Preso il killer di Ciro D’Onofrio E’ il 28enne Eugenio Siniscalchi

Scritto da , 30 Luglio 2019
image_pdfimage_print

di Pina Ferro

Fu trucidato la sera del 30 luglio del 2017 con tre colpi di pistola. Alla vigilia del secondo anniversario della morte di Ciro D’Onofrio si chiude, finalmente, il cerchio intorno all’omicidio del 36enne salernitano. Ad impugnare la pistola puntata contro Ciro D’Onofrio sarebe stato Eugenio Siniscalchi, 28 anni, residente a A San Mango Piemonte e già detenuto per reati legati allo spaccio di sostanze stupefacenti. Il suo arresto, insieme a quello dei suoi familiari risale a giugno dello scorso anno. E, già allora nell’ordinanza si faceva qualche cenno all’omicidio. Alla base dell’esecuzione, secondo la pubblica accusa vi sarebbe un regolamento di conti determinato da una partita di droga non pagata o da uno screzio. A carico del 28enne, ieri mattina, è stata eseguita un’ordinanza di custoda cautelare. Il provvedimento gli è stato notificato nella casa circondariale di Salerno. Ad Eugenio Siniscalchi viene contestata l’accusa di omicidio volontario aggravato da premeditazione in concorso, detenzione e porto illegale di una pistola calibro 9. Ad uccidere Ciro D’Onofrio, come ha sottolineato, ieri mattina, il procuratore facente funzioni Luca Masini, «è stato compiuto da due persone. Eugenio Sinscalchi aveva un complice, il fratello minorenne all’epoca dei fatti, nei confronti del quale procede un’altra autorità giudiziaria». Ad uccidere D’Onofrio fu il proiettile che si conficcò tra polmoni e cuore determinando delle lesioni a polmoni e a cuore, un secondo proiettile attraversò la scapola e il terzo la coscia. «E’ un omicidio premeditato perchè gli autori giungono sulla scena del crimine a bordo di un ciclomotore di grosse dimensioni armati di pistola, esplodono i colpi di arma da fuoco e poi si danno alla fuga», ha spiegato Luca Masini. Gli autori dell’omicidio avrebbero dato appuntamento alla vittima poco prima dell’agguato. «L’omicidio viene commesso lì – chiarisce Marco Colamonici, uno dei due magistrati titolari del fascicolo insieme con Katia Cardillo – perchè è un posto estremamente familiare a Siniscalchi e nel quale avrebbe goduto e potuto giovarsi di una serie di “tutele”, di garanzie, dell’omertà delle persone che lo frequentavano, qualora fosse stato individuato». Le indagini, affidate alla Squadra mobile di Salerno e con intercettazione acquisite da altre inchieste dei carabinieri, hanno permesso di accertare come il 28enne, all’ora del delitto, si trovasse proprio in via John Fitzgerald Kennedy, zona Est di Salerno. Attraverso un’accurata analisi della scena del crimine, rilievi tecnici, sequestri dei mezzi e comparazione di reperti, acquisizione di immagini delle telecamere di videosorveglianza, analisi dei tabulati telefonici e intercettazioni e dalle dichiarazioni di persone informate dei fatti, è stato possibile per gli inquirenti ricostruire quanto avvenuto quella sera. La vittima viene «convocata sul luogo del delitto, tre minuti prima dell’esecuzione dello stesso. L’ultimo contatto telefonico che D’Onofrio ha prima di essere ucciso è con una utenza che nell’assoluta disponibilità di Eugenio Siniscalchi perchè era il telefono che utilizzava per lo spaccio di stupefacenti. Quel telefono, poi, verrà buttato», dice Colamonici. Masini, inoltre, rileva come «la vittima conoscesse almeno uno dei due aggressori, cioè Eugenio Siniscalchi». Un dato che sarebbe confermato “dalle analisi dei tabulati telefonici e dalle altre fonti di prova acquisite”. Il movente sarebbe riconducibile ad “un debito per pregresse forniture di sostanze stupefacenti, perchè, qualche istante prima, Ciro D’Onofrio è preoccupato per un debito che ha contratto e che non è in grado di onorare”; “certamente, possono esserci anche altri moventi perchè basti ricordare che, poco tempo prima, il 30 maggio dello stesso anno, Ciro D’Onofrio ha subito un attentato, l’esplosione di colpi d’arma da sparo sul serramento della finestra di casa sua. Lui, a distanza di poco tempo, cambia abitazione. Questo e’ lo scenario entro il quale si puo’ inserire uno screzio personale per una condotta tenuta dalla vittima nei confronti di una lontana parente dello stesso Siniscalchi”.

Cercavano il killer, trovarono una famiglia di spacciatori

Sono state le indagini sull’omicidio D’Onofrio, a portare alla luce la fiorente attività di spaccio ed i metodi intimidatori posti in atto dalla famiglia Siniscalchi. A seguito della morte di D’Onofrio furono poste in essere una serie di attività nei confronti di alcuni soggetti sospettati di essere i killer di Pastena. Si trattava di soggetti collegati a D’Onofrio che era sia assuntore che spacciatore di droga. E, proprio per tale motivo le indagini si sono mosse nell’ambito della contrapposizione violenta tra soggetti coinvolti nell’attività di spaccio al fine di conquistare la gestione delle varie piazze di spaccio presenti a Salerno. Tra le persone maggiormente sospettate del delitto vi è stato, fin da subito, Eugenio Siniscalchi. Per tale motivo le investigazioni sono state concentrate su di lui e su una serie di soggetti a lui collegati. Le indagini, hanno portato alla luce il traffico di droga posto in essere e le attività di illecita detenzione e porto di armi da parte di G.S. all’epoca dei fatti minore.

L’affronto del nipote di Ciro D’Onofrio al fratello minore

L’utilizzo delle armi veniva paventato anche per “lavare” degli sgarbi subiti. Ad esempio in una delle intercettazioni nella cucina dell’abitazione della famigtlia Siniscalchi, (intercettazioni annesse alle indagini che poi hanno portato al blitz del giugno del 2018) viene manifestata la chiara intenzione di utilizzare armi da fuoco per dirimere delle questioni da parte di Eugenio e del fratello minore. Il riferimento è ad una presunta minaccia della quale il minore G.S. rivoltagli da Vincenzo Ventura, nipote di Ciro D’Onofrio (figlio della sorella). Eugenio conversando con i familiari dice che con una mazza da baseball “lo deve spezzare mani e cosce”. “Doveva fare una cosa a mio fratello !! io l’uccidevo…proprio l’uccidevo”. Poi aggiunge “incominciamo a minacciare il padre… poi incominciamo a vedere perché stasera gli sparo”. La madre intervenendo esorta il figlio maggiore a stare fermo perchè deve essere il minore, colui che ha ricevuto le minacce a “vedersela”. Successivamente Eugenio in preda alla rabbia aggiunge: “La metto io mi mano la pistola a mio fratello questa sera… la metto io, io. Ma lo deve andare a sparare davanti alla pizzeria a Matierno….”. Durante una partita a poker presso la propria abitazione, Eugenio Siniscalchi, sempre riferendosi al suo possesso di armi in particolare di una calibro 6,35, affermò anche di avere una seconda pistola e di averla utilizzata: “sparando ad una persona” e commentando “non si muove proprio”

 

Consiglia

Cronaca

Attualità

Spettacolo e Cultura

--sidebar-wrapper-->