Quando il Mercante lascia nel dubbio

Scritto da , 15 febbraio 2015

 

Scacco di scoperta per lo Shylock di Giorgio Albertazzi che si conclude con una bella festa in palcoscenico in casa dell’ancella di bronzo Francesca Annunziata

Di OLGA CHIEFFI

Festa del teatro martedì sera al massimo cittadino, in onore di Giorgio Albertazzi, classe 1923, che ha vestito i panni di Shylock ne’ “Il Mercante di Venezia” di William Shakespeare e sta accompagnando il suo affezionato pubblico alla rilettura di questo testo dalla scorsa stagione. Una serata particolare quella salernitana poiché nella compagnia della fondazione Ghione lavora una nostra concittadina, Francesca Annunziata, un nome che sa di sale e di mare, ricoprendo con consapevolezza il ruolo dello scrigno umanizzato, oro, argento e bronzo, simboli di femminilità e sensualità, intelletto, eleganza ed eros. Francesca ha impersonato il bronzo, l’intelletto, la “silenziosa bellezza” dietro cui si cela il volto di Porzia, la scelta giusta che però è sempre stata scartata da tutti i pretendenti, ingannati dalla più povera delle tre leghe. Una trasposizione scenica del “Mercante di Venezia”, questa firmata da Giorgio Albertazzi che altera alcuni contenuti, fin nel finale: l’happy ending tra Porzia e Bassanio, se c’è, non viene rivelato, così come la caduta in disgrazia dell’ebreo diviene frutto di una sua scelta, e non di una punizione. Interessante è inoltre la decisione di abbozzare, quasi con schizzi non voluti, una natura omoerotica del rapporto tra Bassanio e il generoso Antonio. Il rigorismo per cui Shylock pretende di estrarre dal corpo del suo debitore Antonio, secondo i patti, una libbra di carne, nulla di più e nulla di meno, gli viene forse addossato come caratteristica della mentalità ebraica, ma è tuttavia curiosamente affine ad un rigorismo, anzi ad un fondamentalismo che gli elisabettiani conoscevano benissimo, quello dei puritani – detti anche precisians – e delle loro polemiche contro gli usi figurativi o traslativi del discorso. Anche Shilock, come i puritani , vuole mettere al bando qualsiasi tipo di licenza o di metafora, qualsiasi gioco e scambio dei significati che possa anche lontanamente assomigliare al teatro. A questo vale la figura dell’ebreo nella borghese Venezia: a esprimere tutta l’illusione che si cela nel materialismo della nuova civiltà mercantile, che con tutta la sua scrupolosa fedeltà ai codici e alla lettera dei codici, quando sia priva di sostanza interiore, di anima, non è che pura apparenza, come, nella storia parallela di Belmonte, l’oro e l’argento degli scrigni stanno anch’essi a dimostrare. La regia di Giancarlo Marinelli punta tutto sui giovani e opta per delle scelte piuttosto classiche, un ponte praticabile, che occupa l’intero palco, accettando di dividere lo spazio solo con uno schermo alle spalle. Gli attori, dal loro canto, non coinvolgono e non convincono pienamente, pena forse, l’età della compagnia “scuola”, fatta eccezione per la talentuosa Cristina Chinaglia nei panni di Job, comunicativa strappapplausi anche grazie all’accorgimento del dialetto veneziano che le viene messo in bocca e per l’eccezionale scelta di tempi e di toni dell’Antonio di Franco Castellano. Riguardo il gigante Albertazzi è ormai un classico e non va più predicato, va solo ammirato, qualsiasi cosa dica o faccia in scena Giorgio, è teatro allo stato puro, anche quando bofonchia al limite della comprensione, trasmette al pubblico il sentimento che si agita nel cuore del personaggio, magari al di là delle parole. Standing ovation per il finale e consegna della targa del Comune di Salerno a Giorgio Albertazzi dalle mani del sindaco reggente Enzo Napoli. “Sono l’uomo più targato d’Italia – ha ringraziato Giorgio – questo teatro è splendido così come il vostro Lungomare con i palazzi storici che vi si affacciano e il silenzio inebriante del mare”. Salutato il pubblico Albertazzi si è allontanato a passo di danza, da stella quale è, sul leitmotive della commedia firmato da Davide Cavuti.

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