Remembering Gaetano Capasso

Scritto da , 23 Ottobre 2021
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A un anno dalla scomparsa del clarinettista e amato Maestro, i suoi allievi si riuniscono stamane per un matinée nella Chiesa di San Rocco in Frattamaggiore sua città natale

di Olga Chieffi

Oggi, nella Chiesa di San Rocco in Frattamaggiore, verrà offerto un matinée in memoria del Maestro Gaetano Capasso, da quanti si riconoscono nella sua scuola di clarinetto, eredi, attraverso i suoi preziosi insegnamenti, della grande tradizione napoletana. Lunedì 27 sarà trascorso un anno dalla sua scomparsa, in parte dovuta anche agli strascichi di questa ferale pandemia, del concertista e docente di clarinetto, in diversi conservatori, tra cui il “G.Martucci” di Salerno, dove abbiamo goduto della sua vivace amicizia, che ci ha visto, insieme, all’indimenticato M° Giovanni De Falco, discutere oltre che di musica, anche di alchimia, filosofia, illuminati, templari. Il sogno di ogni allievo è quello di onorare il proprio maestro attraverso gli strumenti e il mestiere che gli ha consegnato. Così, stamane, alle ore 10,30, ospiti del Parroco Don Armando Broccoletti e del suo vice, Don Raffaele Vitale, i maestri Vincenzo Cuomo, Paolo D’Amato, Giovanni D’Auria, Francesco Di Domenico, Calogero Gambardella, Giuseppe Genovese e Gino Zoglio, suoneranno per il loro mentore Gaetano, con i loro allievi riuniti in coro di clarinetti, Luca Argenziano, Francesco Ascolese, Francesco Cozzolino, Samuele Frattini, Antonio Iorio, Giovanni Pepem Teresa Pirozzi, Giovanni Romaniello, Aniello Sansone, Annalisa Santagata e Antonio Santaniello. Il programma verrà inaugurato con una delle pagine più alte della cultura musicale barocca – il Messiah di Georg Friedrich Händel, dal quale ascolteremo l’Alleluja. Pur nella sua originalità, il Messiah non prescinde tuttavia dalle convenzioni e dagli elementi stilistici che rientravano nei canoni della “Musica Poetica” che applicava alla composizione musicale le regole e gli artefici della retorica. La pratica che voleva la musica ancella dell’oratione consentì a Händel un magistrale sfruttamento delle figure della Musica Poetica, che gli permisero di supplire all’assenza di azione drammatica, ponendo in risalto i diversi “affetti delle parole bibliche. Händel si rivela geniale nella regia con la quale ordina l’intero materiale musicale: il Messiah appare come un“crescendo”culminante nel famosissimo coro dell’Alleluja, collocato al vertice dell’intera composizione. Si passerà, quindi, alla Messa di Gloria di Gioachino Rossini, con il Quoniam tu solus Sanctus, un solo affidato a Luca Argenziano. Rossini visse a lungo; conobbe le vertiginose vette della fama e conobbe la profondità della disperazione personale. Da questo ampio spettro emozionale egli astrasse -per così dire – questa sua composizione. “Poca scienza, un poco di cuore, ecco tutto. Sii dunque benedetto, e concedimi il Paradiso”. Sarà improbabile che la sua preghiera sia rimasta inascoltata. Tutti insieme per il I tempo di una fra le più alte composizioni di Mozart, la Sinfonia in sol minore, n°40 K550, che ha costituito fin dai primi dell’Ottocento un simbolo e un enigma: composta nell’estate del 1788, seconda di un ciclo costituito dalla Sinfonia in mi bemolle maggiore e dalla Jupiter, non si sa se abbia avuto un committente o se sia nata, come le altre, come una sorta di confessione, in un momento di terribili avversità nella vita quotidiana. Quel che è quasi certo è che Mozart non potè mai ascoltarla, anche se una correzione nella parte originaria dell’oboe, passata parzialmente al clarinetto, potrebbe far pensare ad un adattamento dell’opera in vista di una sua imminente esecuzione. È probabile, comunque, che i primi ascoltatori siano rimasti sconcertati dal singolare clima espressivo di questa sinfonia, dal suo cromatismo e dalle sue arditezze, pur in quel suo sfondo di «classica e inalterata bellezza» (Mila) che costituì un modello per tutti i sinfonisti del primo Ottocento, a partire da Beethoven. Ma mentre i musicisti del romanticismo guardarono alla Sinfonia in sol minore quasi come ad un irraggiungibile ideale di purezza, in tempi a noi più vicini la critica ha sottolineato piuttosto, di quest’opera, l’immediatezza espressiva, il languore, il sottile e sotterraneo turbamento che la pervadono, quasi appunto si tratti di un profetico e drammatico annuncio di tempi nuovi, affrontati in prima persona e senza reticenze, con tutto il peso ossessivo di tristissime esperienze quotidiane. Sarà Vincenzo Cuomo ad elevare il solo dal III atto de’ “La forza del destino” di Giuseppe Verdi, una pagina che il genio italiano scrisse per il suo amico Ernesto Cavallini, introdotto prima della Romanza di Don Alvaro, che traccia i sentieri della memoria, invasi da una variazione musicale sul tema del Destino. Ancora Wolfgang Amadeus Mozart con l’ ultimo quartetto d’archi K 160 mi bemolle, quasi un divertimento, prima di un saluto di Samuele Frattini, in pieno stile klezmer con il Béla Kovács, di Sholem-Alekhem, Rov Feidman! Finale con l’Inno alla gioia di Ludwig van Beethoven, che vuole trasmettere pensieri e emozioni che hanno un solo scopo: poter arrivare all’animo dell’ascoltatore, suggerendogli inevitabilmente la voglia, a sua volta, di ascoltare, o riascoltare con un’attenzione nuova in silenzio, fino in fondo, questo straordinario capolavoro donato all’umanità Beethoven e dal poeta Schiller. Un messaggio dell’Aldilà, che si rivolge alle persone, agli strumentisti, agli allievi e ai maestri, che concepiscono la fratellanza – e la gioia – come unica via d’uscita ai grandi conflitti che minacciano il mondo, come questa pandemia, oltre la morte.

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