Sacro e demoniaco nella Notte della Befana

Scritto da , 5 gennaio 2018
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In sella alla sua scopa magica la strega benevola porterà i doni ai bambini e i buoni auspici per il Nuovo Anno a tutti. Il dolce della nostra tradizione è il pasticcino ricotta e arance, in ricordo della atavica povertà delle Epifanie del secolo breve

Di OLGA CHIEFFI

Il periodo che va dalla notte di Natale a quello della Befana, tra vecchio e nuovo anno, è ricco di significati simbolici legati ai culti pagani del mondo rurale, scandito da riti propiziatori a cui si sono sovrapposti e mescolati miti più moderni legati alla nuova religione. La notte tra il cinque e il sei gennaio, questa Notte, con i festeggiamenti per l’arrivo della Befana, si conclude il ciclo dei dodici giorni che seguono la notte di Natale, uno per ogni mese dell’anno. Molto prima della festa cattolica, ai tempi della Roma imperiale, il venticinque dicembre era consacrato al Sole e nei giorni successivi era necessario che una grande quercia ardesse senza mai spegnersi. Dal carbone prodotto si sarebbero tratti gli auspici sulla produzione agricola per il nuovo anno: il carbone, infatti, è un simbolo di fertilità legato ai culti femminili della Terra. È significativa questa oscillazione tra la simbologia maschile del Sole e quella femminile della Terra e della Luna. A favorire la prosperità nel nuovo anno agricolo, infatti, sarebbe stato il volo sui campi delle divinità della natura e della stessa Diana – dea della Luna – nei dodici giorni successivi alla festa del Sole, il che suggerirebbe la nascita del mito della donna che vola, trasformata col tempo, nell’iconografia misogina e cattolica, in una vecchia burbera e un po’ strega. Rispetto all’egemonia della cultura matriarcale della Vecchia Europa, infatti, la divinità femminile si ridimensiona sempre più, il mito lunare è subordinato a quello solare e verrà quasi scalzato dal Sol Invictus, quindi, dal Gesù cristiano. A Betlemme, dal lontano Oriente giungono i Re Magi, sui tre rispettivi cavalli dal colore bianco, sauro e morello. Per noi campani tale cromatismo simboleggia l’iter del sole, bianco per l’aurora, il sauro per il mezzogiorno e il magico nero per la notte. I Re Magi, dunque rappresentano il viaggio notturno dell’astro, che termina lì dove si congiunge con la nascita del nuovo sole bambino. La simbologia solare dei Re Magi era chiaramente espressa in passato, quando al loro corteo si aggiungeva una figura femminile, detta la Re Magia, evidente rappresentazione della luna. Essa veniva raffigurata in portantina sorretta da quattro schiavi ed era la compagna fedele del Re moro, cavaliere dello stallone nero. Un chiaro riferimento alle divinità lunari e cacciatrici. Nella tradizione popolare attuale, la Befana porta in regalo ai bambini carbone e dolci, simbolo rispettivamente di ciò che resta del passato e di buoni presagi per il futuro, un retaggio del dominio spagnolo, specialmente nella nostra regione, ove sono proprio i Magi a portare i regali ai bambini. In Italia invece, nonostante l’influenza della Chiesa, la tradizione pagana rimane predominante, soprattutto al centro e al sud, e la Befana a cavallo della scopa, come una strega benefica, rimane la protagonista assoluta di questa notte misteriosa. L’Epifania, infatti, è un giorno speciale perché vi ricorrono più eventi legati alla vita di Gesù: innanzitutto la sua manifestazione ai Magi, come già detto, ma anche il suo battesimo e il suo primo miracolo (l’episodio delle nozze di Canaa); non sorprende, dunque, che nella cultura popolare la si consideri una notte fuori dall’ordinario, in cui possano continuare ad accadere dei prodigi. Si ritiene ad esempio che l’acqua delle fonti possa trasformarsi in vino o in olio – evento legato dunque all’abbondanza e alla prosperità. Ma c’è un’altra credenza risalente ai tempi in cui l’uomo viveva a stretto contatto con tutti gli animali domestici. È convinzione, infatti, che durante questa notte gli animali possano parlare e, in particolare, gli animali domestici diano giudizi sui loro padroni. Per evitare che si lamentino e imprechino contro i proprietari bisogna farli mangiare bene e a sazietà. Imparentata con le divinità ancestrali dei campi, ma imbruttita dalle paure degli uomini, la Befana conclude, così, il ciclo natalizio con la carica pagana della sua natura doppia, lunare, di strega e di benefattrice, da desiderare e da temere, come si confà ad una vera divinità femminile. Occhi chiarissimi, gonna ruvida di tela di sacco, pelle da contadina attizzata dal sole, è la Befana l’immagine e l’essenza della Natura. La notte del 5 gennaio, infatti, Madre Natura, stanca per aver donato tutte le sue energie durante l’anno, appare sotto forma di una vecchia e benevola strega, che vola per i cieli su di una scopa. Oramai secca, è pronta a essere bruciata come un ramo, per far sì che possa rinascere dalle ceneri come giovinetta Natura, una luna nuova. Prima di perire però, la vecchia passa a distribuire doni e dolci a tutti, in modo da piantare i semi che nasceranno durante il nuovo anno. Quando nelle poverissime campagne del Sud i doni del sei gennaio non erano che qualche arancia, una bambola fatta di ritagli di stoffa e, magari qualche caramella di zucchero fatta in casa, il dolce che si preparava in quel giorno era un semplicissimo pasticcetto fatto con ricotta buccia d’arancia e un velo di zucchero. E’ quello che proporrà Mario Pantaleone, a quanti vorranno portare in tavola la vera tradizione campana, un dolce profumato, impalpabile, pronto a sciogliersi in bocca al primo assaggio, lasciando quel sapore d’arancia, primo sorriso evocante quella epifania solare, preludio di primavera, che si mostra in tutto il suo fulgore, luce divina che fuga gli spiriti della morte costringendoli a ritornare nei loro luoghi sotterranei, facendo riprendere al tempo il suo corso, rigenerato nell’appena trascorso otium.

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