Riccardo Muti, il Decadentismo e Beethoven

Il Maestro ha scelto una linea riflessiva e posata per l’esecuzione della Terza Sinfonia del genio tedesco, mentre l’Urklang di pace è venuto dal canto di Aynur Dogan

Di OLGA CHIEFFI

Riccardo Muti, archiviata la luna di Salvatore Di Giacomo nella prova generale, si è affidato al cielo piangente del X agosto di Giovanni Pascoli, scegliendo nella due giorni di grande musica, una linea decadente, che ha non poco influito sull’ esecuzione della Terza Sinfonia in Mi bemolle Maggiore op.55 di Ludwig Van Beethoven l’Eroica. Evento d’eccezione quello vissuto domenica sera nel Parco Archeologico di Paestum, grazie alla sinergia del governatore della Campania, Vincenzo De Luca, del Presidente Andrea Prete della Camera di Commercio di Salerno, del direttore del Parco Archeologico di Paestum, Gabriel Zuchtriegel, che ha potuto godere del “suo” Beethoven, della Scabec e del Ravenna Festival, un binomio quest’ultimo che ha portato anche lo “Czar” Valery Gergiev il 28 luglio al Ravello Festival. A rendere omaggio alla dignità e al coraggio e alla memoria dell’attivista civile Hevrin Khalaf e dell’ archeologo Khalaf e al-Asaad, che ha difeso con il suo corpo e la sua vita le bellezze e la storia di Palmira, anche la musicista Aynur Doğan e l’artista Zehra Doğan; entrambe di origine curda, entrambe impegnate per la questione femminile, entrambe oggetto di attacchi e censure. Nella società curda, un posto privilegiato è riservato alla musica, poiché è il mezzo con il quale si trasmettono storia, poesia e sentimento politico e Aynur ha affidato la sua denuncia, la sua richiesta altissima di pace, il suo romantico “urklang” ad uno Dengbej, un “canto parlato” melodicamente modulato, senza cadenze ritmiche, sostenuta da un virtuoso del tenbur, un liuto a sei corde con un manico di circa un metro e la cassa di risonanza somigliante a quella di un mandolino, sottolineando l’espressione dei sentimenti umani fondamentali, con un inciso melico caratteristico, che ha reso in pieno il sentimento di un intero popolo che soffre da sempre. Tra le colonne del tempio di Poseidone, novella vestale, vestita di bianco e latrice di un drappo, simbolo silente e urlante di pace, danzava, sotto la luna, Zehra Doğan. La ribalta, poi, è stata ceduta, a Riccardo Muti e alla sua orchestra Luigi Cherubini, che per l’occasione ha ospitato alcuni strumentisti rifugiati della Syrian National Symphony Orchestra, per l’esecuzione dell’Eroica di Ludwig Van Beethoven. Palco impegnativo quello di Paestum, per un’orchestra giovanile, distanziata e amplificata, su tavole enormi e, naturalmente, all’aperto. La forza drammatica del primo movimento è risultata molto diluita, con un Muti che ha conferito ampio respiro al fraseggio e ai disegni melodici, tentando, così di far emergere piccoli particolari della partitura, legati agli interventi dei legni, purtroppo sacrificati dall’amplificazione e dalla posizione. Al di là delle scelte molto personali riguardanti l’agogica, è restata la sensazione che sia stato l’uso delle dinamiche, in alcuni casi, a comprimere eccessivamente la potenza espressiva così caratteristica di quest’opera straordinaria, con fortissimi che sono rimasti un po’ ovattati. Eccellente la qualità tecnica di tutti gli strumentisti, in particolare dei legni che hanno avuto il loro punto culminante, nel secondo tempo, la Marcia Funebre: il fatale incedere dei ritmi, il colore ben scolpito dei timpani, i contrabbassi, sfondo polveroso della mesta melodia dell’oboe. Poi, lo Scherzo inserito perfettamente nella cornice classica con uno staccato ben evidenziato, e il finale una vera e propria carica di speranza e di gioia che ci costringe ad avere ancora grande fiducia nelle sorti del mondo e a non desistere mai dal pensiero di poterlo cambiare poiché la musica afferra il presente, lo ripartisce e ci costruisce un ponte che conduce verso il tempo della vita. Colui che ascolta e colui che canta vi ci trova un amalgama perduto di passato, presente e futuro. Su questo ponte, finchè la musica persiste, si andrà avanti e indietro, fino alla fine dei tempi.