Salerno poco… Solidale

Scritto da , 9 gennaio 2014

E meno male che si chiama “Salerno Solidale”. A quanto pare tanto solidale proprio non è, come pare emergere dalla storia di Giovanni Vatalaro, ex dipendente della società oggi presieduta dall’avvocato Mena Arcieri, che è senza più il suo posto di lavoro e con una famiglia da mandare avanti. Il salernitano Giovanni Vatalaro dal 2001 ha lavorato per Salerno Solidale fino a quando un diverso contratto stipulato non l’ha visto tagliato fuori dai programmi della società partecipata del Comune di Salerno. Un’interminabile carriera come operatore di proiezione, un lavoratore che, preso dal senso di responsabilità, da sempre si è messo a disposizione per qualsiasi mansione. L’avventura di Vatalaro in Salerno Solidale, nell’ambito dei servizi offerti dalla municipalizzata presso il cinema-teatro Augusteo, è cominciata nel 2001 sotto la guida del compianto Francesco Petraglia e poi in seguito di Salvatore Memoli. Con l’arrivo del presidente Mena Arcieri, però, il clima pare essere divenuto meno sereno degli anni precedenti: «Si sono presi la mia dignità, mi hanno maltrattato» – si sfoga Vatalaro. «Adesso sono disoccupato – prosegue l’ex dipendente – con una famiglia a carico alla quale cerco di non far mancare nulla. Sottraggo il mio per darlo ai miei amati familiari. Inoltre ci sono l’affitto e le bollette da pagare. Non nego il fatto che io non sappia come tirare avanti ed arrivare a fine mese. Capisco quelle persone che tentano il suicidio perché sono in difficoltà economiche e non sanno come mantenere la famiglia. Sarebbe bene che l’amministrazione salernitana e l’Italia stessa si ponessero delle domande se accadono queste cose». Dopo dieci anni di lavoro nel cinema-teatro Augusteo come operatore di Salerno Solidale, per legge Giovanni Vatalaro avrebbe dovuto ottenere di diritto il posto fisso. Ma non è stato così. «Ho lavorato dal 2001 al 2012 – afferma l’ex dipendente di Salerno Solidale – e durante l’ultimo anno mi hanno fatto firmare un contratto che certificava che io avessi lavorato fino al 2011 così da non farmi ottenere il posto di lavoro che per legge mi spettava di diritto fisso. Ciò non mi garantisce il diritto per la pensione e per la tredicesima un domani. Un gesto ingiusto nei miei confronti che ho lavorato con loro per tanto tempo buttandomi in mezzo alla strada senza curarsi di me a livello personale».

Francesca D’Elia

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