Santa Maria de Alimundo, alias Nostra Signora “delle macerie”

Scritto da , 21 Gennaio 2022
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di Clemente Ultimo

La tradizione popolare vuole che le spoglie mortali di Masuccio Salernitano – apprezzato autore rinascimentale de “Il Novellino” – riposino all’interno della Chiesa di Santa Maria de Alimundo, in un loculo anonimo chiuso da mattoni, collocato al centro del pavimento della navata principale. Nessuna indagine scientifica ha mai suffragato la voce popolare, ma a guardare oggi – rigorosamente dall’esterno – la chiesa di fondazione longobarda, c’è da pensare che seppur vi abbia mai trovato riposo, anche il fantasma di Masuccio Salernitano abbia abbandonato da tempo quell’antico edificio religioso. Il perché è presto detto: il complesso – che pure tante vicissitudini ha affrontato nel corso dei secoli – versa oggi in uno stato di estrema precarietà, frutto di un abbandono che perdura da decenni. Quanto grave sia la situazione lo testimonia un episodio di cronaca risalente ormai ad una decina di anni fa: il cedimento di un solaio fece precipitare un bimbo di nove anni all’interno della navata di Santa Maria de Alimundo. Paradossalmente furono proprio i rifiuti accumulatisi nel corso dei decenni all’interno dell’edificio a far da “materasso”, attutendo così la violenza dell’impatto e scongiurando un esito letale dell’incidente. Da allora ad oggi la situazione non è certo migliorata, tutt’altro. Ma anche poter semplicemente osservare il degrado e l’abbandono che caratterizzano – purtroppo – il complesso religioso non è impresa da poco. A dispetto del fatto che Santa Maria de Alimundo si trovi nel cuore del centro storico, non certo in un angolo periferico e fuori mano della città. La chiesa longobarda è letteralmente incassata in un blocco di edifici sorti lungo la rampa che collega via Tasso con largo Montone, ma non è questa singolare posizione – frutto della plurisecolare stratificazione edilizia che caratterizza tutta l’area – a rendere quasi invisibile Santa Maria de Alimundo: a trasformarla in fantasma sono, piuttosto, le piante che, crescendo selvaggiamente su un muro confinante, invadono buona parte dell’angusto piazzale su cui si trova la facciata della chiesa; a completare l’opera di mascheramento provvedono, in modo più che efficace, transenne e reti da cantiere utilizzate a profusione per inibire non solo l’accesso, ma anche la possibilità di avvicinarsi all’edificio. E sì che a giustificare la curiosità del passante non mancherebbero motivi: il disegno architettonico e le decorazioni che, nonostante tutto, ancora sopravvivono non sono tanto insignificanti da non incuriosire l’osservatore capace di non farsi travolgere dal caotico contesto in cui Santa Maria de Alimundo è immersa. Di particolare interesse il portale, con un lato ormai quasi inglobato in un edificio che risale al XVI secolo, decorato con un motivo a rosette e bastoni e la stessa porta – o quel che ne rimane – su cui sono ancora leggibili tracce di un trittico. Al di sopra del portale fa mostra di sé una fascia di archi intrecciati caratterizzata da residui di colore, un’alternanza di rosso ed azzurro. La piccola facciata è caratterizzata anche dalla presenza, alla destra del portale, di una nicchia ad arco acuto con una bella cornice in stucco. Per quanto tempo ancora sarà possibile scorgere le tracce di questa antica bellezza è, però, impossibile dire. Il trascorrere del tempo e, soprattutto, la mancanza di ogni idea – anche vaga – di recupero e rifunzionalizzazione del complesso porteranno tra qualche anno alla perdita definitiva di questo tassello, non certo secondario, della memoria fisica della città. Anche i rari interventi effettuati in questi anni – tutti emergenziali, in seguito a piccoli e grandi crolli – non hanno mostrato particolare rispetto per l’edificio e la sua storia, basti pensare che qualche anno fa fece la sua comparsa sulla porta lignea un pannello metallico, malamente fissato con viti e chiodi. Il tutto sempre con l’unico obiettivo di impedire l’accesso all’interno della chiesa. Nessun successo hanno avuto gli appelli – rari in verità – che nel tempo sono stati lanciati nel tentativo di immaginare un percorso di recupero e valorizzazione del sito. Eppure ben altra attenzione meriterebbe Santa Maria de Alimundo, se non altro per la sua millenaria storia. Di fondazione longobarda, quasi certamente per iniziativa di una nobile famiglia salernitana, Santa Maria de Alimundo viene citata per la prima volta nell’anno 954, quando viene indicata tra quelle chiese che prendono parte alla solenne processione che commemora la traslazione in città delle spoglie dell’apostolo Matteo. Citata in documenti del 992 e del 1314, Santa Maria de Alimundo conosce nel tempo una progressiva perdita di importanza, cui si accompagna il degrado dell’edificio, tanto da arrivare, nel 1731, ad una sua radicale ricostruzione. È a seguito di quell’intervento che la chiesa assume il suo aspetto attuale. Soppressa la parrocchia nel 1812, il complesso viene nel tempo destinato agli usi più disparati: scuola, deposito ed altro ancora. L’ultimo intervento di recupero di cui si ha notizia risale alla metà del XIX secolo per volontà dell’allora arcivescovo Fortunato Pinto. Agli inizi del ‘900 inizia il percorso che arriva alla desolante situazione di oggi: trasformata in abitazione, poi nuovamente in scuola ed infine a deposito di vecchie masserie, infine abbandonata a se stessa. Una parabola che non lascia presagire nessun lieto fine per la plurisecolare storia di Santa Maria de Alimundo.

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