Rosa Giulio tra Tasso, Petrarca e Leopardi

Scritto da , 23 gennaio 2018

Questo pomeriggio alle ore 17, a Palazzo Sant’Agostino si terrà il convegno che aprirà ufficialmente il nuovo anno dell’Ente di Cultura presieduto da Giovanna Scarsi

Di OLGA CHIEFFI

Questa sera, alle ore 17, presso il Salone della Provincia di Salerno, si terrà il convegno “Alle fonti della lirica contemporanea: Tasso fra Petrarca e Leopardi” nell’ambito dei Martedì Letterari. Il convegno aprirà ufficialmente il nuovo anno dell’Ente di Cultura fondato e presieduto da Giovanna Scarsi, che, confrontandosi con il Comitato scientifico, con il Centro Giovani e con la Sezione Universitaria, ha fortemente voluto inaugurare il nuovo anno con una conferenza organizzata in stretto rapporto di collaborazione scientifica con il Dipartimento di studi umanistici dell’Unisa diretto da Rosa Maria Grillo. Relatrice sarà Rosa Giulio, Associato di Letteratura italiana nello stesso Dipartimento. Ad allietare la conferenza, che si prospetta molto densa un momento musicale dal titolo “Tasso e la musica” a cura di Serena D’Ambrosio e Roberto Maggio, entrambi musicisti del Conservatorio “D. Cimarosa” di Avellino. I saluti saranno affidati alla Dott.ssa Mariarosaria Vitiello, Consigliere delegato alle politiche culturali e scolastiche della Provincia di Salerno, ed a Stefano Pignataro, Presidente Consiglio studenti Dipsum-Unisa. Già nel 1816 Leopardi sottolinea la singolare fortuna che l’opera poetica di Petrarca ha goduto presso i lettori. Infatti, per il recanatese il genere preferito dai lettori di ogni tempo è l’epica, mentre la poesia sentimentale trova riscontri positivi e duraturi solo in casi particolari, come appunto è accaduto per Petrarca che fu apprezzato insieme agli epici Ariosto e Tasso. Un profilo del ruolo di Petrarca nella storia della letteratura italiana si legge nelle prime pagine dello Zibaldone, dove Leopardi traccia la nascita e lo sviluppo della letteratura assumendo un particolare punto di vista: la perfezione in letteratura è raggiunta solo dai classici greci e latini, e gli autori italiani che hanno saputo imitare la loro grandezza sono pochissimi e tutti distribuiti nei primi secoli della letteratura e nel Cinquecento: la letteratura italiana nacque nel Trecento per affermarsi nel Cinquecento e corrompersi nei secoli successivi, fino ad estinguersi nell’era moderna l’Ottocento. Il giudizio di Leopardi su Petrarca cambia radicalmente dopo il lavoro d’interpretazione delle Rime: da auctoritas della poesia, Petrarca diventa poeta dalla fama immeritata: “io non trovo in lui se non pochissime, ma veramente pochissime bellezze poetiche”. Per ripercorrere la trasformazione dell’opinione leopardiana su Petrarca si sono letti e incrociati i riferimenti espliciti alla poesia dell’aretino che Leopardi dissemina nei saggi, nello Zibaldone di Pensieri, e nell’epistolario. I motivi che si ritiene abbiano piú influito sulla variazione del giudizio sono essenzialmente due: il consolidarsi in Leopardi di una propria poetica che determina il lento distacco dai modelli fondanti dai quali aveva preso le mosse; lo studio interpretativo per l’edizione divulgativa delle Rime che sottrae al recanatese le illusioni dilettevoli create dall’aver vissuto quella poesia nell’intimità del proprio sentire. “Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare” è un’ode – nel senso più puro di canto – di Leopardi al suo poeta preferito, colui che, nello Zibaldone, descrive come “eccetto Petrarca, il solo italiano veramente eloquente”. Qui emerge con forza la compassione che Leopardi prova per se stesso e per Tasso, che nel testo ha nostalgia dell’amata. Il Genio-Leopardi spiega a Torquato che la felicità è irraggiungibile e che la vita, vissuta ponendo la felicità stessa come fine, non potendo raggiungerla, diventa violenta. L’esistenza è così “composta e intessuta, parte di dolore, parte di noia”. Due vite per molti aspetti parallele benché distanti tre secoli, due poeti “infelicissimi” (l’aggettivo è di Leopardi) in contrasto con la famiglia d’origine e interiormente claudicanti, sempre combattuti tra la tradizione e il loro tempo: in Tasso, probabilmente, Leopardi legge il suo stesso dissidio. Un “genio straordinario” lo definisce: e anche se non ne apprezza l’opera, neanche la più celebre Gerusalemme liberata, scrive: “Chiunque conosce intimamente il Tasso, se non riporrà lo scrittore o il poeta fra i sommi, porrà certo l’uomo fra i primi, e forse nel primo luogo del suo tempo”. Di Tasso, l’autore descrive e condivide l’incomprensione di un’anima grande in un tempo eccessivamente individualista.

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