San Matteo e la sfilata delle paranze

di Olga ChieffiIl campanone del duomo, questa sera, intorno alle 18 annuncerà l’uscita della processione, in sul calar del sole. Nell’aurea di rigidità e di falso ordine, dopo i numerosi labari delle associazioni di volontariato e quelli trapunti d’oro delle confraternite, tra autorità civili e religiose, San Matteo, unitamente ai Santi Martiri salernitani, Gaio, Anthes, Fortunato, il papa illuminato San Gregorio VII e San Giuseppe, saranno portati in “paranza”, per le strade del centro storico.Nella mattinata  l’addobbo floreale delle statue, evocanti simboli
religiosi o della città , poi, la sfilata, dopo la schiarita delle
canoniche quattro gocce che a qualcuno fa ancora esclamare “E’ scampato a
chiovere pecchè hanno mise fore a Santu Matteo”, guai, infatti, se le
statue dovessero riparare, sarebbe indice di anno disgraziato. Le sei
statue traverseranno la città sulle spalle dei portatori che vanno a
formare le “paranze”, una specie di clan, quasi inaccessibile. Arduo
riuscire a “mettersi sotto un santo”, i posti si tramandano di padre in
figlio da generazioni. Infatti, scorrendo le liste dei portatori ci si
imbatte in cognomi antichi del porto e del mercato di Salerno, i Coscia,
i D’Agostino, i Grillo, i Collaro, i De Martino che riservano i posti
ai propri parenti, ma se non sei del giro, si può chiedere di portare
una statua per sciogliere un voto o una grazia, riconsegnando
prontamente il “posto” l’anno successivo. Movimenti danzanti per le
prime tre statue, i “Salerni sanctorum martyrum Fortunati, Caii et
Anthes sub Diocletiano imperatore et Leontio proconsole decollatorum”
(“Martylogium Romanum”), i tre martiri condannati al tempo di
Diocleziano, poiché Fortunato s’era rifiutato di adorare Priapo anche a
nome di Gaio e Ante, riaffermando la vera fede nell’unico Dio, indi
esposti all’offesa di fiere e uccelli rapaci, i quali, al posto di
martoriare i loro corpi, li vegliarono, permettendo ai fedeli di dar
loro degna sepoltura, edificando un tempio che li ricordasse sul luogo
stesso del martirio presso il fiume Irno. Le tre statue argentee aprono
la processione del Santo Patrono e nell’immaginario popolare sono
definite “e’ ssore e San Matteo”, per i loro volti efebici e i capelli
lunghi sottolinenati i dolci lineamenti. Busti leggeri che sono stati
costruiti nella prima decade del ‘700 e vengono fatti ondeggiare e
fluttuare per l’intero cammino, sostenuti da due bande che, per i loro
movimenti, hanno da scegliere marce particolari quali Creola, Melba, o
marce americane, ben ritmate, in ricordo dello sbarco alleato. Segue la
preziosa statua di San Gregorio VII, risalente al 1742, papa morto a
Salerno nel 1085, durante il suo esilio. Da lui fu consacrata, nel 1804,
la Cattedrale costruita da Roberto il Guiscardo e dedicata a San
Matteo. Santo stimato e adorato per  il suo rigore morale, il suo
spirito di sacrificio e il tenore rigido della sua vita, tanto che pare
che, nel suo esilio salernitano, non abbia accettato l'ospitalità nella
reggia del Guiscardo, anche per la condotta non certo esemplare del
principe normanno, abbandonandosi al fascino del richiamo del vicino
monastero di S. Benedetto dal momento che egli viveva profondamente la
spiritualità benedettina e anche da papa indossava l'abito monastico.
Nel silenzio del monastero egli scrisse la sua ultima enciclica, piena
di appelli accorati e profetici, in cui egli vide la Chiesa « libera,
casta e cattolica » da lui sognata e servita con immenso amore e
indomito coraggio, “ ancora scossa e turbata dalle tempeste della
storia, ma avviata verso il sicuro trionfo”. Dietro San Gregorio,
avanza  la statua lignea di San Giuseppe, che pesa ben sette quintali,
il cui privilegio di “paranza” è dei facchini del mercato. Giuseppe è un
santo di grossa tradizione liturgica, cui la popolazione è molto
affezionata, in quanto patrono della “Buona Morte”. Arduo compito per la
banda che si schiererà dietro questa statua per offrire il giusto
sostegno psicologico agli oltre quaranta portatori, le marce che
ascolteremo, adatte ad accompagnare questa immane fatica, saranno
Pinuccia  o “Grido d’Amore”, una delle marce sinfoniche più amate del M°
Vincenzo Alise. A chiudere la processione l’effigie di San Matteo, il
telònes, il pubblicano, il gabelliere, redento autore del primo Vangelo,
salvatore delle genti dell’Etiopia antica da draghi, ucciso mentre
celebrava l’Eucarestia intorno al 69 d.C. Il miracolo più famoso del
Santo, al quale dobbiamo la celebre statua bifronte, è quello di aver
salvato Salerno dal terribile terremoto del 5 giugno 1688. Statua
bifronte non certo per ricordare il carattere dei salernitani, un po’
voltagabbana, ma in funzione del doppio altare della cripta del duomo
che favoriva la celebrazione simultanea di due messe. La statua di San
Matteo è portata da lavoratori del porto, pescatori e pescivendoli, tra
gli ex-voto spiccano le triglie e i tonnetti che pendono dalle sue dita,
simbolo che la devozione della città al suo santo va ben oltre la
terra, allargandosi al mare, a quel Mediterraneo che le sue spoglie
attraversarono fermandosi miracolosamente sulla spiaggia di Casalvelino.
Dopo la corsa liberatoria sulle scale, simbolo dell’infinito eccesso,
di quel mistico venir meno, che oggi, come non mai, nel nostro annuale
“ridire”, “ricordare”, c’appartiene, l’affidamento della cittadinanza a
Matteo e l’atteso spettacolo pirotecnico, anticipato alle 23. “Tre colpi
a finire e la notte tornò: da allora rimase a sognare e i colori per
sempre con sé si portò”.