Salvatore Quaranta e Mozart: quel canto amaro e sublime

Scritto da , 11 Dicembre 2020
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Il violinista salernitano sarà ospite questa sera, alle ore 20 dell’ Orchestra Filarmonica Salernitana, affidata a Jacopo Sipari di Pescasseroli

Di Olga Chieffi

 Secondo appuntamento, questa sera, alle ore 20, in streaming, con Le Feste al Massimo. Dopo la prima serata dedicata al Settecento napoletano, si continua con la grande musica del secolo dei Lumi, con un tributo a Wolfgang Amadeus Mozart. Stesso programma del binomio Vadim Repin Daniel Oren, applauditi in estate al Duomo, per il violinista salernitano Salvatore Quaranta, di stanza nell’orchestra del teatro alla Scala, e del direttore Jacopo Sipari di Pescasseroli, che guiderà la formazione del massimo, in un confronto di lettura ed esecuzione, da far tremare i polsi. Il programma sarà inaugurato dal Concerto n. 3 per violino e orchestra in sol maggiore K. 216, scritto in prossimità dal congedo da Salisburgo, nel settembre 1775. L’influsso dei francesi è palese «nella scrittura fluida ed elegante che rinuncia a tutti gli artifici formali per concedere un massimo rilievo al solista» (H. Abert), senza dimenticare che Mozart conosceva bene anche la forma concertante di Vivaldi e non poteva trascurare l’azione esercitata sul concerto francese dal contemporaneo Viotti. Tuttavia la tecnica non è mai invadente, soprattutto è la sensibile e fantasiosa cantabilità a bilanciare vittoriosamente l’elemento virtuosistico, che non è mai vuoto narcisismo. Nel tempo di mezzo Mozart inserisce una gemma melodica, ispiratrice di Brahms una fantasticheria, «il cui asciutto taglio di romanza fa pensare ai francesi; assai poetica è la chiusa, dove il solista apre gli occhi un’ultima volta e dà il suo estremo saluto alla dolce immagine di sogno che si allontana» (Abert). Nel Rondò finale prevale la fresca baldanza giovanile dove traspare il profumo delle melodie popolari. Si tratta di un Allegro che racchiude fra l’altro un episodio Andante in sol minore sul ritmo di pavana e un Allegretto, che non altro che una lunga variazione di una danza (ronde) francese. Questa articolazione estremamente varia e i frequenti cambi di tempo si richiamano all’antica varietà formale della suite. Mozart sente già la necessità di superare le barriere delle galanterie, non di forzarne i contenuti, ma di «allargarne i confini più liberamente». A conclusione della serata sarà eseguita  una fra le più alte composizioni di Mozart, la Sinfonia in sol minore, n°40 K550, che ha costituito fin dai primi dell’Ottocento un simbolo e un enigma: composta nell’estate del 1788, seconda di un ciclo costituito dalla Sinfonia in mi bemolle maggiore e dalla Jupiter, non si sa se abbia avuto un committente o se sia nata, come le altre – le ultime da lui composte prima della morte – come una sorta di confessione, in un momento di terribili avversità nella vita quotidiana. Quel che è quasi certo è che Mozart non potè mai ascoltarla, anche se una correzione nella parte originaria dell’oboe, passata parzialmente al clarinetto, potrebbe far pensare ad un adattamento dell’opera in vista di una sua imminente esecuzione. È probabile, comunque, che i primi ascoltatori siano rimasti sconcertati dal singolare clima espressivo di questa sinfonia, dal suo cromatismo e dalle sue arditezze, pur in quel suo sfondo di «classica e inalterata bellezza» (Mila) che costituì un modello per tutti i sinfonisti del primo Ottocento, a partire da Beethoven. Ma mentre i musicisti del romanticismo guardarono alla Sinfonia in sol minore quasi come ad un irraggiungibile ideale di purezza, in tempi a noi più vicini la critica ha sottolineato piuttosto, di quest’opera, l’immediatezza espressiva, il languore, il sottile e sotterraneo turbamento che la pervadono, quasi appunto si tratti di un profetico e drammatico annuncio di tempi nuovi, affrontati in prima persona e senza reticenze, con tutto il peso ossessivo di tristissime esperienze quotidiane. È in questo clima che nacque la Sinfonia in sol minore, alla quale fu dato ben presto il titolo di Schwanengesang (canto del cigno), a sottolineare l’emozionante senso di turbamento che la pervade, la sua impalpabile e «ultima» malinconia, la disperata passione che si racchiude nel suo discorso musicale, per quanto dissimulate da innumerevoli e commoventi discrezioni. Di fatto, in queste pagine sublimi, Mozart affronta un discorso musicale che ha aspetti del tutto nuovi rispetto alle sue opere precedenti: il distacco dal clima olimpico di Haydn è ormai definitivo, il discorso musicale è reso più morbido e ombroso dalla mancanza di trombe e di timpani; le sortite dei due corni hanno una emergenza solistica, più che servire da appoggio armonico in un fraseggio diventato sottilmente cromatico e inquieto nei più minuziosi particolari. E tutti gli svolgimenti tematici sono come tuffi negli abissi dell’anima, simbolizzati in modulazioni tanto audaci che i contemporanei di Mozart non devono essere stati in grado di seguirli e tanto sublimi che soltanto Mozart stesso potè riportarli su di un livello terreno. Un canto amaro e sublime, aperto ancora alle più diverse sottolineature interpretative, a seconda che s’intenda mettere in primo piano la sua perfezione formale, la sua divina levigatezza di tratti, o l’intimo fervore – come di confessione – dei suoi dolorosi abbandoni.

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