Qui un angelo attende i nostri sogni, e infine ci smarrisce

Scritto da , 26 settembre 2018
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Di MARIO FRESA

Si può attendere solo il possibile. I desideri stanno in un immenso labirinto: e in un immobile cerchio, impercorribile sempre, da cui si esce sconfitti; privi di vita. Si può attendere solo il possibile? Sì, perché il miracolo e l’attesa sono nemici, rivali; pianeti in fiera opposizione; pianeti che sono, forse, paralleli; ma giammai consonanti, giammai concordi o amanti. L’attesa ci fa prigioni. Possiamo illuderci che si verifichi davvero ciò che vogliamo? E ancóra: sul serio ci illudiamo di poter volere qualcosa? L’attesa non è che un piccolo dono ingrato; un dono strano che corre in tondo e non s’appaga mai. Così ci lascia sempre, infine, come disingannati e immersi in una sete che ricomincia, ricomincia, ricomincia… Ma poi ci troveranno, forse, quelle meravigliose immagini che tanto noi desideriamo? Ci premierà l’attesa? Ciò non importa. L’essenziale dovrebbe, in fondo, avere solo l’aspetto di un miracolo; dico, cioè, che l’essenziale dovrebbe apparire come qualcosa di impreveduto e, finalmente, di incomprensibile (sì, di inatteso; e di inconoscibile). Ma un vero miracolo, attenti!, ci trova sempre spossati, e nudi, e impreparati: non dipende dalla nostra inutile volontà di dominio (e, dunque, dall’aspettazione); ché il miracolo spazza via la nostra intelligenza, il nostro volere. Ripenso alla prima versione del “San Matteo e l’Angelo” di Caravaggio. Qui, il santo è un vecchio dal volto duro: quasi un bifolco ottuso; e poi lo sguardo è aspro; quadrato è il corpo; incerta, e assai pesante, la postura. Gli è vicino un angelo, così giovane e premuroso; e chi è, tu mi dirai, questa figura estrema (e inimmaginabile) che gli detta la scrittura del Vangelo? È una sveglia ragazzetta o, forse, un docile, paziente bambino? Il miracolo è inaspettato e impensato (e inattendibile e impensabile) perché anfibio, indecifrabile: attorno ad esso, c’è solo buio e sperdimento. Il bambino è anche una femmina. E la femmina è anche un Angelo. Ma l’Angelo non è nessuno dei due. Chi è che guida, allora, quel goffo vegliardo nell’impossibile impresa di scrivere parole assurde perché vere, parole sacre, violente e disperate, che immergeranno i futuri lettori nell urto infinito della Rivelazione?  L’Angelo è il seme che cancella, in un istante, tutti i nostri desideri. L’Angelo annuncia felicità; e svenimento; e, poi, rinnovamento.   Le gambe tozze e forti del santo si muovono con inquietudine, con imbarazzo; San Matteo non è pronto ad accogliere la visitazione dell’Angelo, l’accadere irruente della verità di un miracolo. Non domina più sé stesso; si sgretola il suo io. Ora Matteo è lontano dai propri desideri e dall’ attesa. Ma perché, insomma, il dio che si nasconde ha scelto proprio lui? Sarà capace di raccontare l’indicibile istante che proprio adesso, mentre noi lo guardiamo, lo sta colpendo, attraversando? Quando si riavvicina il giorno di San Matteo, io torno spesso, con la memoria, all’ immagine di quel Caravaggio. Diventa, allora, il ventuno di settembre, il giorno delle attese impossibili, dei desideri smarriti. Il dipinto è distrutto, ne conserviamo qualche vecchia fotografia (non a colori); e qualche copia che ha cercato di ricostruirlo. Ho nostalgia di questo quadro che non ho mai visto. Attendo di scoprirlo. Spero che, un giorno, esso sia ricuperato. Tu mi dirai: ma si può avere nostalgia di ciò che non si è mai visto? E di che cosa, allora, si dovrebbe avere nostalgia, se non di ciò che non si potrà mai avere? Non si può desiderare che l’inatteso. È allora, e solo allora, che d’improvviso un gran miracolo appare; ed entra nella notte della nostra esistenza misteriosa e tira dentro i suoi preziosi lampi, si chiude in un leggero nastro e poi si muta in giglio, fornace, pietra; e in un angelo femmina o bambino. Ricorda: si può attendere soltanto l’impossibile.

 

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