Riccardo Canessa: talk show su Tosca

Scritto da , 8 ottobre 2018
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Questa mattina alle ore 11 e venerdì 12 alle 21, il regista discernerà sul capolavoro pucciniano insieme al pianista Maurizio Iaccarino

Di OLGA CHIEFFI

Mattinata interamente dedicata all’Opera Talk Show, un format creato da Riccardo Canessa al massimo cittadino, in cui il regista, a partire dalle ore 11, per le scuole, ( con replica per l’uditorio adulto venerdì 12 ottobre alle ore 21) supportato dal pianista Maurizio Iaccarino e da qualche artista del coro, porrà il proprio occhio su Tosca, di Giacomo Puccini. Calcolatore astuto, Puccini, ha una leggerezza acrobatica nel trapasso veloce dall’osservazione innocente alla partecipazione tragica. Si tratta di considerare che in Puccini la scena rappresenta quasi certamente la cripta di un’esistenza borghese ben al di sotto del mito. Tosca, alle soglie del nuovo secolo, non poteva essere più indicativa di quel momento storico ed estetico. Ciò che colpisce sono i “luoghi”, simboli dei personaggi, la scrivania per Scarpia, la Madonna per Tosca, la cappella Attavanti per l’Angelotti, cavalletto e pennelli per Cavaradossi, e i tempi dell’opera, poche ore, per descrivere come l’occhio di una macchina da presa, una Roma di inarrivabile fascino. Puccini non dimentica mai di essere come un pittore davanti al cavalletto e dipinge la natura con tutta la libertà e l’entusiasmo del primo incontro. Il fatto in sé non interesserebbe molto, se non fossero in gioco i rapporti tra i personaggi. Personaggi che sembrano volersi imporre ad ogni costo, strappando e calpestando tutto quanto li circonda. Mentre in sede romantica erano gli assoluti dominatori dei cosiddetti oggetti, ora sono proprio questi ultimi a muovere verso il personaggio e a pretendere da lui un rispetto adeguato. Il che equivale ad una soffocazione. La crudeltà e l’ansia di Scarpia, mostro corrotto ma sincero, uomo di mondo e fedele servitore dell’autorità; la tenerezza di Tosca, l’unica donna ammessa nell’opera, che ne occupa con prepotenza ogni spazio, in ogni momento, sempre da padrona assoluta, amante focosa ed imperiosa che non esita a smaniare in chiesa esibendosi in una violenta scena di gelosia, la stessa creatura che, come una pia fanciulla, s’inginocchia devotamente dinanzi alla Vergine e le offre dei fiori, è la stessa artista che si umilia come una donnicciola qualsiasi quando si prosterna disperata ai piedi dell’aguzzino, implorando pietà per il suo uomo, è la stessa creatura che, brandisce un coltellaccio da cucina e trucida selvaggiamente il boia che la vuole sua in cambio della salvezza dell’amante, è Tosca il deus ex machina dell’azione e lascia il partner sempre nell’ombra (Cavaradossi è seviziato ma è lei che soffre e recita la sua sofferenza, intonando quella pagina in sé molto efficace e musicalmente ben tornita, ma estranea all’economia del dramma che è “Vissi d’arte”), il pittore Cavaradossi, attaccato alla vita e al piacere con ingenuità poetica, non è che il signor tenore, al quale non gli è permesso che cantare due romanze “Recondita Armonia” e “Lucean le stelle”. La cornice dei luoghi, mossa con estrema abilità fra una chiesa fastosa, una sala di palazzo con annessa stanza dei tormenti, e il carcere per i condannati a morte: è tutta qui la Tosca, schizzante una Roma tra fede e potere e il conflitto fra la voluttà e la carne martoriata, fra la sete vitale e l’oppressione, il tutto elevatesi a monumento sepolcrale. La bellezza e gli amori celebrano un forzato trionfo davanti al plotone di esecuzione. Ma Riccardo andrà oltre, giocando tra le fonti di Sardou, conducendoci alla scoperta di Vitellio Scarpia, ( ispirato ad un barone del Cilento soprannominato “Sciarpa”, alias di Gherardo Curci di Polla) personaggio-chiave più motivato da ragioni politiche e di ordine pubblico di cui dar direttamente conto ai Borboni – alla regina Maria Carolina – rispetto al ritratto più odioso e maniacale che emerge dal libretto. È un poliziotto tutto d’un pezzo che Sardou chiama per nome una sola volta, quando firma il salvacondotto per la fuga dei due amanti, e il suo farsi aguzzino è spesso nel ruolo e nelle circostanze più che nelle intenzioni personali. Il che non lo rende più simpatico, ma spiega molti dettagli dell’inchiesta di cui è responsabile davanti ai regnanti padroni di Roma. Incontriamo così Maria Carolina, figlia di Maria Teresa d’Austria (sorella di Maria Antonietta) e moglie di Ferdinando IV di Napoli: è questa sia la corte da cui Scarpia, siciliano, verrà inviato a Roma, sia la città dove Cesare Angelotti si è già fatto tre anni di carcere per essere caduto in disgrazia di una ex fiamma, Emma Lyon, divenuta moglie dell’ambasciatore d’Inghilterra William Hamilton col nome di Lady Hamilton (più nota storicamente come l’amante dell’ammiraglio Orazio Nelson). A Roma una testa calda, Mario Cavaradossi, figlio di padre italiano e madre francese, giunge per sistemare degli affari ma deciderà di rimanervi per una donna, la celebre cantante Floria Tosca, conosciuta al Teatro Argentina e già artista di successo alla Scala, al San Carlo, alla Fenice. Allieva di Domenico Cimarosa, che la sottrae all’attività musicale liturgica scatenando le ire del «defunto Papa», che ha però due grossi difetti, «la folle gelosia» e «la devozione religiosa […] eccessiva», come spiega parlando di lei con fervore ad Angelotti, depositario della storia e delle confidenze del suo salvatore, passando per il caffè di Scarpia e finendo con diverse e divertenti parodie di Tosca di cui non vi sveleremo la battuta finale.

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