Riforma Cartabia: la profezia del 1986

Scritto da , 6 Agosto 2021
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di Michelangelo Russo

La Riforma Cartabia è stata approvata, nonostante i severi richiami del C.S.M. ai pericoli di un’azione penale della Pubblica Accusa condizionata dalle maggioranze parlamentari di turno. In altre parole, un’altra sponda di incertezza del diritto, a dispetto dei pluridecennali sbraiti sulla certezza delle norme da applicare e delle pene da infliggere. Come nella classica tradizione italiana, le novità più ingarbugliate, pasticciate e foriere di guai futuri vengono puntualmente e sbrigativamente passate all’approvazione in piena estate. Quando la gente non vuole pensare al domani, ma solo al bagno in spiaggia e all’impepata di cozze. E così ci troviamo in casa un’invasione di campo del potere politico di maggioranza nell’azione obbligatoria penale del Pubblico Ministero, del tutto autonoma per dettato costituzionale. Quello che non era riuscito a Licio Gelli e al progetto massonico della P2, e quello che inutilmente tentarono le sortite picconatorie del Presidente della Repubblica Cossiga e il logorio d’immagine della magistratura coltivato dai governi Craxi negli anni ’80, e quello che non riuscì mai al Berlusconi del 1994 e alla strana intesa tra lo stesso Cavaliere e il governo D’Alema (dopo il siluramento di Prodi nel 1998) con la perigliosa avventura della Bicamerale per riformare la Costituzione, ebbene, quello che non è riuscito a tutta questa gente, è riuscito a un direttore di banca, ben addentro ai rapporti economici che contano e alle cordate che ci spadroneggiano, che ha portato ad una rivoluzione copernicana del sistema senza che nessuno praticamente ne parlasse. La magistratura, in verità, ci ha messo il suo per apparire in tutta la sua debolezza d’immagine, in questo momento storico. L’inchiesta Palamara è stata devastante, alla fine dei conti. E ci ricorda l’antico avvertimento di uno dei padri della Patria repubblicana, il socialista Pietro Nenni. “E’ pericoloso insistere a dimostrare di essere i più puri. Chi è troppo puro, prima o poi trova uno che lo epura!”. La Magistratura si è epurata da sola, inseguendo la logica matematica e non umana che nessuno può sfuggire al potere epuratore del Trojan. Che è come la ghigliottina di Robespierre, che la tenne affilata per le centinaia di vittime del Terrore prima di provarla, in piena efficienza, nella sua stessa testa. Ma tutto questo è solo il prologo di questo articolo. Serve da introduzione ad una rivisitazione storica della premonizione che nel lontano anno 1986, in piena era Craxiana e Cossighiana e ben prima di Tangentopoli, ebbe un singolare intervento polemico del sottoscritto (e mi si perdoni l’inevitabile vanità rievocativa) presentato al turbolento Congresso Nazionale di Magistratura Democratica tenutosi a Rimini dal 30 aprile al 2 maggio di quell’anno. Ma non si trattò di un discorso alla platea rumorosa o di uno scritto in forma di volantino. Fu un cortometraggio, dal titolo “Il mestiere di Giudice”, girato a Salerno negli studi della Videa con la direzione dei cari amici Sasà Mari ed Enzo Ragone, oggi giornalista di Rai 3. Gli attori di quella satira feroce e garbata, apparentemente destinata ad un pubblico di bambini, erano del tutto particolari: erano giocattoli meccanici, con la carica a molla, ripresi con pazienza infinita mentre si muovono rivestiti di tocco e toga mimando le paradossali vicende di una lotta eterna tra i giudici e i condizionamenti furbeschi adottati dai trabocchetti del potere politico ed economico. Unico attore umano è un bambino vero, di otto anni, Enzo Russo, con addosso la toga di suo padre, che sono io. Premonizione doppia, di questo divertissement proiettato a Rimini. Molti anni dopo, quel bambino giudice lo sarebbe diventato davvero, e per di più Pubblico Ministero. E la vittoria finale del Potere Politico sui giudici sarebbe arrivata pure lei. Il cortometraggio di mezz’ora (proiettato fuori concorso al Festival Internazionale della Satira Politica di Forte dei Marmi a settembre del 1986, e premiato due anni dopo al Festival del Cinema a passo ridotto di Salerno) si conclude con un coro di voci infantili su un’arietta ironica e agghiacciante, che canta l’avvento di un nuovo ordine delle cose giuste e ingiuste. Quelli che dovranno andare in galera prima di tutti, secondo questa nuova scala delle nefandezze, saranno i ladri di polli. All’obiezione che così nulla è cambiato rispetto a prima, la voce fuori campo ricorda che il nuovo imperativo massimo della società è assicurare che venga anzitutto soddisfatto l’appetito di ognuno. E per questo in galera dovranno andare principalmente i ladri di polli. Perché, quando un pollo viene rubato, si agita, e le carni irrigidite saranno poi difficilmente digerite. Con grave danno all’appetito. Questo nel 1986. Vuoi vedere che nel 2022 il Parlamento metterà come priorità dei delitti da perseguire il furto dei polli?

 

 

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