nel 2015 da bilancio i debiti contratti erano pari a 7 milioni di euro. Scrivono i giudici: <<il tutto ponendo in essere condotte di pagamento in favore solo di taluni creditori che possono essere assunte in elementi di dissipamento compiuti in stato di insolvenza e accumulando debiti ulteriori e straordinari di contenzioso, proprio per l’inadempimento degli obblighi contrattualmente assunti nell’esercizio dell’impresa>>. Impossibile andare avanti secondo i giudizi fallimentari. <<La Stu è quindi allo stato immobilizzata dal proprio stesso stato di impotenza che le impedisce di proseguire la propria attività di trasformazione, necessaria per far fronte alla debitoria assunte e senza la quale accumula ulteriore debiti>>. In poche parole, essendo la società impegnata con una sola commessa, appunto la riqualificazione dell’area Ex Copmes, venendo meno questo progetto veniva meno anche la capacità di pagare i debiti. Andare avanti, nonostante i quattro anni di perdite consecutive, comportava solamente il crescere dei debiti.

1-debiti stuDebiti accumulati esclusivamente nei riguardi dei professionisti che si sono succeduti negli anni nella qualità di progettisti, consulenti, revisori, amministrati e consiglieri cda, e nei riguardi dei promissari acquirenti, i quali hanno versato caparre notevoli (oltre i 500 mila euro). Sono soprattutto gli acquirenti degli uffici e del lotto A, entrambi stralciati dal progetto originale, ad essersi accodati all’istanza di fallimento presentata da due ex revisori e un progettista. <<Preliminarmente la debitrice dinanzi alle non lievi contestazioni di insolvenza non ha prodotto adeguata difesa per dimostrare la propria solvibilità corrente>> si legge ancora nella sentenza, emessa il 13 aprile 2017. Ad essere dichiarato fallito è il cda presieduto da Alfonso Di Massa con A.D. Mario Ametrano. Nominato giudice delegato il dottor Mario Fucito, curatori fallimentari gli avvocati Bruno Meoli di Avellino e il dottor Giovanni Faggiano di Nocera Inferiore.  Il 10 ottobre 2017 si terrà l’adunanza dei creditori per l’esame dello stato del passivo. In questi giorni la commissione straordinaria, nella qualità di socio unico della società fallita, dovrà sciogliere le riserve e decidere se ricorrere contro il fallimento o desistere.

I DEBITI

1-consulenti stuDal bilancio ufficiale 2014 risulta un debito verso l’unico socio (il Comune di Scafati) pari ad euro 485 mila, una cifra però contestata da Mario Santocchio, che insiste siano oltre un milione di euro i fondi illecitamente concessi dal socio alla sua partecipata. Il debito verso la banca sfiora i 2,5 milioni di euro, mentre arrivano a 177 mila euro i debiti tributari. Un totale di oltre 7 milioni di euro accumulato al 2014. Superano i 750 mila euro i debiti verso consulenti e amministratori, oltre trenta in otto anni di amministrazione Aliberti, tra esponenti politici e dirigenti comunali. La tabella è quella allegata al bilancio 2014 e non tiene conto degli esercizi del 2015 e 2016. Alcuni hanno ricevuto acconti, ma l’importo comunque ad oggi è levitato e non di certo diminuito. Spiccano i quasi 90 mila euro dovuti al presidente del collegio sindacale Massimiliano Granata, i quasi 60 mila all’ex presidente Matteo Cannavacciuoli. Nella relazione al bilancio 2014 il cda in carica scrive: “E’ stato più volte riferito al Socio della necessità che la STU si dotasse di una struttura stabile formata da personale dipendente e collaboratori. Infatti l’attuale assetto organizzativo non consente di operare con la continuità tipica delle aziende dinamiche e che appartengono ad un settore ad alta variabilità come quello edile”. E ancora: “Il secondo aspetto da sottolineare è quello legato alla mancanza di un’adeguata disponibilità finanziaria che consenta alla STU di poter fronteggiare le spese di gestione ordinaria. Il finanziamento ipotecario concesso dalla BNL per la realizzazione dell’opera, occorre solo ed esclusivamente per fronteggiare “in senso stretto” i costi di realizzazione dell’opera senza fornire un’adeguata copertura su altre tipologie di spesa quali ad esempio i costi per le consulenze dei professionisti”.

LE INDAGINI

1-sansone filippoLa gestione della società partecipata, con capitale sociale pubblico di 9 milioni di euro, è setacciata al vaglio dell’antimafia in relazione alle accuse promosse verso l’ex sindaco Pasquale Aliberti, di voto di scambio politico mafioso. Non solo avrebbero partecipato aziende vicino ai clan dei casalesi (secondo il decreto di scioglimento) ma ci sarebbero stati anche passaggi di denaro in favore di aziende legate al clan Ridosso-Loreto. Commesse per lavori presumibilmente mai fatto, ordinati dall’ex a.d. Filippo Sansone (in foto) su pressioni, pare, di Ciro Petrucci, ex vice presidente Acse ritenuto espressione diretta del clan Ridosso. Entrambi candidati non eletti a sostegno di Pasquale Aliberti ed entrambi indagati nella lunga indagine condotta dal pm Vincenzo Montemurro, denominata “Sarastra”. In particolare gli inquirenti in questi giorni a Sansone avrebbero chiesto chiarimenti su lavori di catering e pulizie fatti nel 2014, in occasione dell’inaugurazione del cantiere Ex Copmes. Una fattura intestata alla Italia Service, società di fatto gestita dal clan, di diverse migliaia di euro. Di appalti alla Ex Copmes in cambio di sostegno elettorale alla campagna per le elezioni regionali di Monica Paolino nel 2015 (prima ancora per le amministrative del 2013) hanno parlato già i pentiti Romolo Ridosso e Alfonso Loreto. <<Indebite ingerenze da parte della criminalità organizzata con particolare riferimento all’affidamento di lavori di riqualificazione di una zona industriale per la cui aggiudicazione l’Ente si è avvalso di una società di trasformazione urbana a totale partecipazione comunale (Stu) alla quale è stata trasferita la proprietà delle aree interessate dagli interventi>> è quanto si legge nel decreto di scioglimento del consiglio comunale.

Consiglia