Scafati. “Così denunciai mio figlio tossicodipendente”.

Scritto da , 28 novembre 2016
syringe and drug addict, sitting in the background

Di Adriano Falanga

“Ho denunciato mio figlio per salvarlo dalla droga”. Anna è la mamma di Mario (entrambi i nomi sono di fantasia, ndr) oggi 30enne. La storia che ci racconta affonda le radici negli anni in cui il figlio era ancora minorenne, quando finì nel triste vortice dell’eroina. “Aveva da poco cominciato le superiori quando mi accorsi che qualcosa non andava – ricorda la donna – Mario era apatico, distratto, e cominciava a far tardi la notte, oltre a marinare la scuola”. La mamma, oggi 55 anni, cominciò a preoccuparsi pensando ad una crisi adolescenziale. Capitano a quella età, ma decise comunque di tenere la situazione sotto controllo. “Ci volle poco a scoprire che aveva cominciato a fumare, e non passarono molte settimane quando nel pantalone trovai un involucro argentato con dentro una sostanza simile al cuoio”, era hashish. Allarmata, la donna chiede spiegazioni al figlio, che senza scomporsi scarica le responsabilità ad un amico: “mi aveva chiesto di tenerglielo, l’ho dimenticato nella tasca”. Ma ad una mamma non l’inganni così facilmente. “Purtroppo lo spinello era solo il primo passo di quello che poi diventerà il dramma sia di mio figlio che di tutta la famiglia: l’eroina”. Mario è il terzo di quattro figli, una femmina e tre maschi. Anna si sposò infatti giovanissima, dopo la classica fuitina. Vivono ancora oggi in un anonimo appartamento di proprietà, ereditato dai suoceri di lei, in via Poggiomarino. Tre figli sono tutti sposati, resta solo Mario, ma pare che è deciso di andare a convivere. “La perdita dell’ano scolastico segnò l’inizio della tragedia, che avrebbe portato via anni preziosi al ragazzo, oltre a sconvolgere l’intera famiglia. “Cominciavo a vedere mio figlio sempre di meno e quando c’era, era solo per chiedere soldi”. Le pretese economiche sono sempre più asfissianti, il ragazzo non lavora e non sembra mostrare la volontà di farlo. Chiede soldi a tutti, ai fratelli, con i quali litiga spesso fino ad arrivare alle mani, passando per i nonni. “Cominciarono a sparire oggetti da casa dei miei suoceri – continua la mamma coraggio – fino al momento in cui non subirno un vero furto notturno”. Gli anziani nonni non erano in casa, erano le festività natalizie di una decina d’anni fa. Un furto atipico, nessun segno di scasso, la casa non troppo in disordine, ma gli oggetti di valore, anche di poco conto, erano spariti. “I carabinieri ci dissero chiaramente che l’autore era persona a noi vicino, che conosceva i movimenti delle vittime e soprattutto la loro casa”. Non è mai stato chiarito, ma in famiglia si è sempre pensato a lui, Mario, soprattutto quando in piena notte una telefonata spezzò il sonno della famiglia. “Erano i carabinieri, mio figlio aveva rubato un’auto e in preda a droga e alcol cominciò a correre per la città. Urtò diversi automobili e quando fu rintracciato dalla pattuglia scappò, dando il via ad un pericoloso inseguimento”. Dopo alcuni chilometri il ragazzo fu fermato, ma rilasciato perché minorenne. Fu affidato alla sorveglianza dei genitori, ma in casa Mario non riusciva a stare, scappava ripetutamente. “Fu in queste occasioni, e oramai maggiorenne, che cominciò a diventare violento anche nei miei riguardi”. Chiedeva soldi, e al rifiuto della donna, il ragazzo si agitava e cominciava a dare spintoni. “Mi teneva i polsi stretti, urlandomi che gli servivano soldi, fino a quando non cominciò anche a mollare schiaffi”. La donna, impaurita ed esasperata, decide di non dire nulla al marito e ai restanti figli. Fa la scelta sbagliata. “Pensai che assecondandolo lo avrei tenuto tranquillo, ed evitato che si mettesse ancora nei guai”. Poi, dieci anni fa esatti, l’epilogo. “In preda ad una crisi di astinenza, mi chiese una somma che non avevo in casa – ricorda Anna – era particolarmente scosso, ricordo che mi prese per la gola”. Perdendo il filo della ragione, il ragazzo stringe al collo la mamma, che sviene. Impaurito, è lui stesso a chiamare il 118. La donna fu portata in ospedale e ai medici fu subito chiara la dinamica. La donna aveva un vistoso ematoma al collo, segno tipico di tentato strangolamento. Stava morendo asfissiata. Furono chiamati i carabinieri. “Mio figlio disse di avermi trovata a terra già svenuta, ma capii che non potevo assecondarlo di nuovo. Denunciai tutto”. Cominciò per Mario il periodo del carcere, un anno e mezzo pieno, poi la comunità di recupero. “Da allora sono passati diversi anni ancora e oggi Mario è un ragazzone trent’enne. Ha trovato lavoro presso un negozio di abbigliamento, e presto andrà a convivere con la sua ragazza. Sembra essersi lasciato tutto alle spalle. “Ha perso anni importanti della sua vita – aggiunge commossa la donna – ma oggi ho capito che denunciarlo fu la scelta migliore. Perché a rischiare la vita eravamo sia noi familiari ma soprattutto lui stesso”. Da qui l’appello: “Alle mamme nelle mie stesse condizioni dico: denunciate, salverete loro la vita”.

