Scafati. “Avvezzo a fare accordi con i clan”, il profilo di Aliberti tracciato dal Riesame. Il ruolo di Barchiesi

Scritto da , 28 novembre 2016
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Di Adriano Falanga

Innegabile, la decisione del Riesame di Salerno di accogliere la richiesta di arresto per il sindaco Pasquale Aliberti, promossa dal pm Vincenzo Montemurro dopo il diniego del Gip Donatella Mancini, ha sorpreso tutti. E a stupire non è stata tanto l’avallo degli arresti, bensì la lunga ordinanza di una trentina di pagine, in cui si delinea anche un profilo dell’imputato principale: Pasquale Aliberti. Stupisce perché viene ridimensionato il coinvolgimento di Nello Aliberti, seppur riconoscendogli una parte attiva nel presunto patto politico mafioso. Non solo la triade di giudici ha smontato l’impianto difensivo degli Aliberti, ma ha consegnato ai posteri un’immagine decisamente diversa dell’Aliberti che tutti conoscevano. Un politico avvezzo ai voti della camorra, che non disdegna il loro supporto, ben consapevole della caratura criminale dei suoi interlocutori. Aliberti avrebbe cercato il loro sostegno, e non avrebbe sdegnato di offrire loro un ricambio, inteso come appalti o promesse di lavori per conto della cosa pubblica. Anzi, sarebbe stato parte attiva, regista e consigliere per indirizzare bene il clan sulla giusta strada da prendere per non destare sospetti, e poter pagare loro “dazio” per i voti ricevuti. E l’accordo con i Ridosso-Loreto del 2013 si materializza in quei 265 voti raccolti da Roberto Barchiesi, un perfetto sconosciuto eletto e finito primo della lista, riconducibile a Raffaele Lupo, “Grande Scafati“. Meno di trecento voti che non influiscono affatto sull’elezione del sindaco, non sono certamente determinanti, ma secondo il Riesame, ad Aliberti non dispiacciono affatto. Il rapporto con i Ridosso affonda le radici nel tempo. Era il 2001 quando Salvatore Ridosso (fratello di Romolo, ucciso poi in un agguato) presenta al boss Saverio Tammaro (oggi anche lui pentito) un giovane Pasquale Aliberti, agli arbori della sua carriera politica. Il Ridosso gli disse: “è un caro amico, adesso si candiderà a sindaco, farà politica, quindi gli dobbiamo dare una mano perché ci interessa, possiamo fare cose buone con lui”. Dichiarazione queste, rese dal Tammaro il 12 settembre 2016. Secondo il collegio difensivo composto dagli avvocati DE Caro e D’Amaro, non ci sarebbero stati gli estremi per la concessione della misura cautelare, siccome il clan sarebbe oramai sciolto dopo il pentimento di alcuni dei suoi componenti apicali. Una tesi respinta dal Riesame, perché non basta il pentimento a ritenere sciolto un clan radicato sul territorio, oltre poi alla libertà di Ridosso Andrea e alla scelta di non collaborare dei cugini Gennaro e Luigi Ridosso. “Ad ogni modo si tratta di una questione irrilevante – puntualizzano i giudici – perché la tendenza dell’Aliberti ad entrare in affari e in rapporti con la camorra non è canalizzata verso tale clan. I dati acquisiti evidenziano come, pur di accaparrarsi voti e vincere le competizioni elettorali, l’Aliberti non si fa scrupolo di entrare in contatto ed in accordo con il tessuto criminale del momento”. Insomma, per il Riesame il sindaco di Scafati non pone una questione di fiducia sui suoi interlocutori malavitosi, a lui interessa piuttosto il loro spessore criminale, per il proprio tornaconto elettorale. Ed è in questa ottica che entrano in gioco le precedenti elezioni e gli altri clan. Nel 2008 sono i Sorrentino, detti “campagnuoli”, ad appoggiare Aliberti. Alle provinciali del 2009 un cartellone di propaganda elettorale viene rinvenuto in un deposito della famiglia di Franchino Matrone, detto “a belva”. Nel 2013 il “battesimo” con i Loreto-Ridosso, nel 2015 un nuovo accordo con quest’ultimi per la rielezione della moglie Monica Paolino alla Regione Campania.

