Racconto di un Natale nei prefabbricati

Scritto da , 12 dicembre 2012

CAVA DE’ TIRRENI. “Caro Babbo Natale, quest’anno non ho più la forza di chiederti per l’ennesima volta una casa: non ci credo più”. Se il popolo dei prefabbricati di Cava de’Tirreni quest’anno si trovasse a dover scrivere la tradizionale lettera al buffo uomo con la barba bianca e il pancione rosso, questo senza dubbio sarebbe il modo in cui comincerebbe.
Mentre la città si anima con le luminarie, il cartellone natalizio fa discutere un po’ tutti, e proseguono le indagini della Dda, chi pare dimenticato dal mondo sono proprio loro: gli abitanti dei prefabbricati che trascorreranno il loro trentaduesimo Natale nelle baracche “temporanee” installate all’indomani del terremoto del 1980. Abbiamo intervistato a tal proposito, Antonella Minella, che da dieci anni vive in un prefabbricato nella frazione di Pregiato.
Come trascorrerete quest’anno il Natale?
«Il Natale nei prefabbricati? Prima lo passavamo come tutti gli altri, ora c’è rammarico perché quest’anno si sperava di festeggiarlo finalmente in una casa vera. Le vedi a due passi da te, le case, sono lì vicino ma sono irraggiungibili. Mia figlia, la più piccola, voleva che io facessi un albero un po’ più grande quest’anno, ma lo spazio nel prefabbricato è quello che è, allora le ho promesso che lo avremmo fatto nella casa nuova e lei piangendo mi ha detto “da quanti anni stai promettendo che andremo nella casa nuova? Tu le promesse non le mantieni perché noi stiamo ancora qua”. Sembrano i capricci di una bambina viziata, invece sono le lacrime di una bimba che vorrebbe avere una casa, festeggiare il natale con gli addobbi, l’albero perché qua dentro “non sento lo spirito natalizio”, cosi dice mia figlia. Lo spirito c’è ma è quello della rassegnazione».
Perché rassegnazione?
«Perché ormai a Babbo Natale non ci crediamo più: dal comune ti rinnovano date, dicono che le consegne saranno imminenti, ma questo giorno sembra non arrivare mai. E ti disperi ancora di più quando a chiedertelo sono proprio i tuoi figli: mi ero illusa che a loro non importasse, ma mi sono resa conto che sbagliavo».
I tanto sospirati alloggi di edilizia popolare in effetti sono in parte pronti: che cosa si prova nel sapere che diciotto case nuove sono “bloccate” dalla mancanza del collaudo?
«C’è tanta rabbia e delusione».
I prefabbricati dopo tanti anni presentano numerosi cedimenti. Come si vivono questi giorni di freddo pungente?  
«Il freddo delle lamiere ti entra nelle ossa, per non parlare dell’acqua che scende dalle finestre e degli spifferi che entrano dappertutto. Io ho solo la fortuna di avere una stufa a legna, ma chi non ce l’ha si imbottisce di maglie e mantelle per stare qua dentro e va a letto molto presto per cercare un po’ di calore sotto le coperte».
Qual è l’ultima data che vi è stata annunciata dall’amministrazione per l’assegnazione degli alloggi?
«Ci era stato detto per novembre, poi entro Natale. 18 alloggi dovrebbero essere pronti per la settimana prossima, ma io ormai non ci credo più».
Anche se i diciotto alloggi fossero consegnati in tempo quante persone resterebbero nei prefabbricati?
«Anche se fossero consegnati in tempo resterebbe un palazzo, qui a Pregiato, che ancora non è stato nemmeno costruito, ci sono solo le fondamenta. E poi ci sono ancora gli alloggi di S. Lucia. Anche lì avevano promesso la consegna per Natale. Alcune persone ci hanno impacchettato le cose dal mese di Maggio, cioè da quando sono andati a scegliere la casa. Alcuni hanno persino smontato una parte dei mobili perché gli fu detto che la consegna era questione di pochi giorni. Da Maggio ad oggi sono passati più di sei mesi!».

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