Salerno omaggia il grande bardo

Scritto da , 1 marzo 2016

Week-end dedicato all’inglese shakespeariano e alla lingua napoletana del ‘600 con Shakespea re di Napoli e “La Tempesta”

Di OLGA CHIEFFI

Teatro Verdi e sala Pasolini nel segno di William Shakespeare in questo week-end veramente affollato di eventi. Al massimo cittadino, nell’ambito del segmento dedicato alla drammaturgia contemporanea, è stato ripreso il premiatissimo, ormai splendido ventiduenne, “Shakespea Re di Napoli”, un lavoro intenso di Ruggero Cappuccio, magnificamente messo in scena dai fidi Ciro Damiano nei panni di Zoroastro e Claudio Di Palma in quelli di Desiderio,  e il testamento spirituale del bardo, “La tempesta”, andata in scena nella nuova Sala Pier Paolo Pasolini, interpretata dalla compagnia dilettantistica “Il teatro degli Attori”, guidata da Franco Alfano, che si è avvalsa dell’opera di due attori professionisti, Antonio Grimaldi e Ciro Girardi. Su entrambe le scene le due lingue, le due particolari architetture espressive, l’inglese elisabettiano e il barocco napoletano hanno preso a sfidarsi. In Shakespea Re di Napoli erano gli endecasillabi dei centocinquantaquattro Sonnets, dedicati al fantomatico W.H (Will:Desiderio e Heart:Cuore) a specchiarsi nel mare della sirena Partenope, quasi un passaggio di testimone, tra le due lingue, in una notte di Carnevale, una notte di sogno, agonia, morte, trascorsa in un lungo duetto tra i due attori, in un crescendo di emozioni che abbiamo avvertito intensificato in quel venir meno, in un’intimità poetica col “nascosto” di noi stessi. Segrete figure, la venuta di Shakespeare a Napoli, a svelare segreti che abitano in fondo a noi stessi, immagini abbreviate di vite e morti, alla ricerca di una parola singola, lampi inspiegabili, unici. Ciro Damiano e Claudio Di Palma, coppia rodatissima, animano un palcoscenico fatto di ombre e di turchese, donandoci i suoni dei sensi, una lingua fluttuante, che ancora risuona sulle note del solo d’oboe firmato da Paolo Vivaldi che chiude l’opera sposando questa scena d’amore con musica marina, una melodia infinita caratterizzata da un delirante, sensuale, gioco musicale che non porta ad alcuna meta definita, ad alcun approdo sicuro, l’ancia che si colora di un timbro unico, fatto di fuoco e di cenere, allusiva più che rappresentativa dell’inestinguibile scambio osmotico di un eros tinto di sacrificio e di bellezza febbrile, che la luna algidamente torna a rischiarare. “Il Teatro degli Attori”, dopo la chiacchierata scelta della Die Dreigroschenoper, del binomio Weill-Brecht, prodotta lo scorso anno sul palcoscenico del massimo cittadino, quest’ anno si è cimentato con “La Tempesta” di William Shakespeare, seguendo le tracce di certa critica che la commedia celasse le sue fonti in alcuni scenari della commedia dell’arte, o il Croce che ardì esprimere che si trattasse di una commedia o di uno scenario elaborato da comici partenopei, con parti buffe napoletane. Franco Alfano ha inteso mescolare la traduzione di Eduardo De Filippo in napoletano antico e quella in lingua, forse ripensando al Tato Russo del “Sogno di una notte di mezza estate” lasciando esprimere gli spiriti rozzi, Stefano, Trinculo e Calibano, attraverso la musicalità della nostra lingua, eccezionalmente duttile e adatta a far vivere fatti e creature magici e misteriosi e offrendo loro molto spazio e gli spiriti nobili, Prospero, Ariel, Miranda, Gonzalo, Sebastiano e il resto dei naufraghi in italiano, sacrificando diverse parti del testo. Si è levato, così, un alto scalino, tra gli attori professionisti, che hanno interpretato i ruoli di Calibano (Ciro Girardi) e Stefano (Antonio Grimaldi), supportati dal Trinculo, affidato ad Aldo Arrigo e i dilettanti, lontanissimi dal poter affrontare un classico così complesso, che avrebbero dovuto esprimersi con una dizione perfetta, di scuola, tra cui possiamo dir bene unicamente di Miranda, una promettente Rosaria Vitolo, e di un dignitoso Prospero, cui ha dato voce Gino Del Bagno. Riguardo la regia, in un teatro multimediale con 14 proiettori, usati unicamente nel finale, all’apparire delle dee, si poteva sperare in qualcosa di più, in particolare nella realizzazione della tempesta iniziale, ottenuta con il nostromo su di una pedana mobile, spostata in tutte le direzioni, unitamente all’intera ciurma. Menzione per i due musicisti, Alessandro Ferrentino che ha donato alla rappresentazione il suono dello hang, un vero bagno di suoni esotici, alternandosi anche alla tammorra,  e Giovanni Di Donato alla chitarra, ukulele e balalaika. Fuori del teatro, il mare color del sapone mugghiava furente. La tempesta. 

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