Piero Giuliacci: l’ultimo Canio

Scritto da , 30 Agosto 2021
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Crescendo d’emozioni all’ Arena Ghirelli per il secondo cast di Cavalleria Rusticana e Pagliacci. Applausi e bis per “Recitar….Vesti la giubba”

Di Olga Chieffi

Secondo cast in scena venerdì sera, per Cavalleria Rusticana e Pagliacci, in scena nell’ arena all’aperto del teatro Ghirelli, poiché diversi protagonisti, come anche il direttore Daniel Oren hanno dovuto dividersi tra l’Arena di Verona e Salerno. Dopo l’esordio di Gianluca Terranova nel ruolo di Canio, un’interpretazione abbastanza discutibile, sia per canto che recitazione, il pubblico ha potuto godere della voce di Piero Giuliacci, l’ultimo Canio. Un Canio credibile, che ha impreziosito la regia di Riccardo Canessa, che guardava ai tempi di Caruso, e che in Giuliacci, ha avuto l’interprete, certamente più vero e reale di Gianluca Terranova. Giuliacci ha affrontato un ruolo e in particolare quel furibondo “Recitar…..Vesti la giubba”, che ha fatto e fa la fortuna dell’opera, simbolo di grandissimi quali Caruso, Pertile, Tamagno, eseguito con pronuncia aggressiva e scolpita, pronunciato in un crescendo di cupezza, dagli accenti roventi e terribili, superando di mestiere gli ostacoli di cui è punteggiata l’aria.  Generosità, per il tenore, avanti negli anni, ma di grandissima esperienza consapevole che la frase rivelatrice del tormento di Canio è “No, pagliaccio non sono”. Pretende rispetto. Lui è un uomo anziano per la giovanissima Nedda, spesso irriverente; lui l’ha tolta dalla strada, le ha dato un’identità, la giudica perciò irriconoscente. Avverte nell’aria il pericolo costante del tradimento, è geloso fino all’inverosimile. Ma a far traboccare il caso è il modo in cui lei, con passionalità e ingenuità tutta giovanile tenta di ingannarlo e giocarselo, come se avesse a che fare con un rimbecillito. Tutto ciò è sottolineato perfettamente dalla regia di Riccardo Canessa che ben conosce Giuliacci, riuscendo oltremodo a valorizzare il suo sentire musicale, che ha sposato perfettamente quello di Daniel Oren. I turgori melodici, cui Oren tiene tanto stanno a significare che i cuori sono coacervo di sentimenti, passioni volontà, desideri; ma le deformazioni dissonanti, il cromatismo a volte beffardo, a volte oscuro e involuto, dicono che il gelo, la beffa, la malattia, lo schifo di un’esistenza raminga e misera possono uccidere tutto, anche i pensieri e gli affetti. Lo  abbiamo avvertito in quelle stranezze e durezze della condotta armonica in cui sta la grottesca, anche allucinata caricatura di questi esseri, dal trucco che si disfa quando scendono le lacrime, che in genere nessuno del pubblico vede, perché abituato a ridere delle facce imbellettate e stolide, ma che venerdì sera, nel corso della recita nella continua osmosi finzione-realtà, che è Pagliacci, sono scorse davvero in platea.

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