Robertino resta sempre l’eroe di Salerno

Scritto da , 3 novembre 2018
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di Red. Cro.

L’8 dicembre taglierà il traguardo dei settant’anni, ma per tutti è sempre Robertino, l’ “eroe di Salerno”, come ebbe a battezzarlo il grande sindaco Alfonso Menna. Del resto lo sguardo vivace e profondo di Roberto Del Vecchio è lo stesso di quand’era uno scugnizzo di 15 anni che, il 3 novembre del 1963, non esitò a tuffarsi con il mare grosso, dal “pennello” di piazza della Concordia, per salvare il 25enne Paolo Antonio Ruscigno che aveva tentato il suicidio. Per il suo nobile gesto fu insignito, il 18 maggio del 1964, della medaglia d’argento al valore civile come “esempio luminoso di spirito di altruismo e di umana solidarietà”.
Un quotidiano dell’epoca, che ancora oggi custodisce, racconta della “disinvoltura” con cui il piccolo eroe ricostruiva l’accaduto: sembra quasi – scriveva il cronista – che Robertino non abbia fatto altro in vita sua che salvare la gente che sta per annegare.
Parole che suonano quasi profetiche, visto che quasi trent’anni dopo – il 21 agosto del 1992 – Roberto Del Vecchio compì addirittura un doppio salvataggio sulla spiaggia libera della spineta di Battipaglia, strappando alla morte il 22enne Cosimo Mastrangelo ed il 18enne Alessandro Bevilacqua di Olevano sul Tusciano. Un altro atto di eroismo, per il quale gli fu conferita stavolta la medaglia d’oro al valore civile il 6 maggio del 1993 quale “splendido esempio di umana solidarietà e non comune altruismo”.
«Per me fu istintivo gettarmi dal pennello, senza riflettere sul pericolo nè stare a chiedermi se avrei potuto farcela visto che ero solo un ragazzo – racconta – Lo stesso mi è successo a Campolongo, dove dovetti tuffarmi per ben due volte, per trarre in salvo prima un ragazzo e poi l’altro. La verità è che quando vedi qualcuno in così seria difficoltà non c’è tempo di stare a pensarci su. Devi fare il possibile e basta, e questo lo trovo normale».
L’abitudine di schermirsi è insomma sempre la stessa di quand’era un quindicenne smilzo e vivacissimo, perchè la verità è che Robertino la generosità ce l’ha nel sangue. Fa parte dello slancio con cui ha sempre affrontato la vita: quella foga schietta, a volte irruenta, che è il suo tratto distintivo ed è solitamente fonte di forti emozioni e, si sa, talvolta di grossi sbagli. Quel che è certo però è che garantisce un’esistenza tutt’altro che monotona e la soglia dei sessant’anni è il classico momento topico per un bilancio.
«Diciamo che ho sempre avuto un temperamento esuberante e passionale, talvolta con qualche eccesso – sorride – Due bravate su tutti? Una da bambino, quando dal 1958 al 61 fui ospite dell’orfanotrofio Umberto I perchè mio padre era allora gravemente ammalato e mi feci mandar via per aver rotto il violino in testa al maestro. E poi una da adulto, quando salii sul ring del palazzo dello sport di Roma, per protestare con foga con l’arbitro che aveva decretato l’ingiusta sconfitta del grande pugile Duilio Loi».
Pagine di una vita che Robertino ha vissuto sempre intensamente, senza rimpianti, assecondando le proprie passioni.
«Da ragazzo, reduce dal salvataggio che mi diede tanta notorietà in città, ho fatto proprio il bagnino per un periodo. Ricordo con piacere l’estate del 1965 al lido “La Bussola” di Campolongo – racconta – Nel 1966 invece ho lavorato come cameriere, ma poichè la mia vera passione erano e restano i fornelli, ho presto iniziato a fare il cuoco. Sono stato benissimo al Bistrot di Marina di Pietrasanta, in Versilia, dov’era ospite fisso l’avvocato Giovanni Agnelli, che adorava il mio filetto alla Rossini».
Dopo una “pausa” dai fornelli per assecondare l’altra grande passione della musica («all’orfanotrofio studiai canto, violino e pianoforte ed ho avuto il mio momento di gloria come cantante “Da Umberto’s” a piazza dei Martiri a Napoli, esibendomi nel repertorio classico partenopeo») Robertino ha preso il volo per il Belgio. «Fino al 2003 sono stato il cuoco della “Locanda” a Ninove nelle Fiandre, il primo ristorante qualificato italiano, creato e gestito dal salernitano Giulio D’Amore -prosegue – Ma Salerno mi mancava troppo, per cui mi sono deciso a fare ritorno, anche per stare più vicino a mio figlio Otello, che oggi ha 21 anni e studia all’università». Il suo orgoglio, frutto del matrimonio con una professoressa di Amalfi, che è finito anni fa e a cui ha fatto seguito, tra l’altro, un periodo di vita un po’ troppo “mondana”. Acqua passata. Sessant’anni sono l’età della saggezza anche per Robertino: «Ora ho accanto una compagna, Halyna, che mi dà gioia e serenità – dice – L’unico lusso che mi concedo è la compagnia di tanti buoni amici e soprattutto i piaceri della tavola, tanto più che mi occupo della vendita di formaggi e salumi per i ristoranti, per cui li conosco un po’ tutti».
Il sogno nel cassetto è di ricevere l’onorificenza di Cavaliere. Perchè no?

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