LA PSICOTERAPEUTA: LA DENUNCIA UNICO STRUMENTO

2-radice“Nel mio lavoro di psicoterapeuta e di ctu per il tribunale penale, mi trovo spesso di fronte a storie di questo tipo”. Marialuisa Radice è psicologa e psicoterapeuta, presta volontariamente assistenza presso lo sportello ascolto, gestito dall’associazione “FuturoFamiglia” nei locali della biblioteca Morlicchio. “Quando una famiglia si trova ad affrontare un problema così complesso, come quello della tossicodipendenza, spesso accade che si senta lasciata sola e allora la denuncia diventa una richiesta d’aiuto per se e per il figlio – spiega la dottoressa Radice – La denuncia è l’unico strumento che i genitori hanno a disposizione per tutelarsi dalle violenze domestiche legate all’abuso di sostanze ed al tempo stesso è l’unica possibilità che essi intravedono affinché i figli possano convincersi a sottoporsi a cure adeguate e costanti, magari in comunità. Chi fa uso e abuso di sostanze stupefacenti, infatti, solitamente nega di avere un problema e fa di tutto per nasconderlo ad amici e familiari: tenderà, allora a comportarsi in modo strano e ad isolarsi, e comunicare con lui diventerà sempre più difficile. La necessità di soldi per acquistare la sostanza, inoltre, può spingere la persona a rubare o addirittura a minacciare i familiari più stretti, e questo ovviamente avrà delle ripercussioni negative anche sulla qualità delle relazioni”. Cambiano le priorità per un tossicodipendente, è la droga occupa il primo, se non l’unico, posto. “A discapito del suo lavoro, dei suoi risparmi e della sua famiglia. Con il tempo la sostanza stupefacente porta addirittura ad un cambiamento nella personalità di chi ne fa uso. Questa modificazione della personalità, insieme alla dipendenza fisica e psicologica indotta dalla sostanza, rende difficile alla persona interrompere l’assunzione della sostanza arbitrariamente, intrappolandola, così, in una spirale negativa fatta di violenza e sofferenza”. La vittima crede di poter smettere quando vuole: “tale convinzione lo porterà a rifiutare qualsiasi aiuto offertogli e a scontrarsi con il fallimento e la frustrazione di inevitabili ricadute. E’ bene sottolineare, invece, che per uscire dal tunnel della tossicodipendenza è necessario rivolgersi a specifici professionisti, affinché venga attivato un programma riabilitativo personalizzato e ad ampio raggio che tenga conto di tutti quei fattori, biologici, psicologici e sociali, coinvolti nel processo di mantenimento della condotta di abuso”.

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