Racket ed estorsioni, chiesti 20 anni di carcere per Giffoni

Scritto da , 28 settembre 2017

Pina ferro

 

Chiesti venti anni di carcere per il boss Biagio Giffoni al vertice del sodalizio che deteneva gli affari legati a droga, estorsioni e gioco d’azzardo in tutta la Piana del Sele e dei Picentni. Ieri mattina, nell’aula bunker di Fuorni dinanzi al Gip Pellegrino il pubblico ministero Rocco Alfano ha tenuto la requisitoria e formulato le richieste di pena a carico degli imputati, coinvolti nel blitz che ha sgominato il sodalizio criminale, che hanno scelto di essere processati con il rito dell’abbreviato. Nel dettaglio la pubblica accusa ha chiesto 18 anni di carcere per Roberto Benicchi e Pasqualino Garofalo; 13 anni e 4 mesi per Mario Donnarumma; 12 anni e 10 mesi per Carmine Viscido; 12 anni per Lucia Noschese, Testa e Paolo Maggio; 10 anni per Pierpaolo Magliano, Cosimo Melillo e Antonio Piscopo; 8 anni per Walter Pagano e Luigi Piscopo; 4 anni e 6 mesi per Vincenzo Marciano e Salvatore Di Nolfo; 3 anni 6 mesi per Guido Citro e Paolo Podeia; 3 anni e 4 mesi per Sabatino Fasulo; 2 anni per Sabino Di Maio e Francesco Cataldo. Chiesta, infine, l’assoluzione per Aniello Carbone e Annamaria Zoppo. Secondo gli inquirenti il sodalizio capeggiato da Giffoni si sarebbe federato con quello dei Pecoraro stringendo accordi con i gemelli Sergio ed Enrico Bisogni. Un patto che aveva portarto ad avere l’egemenonia criminale nella Piana e a imporre il pizzo a decine di attività commerciali e imprenditoriali. Due le vittime costituitesi parte civile: il battipagliese Antonio Campione, che nel suo distributore di carburante in località Taverna Delle Rose avrebbe subìto estorsioni periodiche per decine di migliaia di euro, e Antonio Lombardi, ex patron della Salernitana calcio, a cui nel 2001 furono danneggiati betoniera ed escavatore in un cantiere per il rifacimento di marciapiedi, sempre a Battipaglia. Nel corso dell’attività investigativa sono stati ricostruiti gli affari del sodalizio e i metodi posti in atto per raggiungere gli scopi prefissati e convincere le vittime a non rifiutare quanto chiesto. Minacce ed attentati per essere convincenti. In particolare è stato appurato che che il racket era la principale fonte di reddito del clan. Gli emissari arrivavano puntuali, a ridosso delle festività, chiedevano sostegno economico per detenuti e latitanti, imponevano consistenti versamenti periodici a imprese casearie, centri medici, titolari di autofficine e negozi di telefonia. Capitolo a parte i cantieri pubblici: nei primi anni del Duemila vi fu una sequela di attentati incendiari a ditte impegnate sulla Salerno-Reggio o nella realizzazione di lavori urbani.

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