Rap vs poesia: i ragazzi le vittime

Scritto da , 24 giugno 2017

Chiusura imbarazzante per l’interessante ciclo dedicato alla Summer School del Salerno letteratura Festival

Di OLGA CHIEFFI

Chiusura amara e imbarazzante per i giovanissimi della Summer School, attività del Salerno Letteratura Festival, volta ad avvicinare i ragazzi alla parola viva e vissuta, attraverso delle riflessioni e un ferace dialogo intavolato da tre docenti del nostro ateneo, Alfonso Amendola, Alberto Granese e Rosa Giulio. Dal 19 giugno il gruppo ha intrapreso un interessante percorso estetico-letterario, passando come leggere una poesia, per proseguire sulle tracce di Ulisse nella poesia contemporanea, quindi, il rapporto cinema e poesia, sino a giungere ad un incontro con i poeti emergenti Eleonora Rimolo, autrice di “Temeraria gioia” Giuliano Landolfi editore e Francesco Iannone del quale è stato presentato “Pietra lavica, in libreria per le edizioni Nino Arcagno. Ieri mattina, al solito orario, intorno mezzogiorno e trenta, i giovani avrebbero dovuto venire a contatto con il verso di Marco Amendolara, chiudendo in bellezza, con un poeta salernitano, che ha cominciato a scrivere e pubblicare proprio alla loro età, vivendo una passione, quindi un mestiere e un’arte “ostinata”, attuato per l’intera sua intensissima e breve vita, salutando, così, il corso extracurricolare, con un vivido e perturbante invito a frequentare, ricercare e riconoscere il verso nella sua pienezza. Nella giornata del 23 giugno è sbarcato a Salerno il Festival delle Generazioni, che si tiene ogni due anni a Firenze, dando in pasto ai giovani della Summer School, prima laboratori, poi, le star della giornata i rapper Tommy Kuti e Omar Sall, che in serata si sono esibiti al tempo di Pomona, nello spettacolo “Anelli di congiunzione #Afroitaliani”. “Se alzi un muro, pensa a cosa lasci fuori”, scriveva Italo Calvino, e noi non abbiamo intenzione di lasciar fuori nessuno, così recitava il tema dell’incontro. La direzione approssimativa di questo Festival pilota, ben sovvenzionato dalla Regione e dal Comune di Salerno, firmato da Francesco Durante e Ines Mainieri, giunto già al lustro, incapace di coinvolgere tutte le realtà culturali del territorio, è stata letteralmente fagocitata dall’evento nazionale, lasciando attendere per oltre un’ imbarazzante ora i docenti della Summer School, Amendola, Granese e Giulio, che avrebbero dovuto affrontare la variegata opera poetica di Marco Amendolara. E’ tentare un nodo “parlato”, una gassa d’amante, un nodo d’amore, disquisire intorno a “La passione prima del gelo – Poesie 1985-2008” (Edizioni La Vita Felice di Milano, con un saggio critico di Alessandro Ghignoli), che non si può certo esaurire nel quarto d’ora, scarso che è stato riservato ai docenti e al direttivo dell’Associazione Amendolara presente in sala. Da “Città di Passaggio” a Rimmel, dai Misteri di Seymour a Fogli selvatici, da Stelle e Devianze, agli “Epigrammi”, passando per “La passione prima del gelo”, “Catulliane e altre versioni, “L’amore alle porte”, “La bevanda di Mitridate, sino a “Il corpo e l’orto” la poesia di Marco è un nodo perpetuo, senza scioglimento, un indicibile che tutti, naturalmente attraverso diversi livelli di lettura, avremmo affrontato, finchè non ci saremmo abbandonati lasciandoci fluire insieme ad esso, fino a “morirne”, forse e fino a cercare di rinascerne, nel Suo segno, in un linguaggio che raccoglie passione, morte, resurrezione. Difficile accennare tutto ciò ad adolescenti attesi dal pranzo, dal pullman per il rientro e dall’attestato di partecipazione con crediti. L’incarico è stato offerto da Alfonso Amendola e Rosa Giulio al più esperto, all’ eccellente didatta, ad Alberto Granese, il quale ha individuato nel tema dell’amicizia, la via per far scoprire Marco Amendolara ai ragazzi, ormai provati dalla giornata e dal bombardamento di imput. Alberto Granese, attraverso la lettura di alcuni versi, ha riferito, con semplici parole, come il nostro poeta tenesse ad un’amicizia pura, sulle tracce di Aristotele e della sua Etica Nicomachea, una virtù che richiede tempo e consuetudine di vita comune, ovvero che è impossibile accogliersi come amici, né essere amici, prima che ciascuno si sia manifestato all’altro degno, sino a riconoscersi in un linguaggio segreto, empatico, un linguaggio fatto di ombre abbaglianti, come la poesia.

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