Pillole per una nuova storia letteraria 039 di Federico Sanguineti

Scritto da , 28 Novembre 2021
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Classici, Gramsci e storia letteraria

 

Di Federico Sanguineti

Già nella prima metà del Novecento, in un articolo intitolato La luce che si è spenta (20 novembre 1915), pubblicato su “Il grido del popolo” al fine di celebrare Renato Serra (scomparso, appena trentenne, pochi mesi prima), Antonio Gramsci, allora ventiquattrenne, coglie l’occasione per lamentare che Dante a scuola sia, da un lato, celebrato a parole (“trasumanato”, egli dice ironicamente); e, dall’altro, che i suoi testi vengano presentati “circondati da reticolati irti di spine erudite e di sentinelle”, vale a dire allontanati da chi voglia ad essi avvicinarsi. Insomma, la cultura borghese vorrebbe instillare in potenziali lettrici e lettori “la convinzione che Dante sia come una torre impenetrabile ai non iniziati”. Viceversa, secondo Gramsci ‒ che così dimostra di cogliere, meglio di chiunque, la dimensione ludica insita nella poesia ‒, “è tanto bello un verso della Divina Commedia quanto l’espressione di ingenua meraviglia del bambino che ammira un giocattolo” (16 febbraio 1918). Si tratta di una considerazione assolutamente pertinente, in particolare se riferita al Sommo Poeta, dal momento che è proprio quest’ultimo a ricorrere, più volte, a immagini ricavate dall’infanzia. Per restare a pochi esempi, si pensi, nel Purgatorio (XV 2-3), a “la spera / che sempre a guisa di fanciullo scherza”; e, ancora, al “fanciul… ch’è vinto al pome” (XXVII 45); oppure ai “fanciulli… muti / con li occhi a terra” (XXXI 64-65). Inoltre, Poeta delle pari opportunità, Dante non manca di evocare altresì la “fanciulla / che piangendo e ridendo pargoleggia” (XVI 86-87) o di annunciare l’apparizione di Lavinia nel verso seguente: “surse in mia visïone una fanciulla” (XVII 34). All’interno del Poema non manca neppure, a Purgatorio XXIII 111, la “nanna” infantile; giunto poi alla pagina conclusiva del Paradiso (XXXIII 107-108), paragona il suo versificare a quello “d’un fante / che bagni ancor la lingua a la mammella”. Gli esempi si potrebbero moltiplicare, ma sono sufficienti a documentare come le osservazioni gramsciane sgorghino non da studio pedantesco, ma da effettiva frequentazione della poesia: non a caso, fin dalla prima lettera scritta dal carcere (1926), Gramsci formula, come immediata richiesta, che gli sia inviata “una Divina Commedia di pochi soldi”. Secondo quanto testimoniato da un articolo pubblicato su “l’Avanti!” (12 giugno 1917), il maggiore pensatore comunista che l’Italia abbia finora conosciuto detesta il culto di Dante, giudicato “lebbra letteraria” e considerato “arcadia melensa e smidollata”: “alla canzonetta sul neo e sulla cipria” il dantismo ha “sostituito la conferenza a rotazione su un canto della Divina Commedia”. Più tardi, in una lettera dal carcere a Giulia (1 giugno 1931), infastidito dall’idea che il figlio Delio possa leggere un giorno “Dante con amore” (secondo quanto auspica ingenuamente la moglie), scrive: “Io spero che ciò non avverrà mai… D’altronde, chi legge Dante con amore? I professori rimminchioniti che si fanno delle religioni di un qualche poeta o scrittore e ne celebrano degli strani riti filologici. Io penso che una persona intelligente e moderna deve leggere i classici in generale con un certo ‘distacco’, cioè solo per i loro valori estetici, mentre l’‘amore’ implica adesione al contenuto ideologico della poesia”. Non lontano da Marx, che fa di Dante il poeta prediletto, o dal canone dei classici europei formulato da Rosa Luxemburg (nell’ordine: Dante, Rabelais, Shakespeare, Byron, Lessing e Goethe), Gramsci finalmente si allontana da ogni lettura ideologicamente borghese.

Federico Sanguineti

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