Riflessioni sugli “Acqua-viva” con Ruggero Cappuccio

Scritto da , 6 aprile 2017

Da questa sera, alle ore 21, sino a domenica, in pomeridiana, il Teatro Verdi ospita Spaccanapoli Times

 

Di OLGA CHIEFFI

Ruggero Cappuccio ritorna da stasera, alle ore 21, sino a domenica, in pomeridiana, ore 18,30, al teatro Verdi per vestire i panni di Giuseppe Acquaviva, il protagonista della sua pièce Spaccanapoli Times – uno scrittore che pubblica le sue opere in assoluto anonimato e vive tra i binari della stazione centrale di Napoli. Con lui, in scena ci saranno Giovanni Esposito che darà voce a Romualdo Acquaviva, Gea Martire, Gabriella Acquaviva e Marina Sorrenti, che sarà Gennara Acquaviva, Giulio Cancelli cui è stato affidato il ruolo di Norberto Boito e Ciro Damiano che interpreterà il Dott. Lorenzi. I costumi sono di Carlo Poggioli, letture sonore di Marco Betta da “La forza del destino” di Giuseppe Verdi, le scene sono di Nicola Rubertelli, aiuto regia e progetto luci Nadia Baldi, gli amici di sempre che vanno a comporre le produzioni del Teatro Stabile di Napoli. Gli ambienti sono abbandonati da tempo. Gli unici oggetti che si impongono alla vista sono le migliaia di bottiglie d’acqua, ormai vuote, che ricoprono i muri dei saloni a tutt’altezza. Giuseppe ha convocato i suoi tre fratelli per una ragione d’emergenza. Gabriella, Gennara e Romualdo, lo raggiungono nella dimora in cui hanno vissuto infanzia e adolescenza, ma il motivo della convocazione appare ambiguo e misterioso. Ruggero Cappuccio è aduso introdurre simboli-chiave, tentare oltre la recitazione la cultura dello spettatore e noi al buio (non avendo ancora visto lo spettacolo) iniziamo a giocare. Le bottiglie d’acqua vuote e il cognome della famiglia Acquaviva sono certamente legati. Acqua come sorgente di vita, acqua come specchio, acqua come profezia, acqua quale simbolo dell’inconscio sia per Freud che per Jung, e ancora i fiumi di Dante Acheronte Stige, Lete ed Eunoè, acque di passaggio dolorose, venefiche, le une, purificatrici le altre, Ofelia ritrova la sua acqua nella morte nel più materno dei suicidi, l’ acqua assimila, interiorizza, ammorbidisce, mescola, inibisce, omogeneizza, riempie e risolve, si espande, è profonda, ricettiva, purificante e terapeutica. Il luogo non luogo stavolta, come nel suo “Sogno” shakespeariano, è un palazzo abbandonato di Piazza San Domenico Maggiore, Spaccanapoli, la casa patriarcale degli Acquaviva, che non risiedono più lì. Giuseppe vive tra il binario numero 8 e il numero 9 della stazione di piazza Garibaldi, le sue sorelle e il fratello vivono in luoghi non bene identificati. Romualdo fa il pittore, ma quando sta per terminare le sue opere le distrugge. Gabriella ha innamoramenti ispirati dalla sua singolare pazzia sentimentale, Gennara ha una surreale visionarietà per il mondo dello spirito. In attesa che Giuseppe sveli il “segreto”, si aprono mondi nei quali i fratelli si confrontano, litigano, ridono, immaginano si immalinconiscono dando spazio a momenti di comicità che rappresenta il tratto della grande tradizione del teatro di Napoli. E’ anche una “indagine” sul senso dell’esilio come spiega l’autore. Per Cappuccio si può essere esiliati in due modi: geograficamente oppure con una sorta di isolamento proprio dove si vive perché si vuole un’esistenza quotidiana che non è possibile avere. Oggi le persone sono controllate facendo passare per democrazia un modo di governare che finisce con il determinare una deportazione di massa dei “cervelli” che causa la cosiddetta “malattia mentale”. La lingua usata dall’autore, non è shakespeariana né napoletana, ma è quella che “racconta le contratture, le lussazioni, le fratture della lingua napoletana”. C’è anche il siciliano parlato da Gennara, dialetto essenziale e caratterizzato dalla “sottrazione” in contrapposizione al napoletano dall’ espressione “grassa” linguistica. Domani sera l’ incontro con il pubblico condotto da Peppe Iannicelli in “Giù la maschera” alle 18,30 nel foyeur del Verdi.

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