Salerno, tessere del Pd ai parenti del boss

Scritto da , 20 Ottobre 2012
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L’inchiesta è delicata ma è partita soprattutto alla luce delle polemiche lette sui giornali tra Pd e Pdl.  Fascicolo aperto e indagini avviate: il titolo è il tesseramento del Pd 2010. E non è escluso che possano essere acquisiti anche gli atti dell’indagine sulla gestione di Dario Barbirotti al Consorzio Sa2, dove furono ritrovati pagamenti da parte degli operai per la tessera del partito. Per capire, ovviamente, come funzionava il meccanismo del tesseramento. Perché qui la storia sarebbe diversa, riguarderebbe la posizione di 36 iscritti la cui fedina penale non è propriamente immacolata. Anzi, in alcuni casi ci sono persone tesserate imparentate con boss della camorra salernitana, vivi e defunti, che hanno subito condanne penali per droga, armi e ricettazione e altro. Qualcuno attualmente sarebbe addirittura detenuto anche per gravi reati come il tentato omicidio. Un altro troncone che potrebbe confluire nel fascicolo riguarda la famosa vicenda dell’aggressione al convegno dei giovani del Pd che si doveva svolgere al Polo nautico. Come risulta dagli atti investigativi, pur non essendo iscritti alla federazione giovanile del Pd, alcune persone si presentarono davanti al Polo nautico di Pastena, sbarrando l’ingresso ai delegati e bloccarono chiunque tentò di forzare la muraglia umana. Un componente della segreteria del Pd Massimiliano Cataldo, fu anche colpito alla testa con un pugno. Uno di questi è stato tesserato nel Pd nel 2010.
 La vicenda è già in fase processuale ma gli elementi emersi potrebbero essere utili agli investigatori. E connessi a determinati nominativi ci sono collegate alcune delibere di Giunta –dove per correttezza c’è da sottolineare, al momento della votazione, l’assenza del sindaco De Luca. Come lo spostamento di un chiosco, adibito ad attività commerciale,  privo di regolarità urbanistica. La richiesta del titolare della relativa concessione, propedeutica ad un permesso per costruire per delocalizzare la struttura commerciale è del gennaio 2010. Il primo marzo  il titolare ottiene il parere favorevole, il 5 il via libera della Giunta comunale. Una giunta che vedeva le assenze, oltre che del sindaco, anche degli assessori De Pascale, Picarone e Maraio.  
Molto interessante sarebbe stata definita una delibera di giunta per l’affidamento di lavori alle cooperative sociali. Una di queste, che sarebbe legalmente rappresentata da un componente del clan D’Agostino e tesserato del Pd, ha rapporti di lavoro con il Comune di Salerno. In particolare nel 2008 la giunta, sempre in assenza di De Luca, firma una convenzione a partire dal mese successivo e valevole per un anno, a questa cooperativa, dal costo complessivo di 96mila euro, suddiviso in due tranche: 24mila per l’anno in corso e 72mila per quello successivo. Il lavoro riguarda la manutenzione e la gestione di un parco cittadino, visto, come si legge nella delibera, che la struttura comunale del Verde pubblico, già “fortemente carente di personale operaio specializzato, non consente una gestione diretta del parco”. Con la stessa motivazione, cioè la carenza di organico, nel maggio del 2009, la giunta stabilisce di differire fino a dicembre, a favore di nove cooperative, tra cui quella già indicata precedentemente, il servizio di manutenzione ordinaria e conservativa del patrimonio comunale per l’importo di 1 milione e 200mila euro. Affidamento che precedentemente era avvenuto dopo la pubblicazione del bando e si erano verificati i requisiti richiesti. E quindi si era ritenuta conforme alla legge la posizione del legale rappresentante. Ma se davvero c’è un rapporto con il capoclan cosa è stato controllato? Certamente una posizione da vagliare e che non passerà inosservata tra gli investigatori. Infine, sempre curiosando tra nomi e circostanze, troviamo grazie agli archivi, la posizione di A.P., arrestato perché ritenuto l’armiere del clan D’Agostino. O di G.P. preso dalle forze dell’Ordine perché componente di un commando che voleva uccidere un uomo. Situazione troppo imbarazzanti –poi deciderà la magistratura se ricorrono rilevanze penali – per un partito come il Pd che fa della legalità il proprio vessillo. Perché sarebbe interessante sapere, per distinguere eventuali responsabilità, chi portò quelle tessere.  

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