IL DESTINO E’ SEGNATO

Per la decisione finale sulla necessità dell’arresto da parte della Cassazione potrebbero volerci anche tre mesi, ma istituzionalmente la figura di Pasquale Aliberti è oramai compromessa. Il Prefetto Salvatore Malfi potrebbe infatti, già nelle prossime ore, emanare di sospensione dalla carica di sindaco, così come previsto dalla legge Severino. Anche in questo caso però Aliberti potrebbe fare ricorso. In tal caso pieni poteri al vice sindaco Giancarlo Fele, ma tutto sommato, per quale scopo? La debacle di Pasquale Aliberti non è certamente segnata dal suo percorso giudiziario, ma è cominciata esattamente un anno fa, quando, forse sottovalutando la portata dell’inchiesta nei suoi confronti (e oggi arrivata a 16 indagati) pensò malamente di attuare la strategia della sua decadenza (ai limiti della legge) per un terzo mandato consecutivo. Forse la prima vera scelta sbagliata di tante altre sempre vincenti. Da allora il Consiglio comunale è diventato teatro di feroci scontri, mentre all’esterno si è avuta, e si ha ancora, una vera battaglia tra “guelfi” e “ghibellini”. Un clima al vetriolo, condito da episodi inquietanti come le minacce, le lettere e manifesti anonimi, i proiettili, gli avvertimenti. E una città oggi completamente allo sbando, in mano a frange di micro delinquenza e a bande di vandali. Il via libera agli arresti potrebbe anche accelerare la decisione di scioglimento del consiglio comunale, oramai inevitabile. O ancora, Pasquale Aliberti potrebbe seguire la strada forse politicamente opportuna: le dimissioni. Del resto, seppur tra le righe e con garbo, è ciò che gli è stato suggerito pure dal suo stesso partito: “Sono certo in questa fase, in attesa degli esiti processuali, Pasquale Aliberti voglia trarre le conseguenze più sagge che gli possano consentire di affrontare il processo con più serenità. Sceglierà nell’interesse della sua comunità politica e dei cittadini”. Parole del coordinatore Forza Italia, senatore Enzo Fasano.

IL RUOLO DI BARCHIESI

2-roberto barchiesiCertamente è venuto meno agli accordi presi con il clan che lo ha fatto eleggere, ma secondo il pm Vincenzo Montemurro, Roberto Barchiesi è certamente parte attiva del patto elettorale politico mafioso con Aliberti. E’ la sua elezione che lo certifica. A fare il suo nome nel clan è Alfonso Loreto, all’epoca imparentato con lui, avendo sposato la nipote, dalla quale ha divorziato da tempo. Secondo Romolo Ridosso, fu Roberto Barchiesi a portare, per conto dell’amministrazione comunale, 4-5 mila euro per cominciare la propaganda elettorale. A trattare con il sindaco fu Andrea Ridosso, che dopo averlo incontrato riferisce ad Alfonso Loreto, all’epoca ai domiciliari: “porti un candidato che non è forte sul territorio, che ha zero voti. Voi mi fate vedere la vostra forza sul territorio. Se salite vi do un appalto però non lo posso dare a Ridosso o Loreto, ma ad una persona pulita”. Dopo essersi consultati tra loro, Loreto e i cugini Ridosso convocano Barchiesi, dando lui la notizia. Non faceva parte del clan l’attuale consigliere di maggioranza, ma fu “contentissimo” della scelta. Da qui fu poi informato Raffaele Lupo, perché “lui doveva fare la lista”. Sono quindi due i nomi riconducibili al clan in “Grande Scafati”, Roberto Barchiesi sostenuto dai Ridosso-Loreto e Umberto Di Lallo, sostenuto dal Lupo. Dirà Loreto: “chiunque sale dei due perché sono i più forti della lista…iamm a pretendere dal sindaco quello che ci ha promesso a priori”. Finiranno poi primo e secondo più votati, Di Lallo è oggi deceduto. La prova del voto di scambio nel cellulare di Andrea Ridosso, dove vengono scoperte le foto di cinque schede elettorali votate per Barchiesi della lista Grande Scafati, collegata al sindaco uscente. Secondo l’accusa i voti raccolti da quest’ultimo non sono esigui, come sostenuto dalla difesa, perché sono bastati per essere vincenti nella sua lista, risultando il più votato. Non solo, bisogna considerare che Barchiesi, perfetto sconosciuto ed estraneo alla politica scafatese, ha raccolto quei 265 voti in una lista dove erano candidati anche attivisti politici. E’ la prova del sostegno del clan. Barchiesi però, dopo la sua elezione, non riuscirà mai ad essere influente sul sindaco, da qui le percosse, la richiesta di dimissioni e il successivo reintegro, che spinsero il clan a individuare in Ciro Petrucci il loro referente nella partecipata Acse, convincendo proprio il “loro” consigliere comunale a ritirare il nome di Alfredo Berritto in favore del Petrucci, quale vicepresidente della società.

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