Questa maturità non s’ha da fare!

Questo esame sta solo mostrando, chiaramente e a tutti quello che solo gli studenti sapevano di vivere da  mesi a questa parte: incertezza e confusione. L’assenza di direttive certe ha lasciato tutti in balia del caos e le singole scuole hanno cercato di ovviare a questa mancanza come meglio potevano, cariche di una responsabilità forse troppo grande.  

Di Luisa Langella

Come sempre cercavo un titolo a effetto e un inizio accattivante. Non sono riuscita a trovarlo. Non riesco a tirare fuori l’oggettività necessaria per un articolo che voleva essere di critica. Parlare della maturità, un anno dopo, fa ancora un certo effetto. Ricordo ancora tutto nitidamente. Il giorno delle prove scritte.  “Quelli del quinto anno” mai così puntuali davanti al cancello d’entrata. Quella strana sensazione di voler essere chiamati per prima e correre per un posto all’ultimo banco mista a quella, ormai assodata speranza, di non essere chiamati per l’interrogazione. La voglia di sapere finalmente l’argomento dopo tutti i mesi di Tototracce, mista alla paura di scoprire che esiste un altro autore nel panorama letterario, di cui  si stava in quel momento scoprendo il nome. La voglia di finire, finalmente, qualcosa mista alla nostalgia di ultimare quel qualcosa.   Avevamo già visto nei film la disposizione dei banchi in fila indiana ma scorgerli in corridoio man mano sempre più grandi  dietro i gradini, mentre salivamo le scale, fu di impatto. L’esempio perfetto di quella maturità che tanto avevamo aspettato e  che  stavamo vedendo man mano concretizzarsi sempre di più. Ricordo, qualche giorno prima del colloquio orale, il riflesso negli occhi delle coccarde che bruciavano. La fatidica notte prima degli esami. La sensazione di aver dimenticato tutto, la sveglia alle 4 del mattino per ripetere senza saper bene cosa. Mi sono diplomata l’anno scorso, la storica  #maturità 2019.  Quella strana seduta d’esame che fu la maturità della mia generazione: la maturità delle buste, dell’incognito argomento al suo interno, dell’alternanza scuola- lavoro e  della famosa domanda di Diritto.  Nonostante ciò, credo di essere stata una delle poche sostenitrici di quella modalità. Preparare una tesina da imparare a memoria non rientra nella mia idea di scuola. Ho sempre sognato una scuola che non fosse un sistemare notizie nel cervello degli studenti, che non valutasse la capacità di incorporare e assimilare idee degli altri.  Questa scuola è come mangiare una fetta di anguria, riempie inizialmente ma basta poco per avere la sensazione di non aver mangiato niente. Mi sarebbe piaciuta una scuola più stimolante capace di creare un pensiero critico e, magari, una scuola più concentrata sulle necessità degli studenti.  La conclusione perfetta della mia scuola ideale non sarebbe certamente un singolo esame in cui tutto può succedere, a maggior ragione così com’era inteso. Ma “le buste” sembravano dare il giusto merito all’unica cosa che dovrebbe contare: il percorso, diverso per ognuno, dal primo all’ultimo anno.  Da grande sostenitrice di quella modalità non potevo che essere in disaccordo con le modalità proposte nel 2020. Argomento scelto a tavolino, professori tutti interni e nessuna prova scritta. E che senso ha? Sapendo già l’argomento del colloquio sarebbe da stupidi non imparare a memoria un discorso.  È una scuola che lascia studenti, nel mondo degli adulti, che non sanno argomentare, non sanno portare avanti un’idea se non precedentemente scritta e studiata? Una scuola che abitua a comunicare solo con persone che ormai conoscono da tempo i punti deboli e i punti forti di chi parla? Inutile dire quanto questo esame stia somigliando sempre di più a una barzelletta, scritta male ma probabilmente raccontata peggio. Raccontata come si racconta una bugia: non credendo a quello che si dice e fermandosi più volte per inventare cosa dire. In questo periodo di pandemia da Covid-19 l’obiettivo è sempre  stato quello di riportare tutto alla normalità il più velocemente possibile e, nel caso della scuola, ritornare ai romantici episodi che ho vissuto anch’io solo un anno fa e che ho raccontato nella prima parte. Si è cercato di ritornare a quell’idea romantica di maturità storicamente cantata da Venditti.  Si sta cercando di ricreare un esame il più “normale” possibile, quanto più reale e tangibile possibile credendo che, solo perché in presenza e non dietro a un PC, sia da considerarsi un esame onesto senza possibilità di sotterfugi e imbrogli. Parzialmente è corretto: le possibilità di  “sotterfugi”  si riducono; ma è un esame onesto?  Sapere già l’argomento della conversazione, eliminare le prove scritte è onesto? Pur di dimostrare che l’Italia sta tornando alla normalità, si è messo su  un esame  che, in fondo, di normale, non ha niente. E penso anche che l’errore sia stato proprio quello di voler riportare affannosamente tutto alla “normalità” facendo finta che tutto questo non sia mai esistito o peggio, sia stato superato completamente. Il rischio di contagio, seppur diminuito, c’è.  Si tratta di una decina di persone, in una stanza , che si scambiano  documenti e dialogano.  Mi va di spezzare una lancia in favore dei professori più che per gli studenti: saranno chiusi nella stessa stanza  un numero di ore superiore, incontreranno decine di ragazzi alla volta. Non meno importante il fattore età che, per statistica, incide. Qualcuno si è chiesto se tutti fossero disposti ad assumersi tale responsabilità ? Basterà scegliere le aule più grandi  e assicurarsi la presenza di un ristretto numero di maturandi ? All’ansia per il colloquio orale si aggiungerà l’ansia di rispettare i protocolli sanitari. Ci si concentrerà di più sul mantenere la distanza di sicurezza  che su quanto il candidato stia esponendo. Questo esame sta solo mostrando, chiaramente e a tutti quello che solo gli studenti sapevano di vivere da  mesi a questa parte: incertezza e confusione. L’assenza di direttive certe ha lasciato tutti in balia del caos e le singole scuole hanno cercato di ovviare a questa mancanza come meglio potevano, cariche di una responsabilità forse troppo grande. La sigla D.A.D racchiude tutta una serie di problematiche inedite. “Il mio consiglio di classe ha stabilito un calendario di video-lezioni  senza consultarci, avremmo potuto crearne uno insieme.  Il coordinatore l’ha inviato alla rappresentante di classe già pronto e spesso gli orari, da loro stessi stabiliti, non erano rispettati e le lezioni di  35 minuti diventavano lezioni di più di un’ora.  Nessun professore ha rispettato i cinque minuti di pausa tra una lezione e l’altra. Per non parlare di tutte le ore passate su Whatsapp  anche  fino alle 20:00”,“Anche solo inviare un compito svolto risultava complesso. Ho installato  almeno  5 o 6  applicazioni  diverse in quarantena”,“Spesso i materiali che ci fornivano i professori non erano  spiegati perché avevano poco tempo . Credendo invece che noi avessimo più tempo, tra una lezione a l’altra, ci assegnavano più di quanto facessero in presenza”. Nonostante tutto, cari maturandi,  ricorderete gli anni più belli della vostra vita  sempre con un sorriso stampato in volto.  E come dice il Prof. Martinelli nel film “Notte prima degli esami” : “l’importante non è quello che trovi alla fine di una corsa, l’importante è quello che provi mentre corri”. Buona fortuna Maturandi 2020.