Paolo Signorino, l’eterno allievo di Mario

Scritto da , 16 aprile 2016
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Questo pomeriggio alle ore 17, il vernissage delle opere dell’artista battipagliese, scomparso nel marzo dello scorso anno. Nel suo segno gli echi del pittore Carotenuto

Di OLGA CHIEFFI

Gli spazi della Pinacoteca Provinciale di Salerno ospiteranno, da questa sera, sino al 14 maggio, la mostra “Paolo Signorino. Luoghi, figure e oggetti del racconto”, una esposizione curata da Massimo Bignardi, che rende omaggio a distanza di un anno dalla scomparsa, all’ artista di Battipaglia. In esposizione nelle sale di Palazzo Pinto quaranta opere, tra dipinti e disegni, che tracciando un percorso dalle prime tele concepite a metà degli anni Sessanta, giungono a quelle più recenti realizzate dopo il viaggio negli Stati Uniti del 2008. Un filo rosso che attraversa più momenti di una pittura la cui attenzione è rivolta, in particolare, agli oggetti, ai luoghi e alle figure in una lunga narrazione autobiografica. E’ un percorso interessante e affascinante che racconta certamente un’epoca che cerca di ricostruire l’evoluzione dell’artista dalle prime opere all’ultima, dipinta nell’anno della morte. Nella esposizione le cui opere sono state raccolte nel corposo catalogo, con saggi critici e testimonianze di tutti i suoi amici salernitani, aleggia il suo irraggiungibile maestro Mario Carotenuto, il quale lo ha fatto crescere facendogli dare i passi sulla sua profonda orma, educandolo all’indagine sulla forma, alla sperimentazione di masse e linee di oggetti, forme vascolari e figure plastiche, il cui comune denominatore si coglie nel moderno gusto della trattazione della materia. Una ricerca plastica e strutturale attraverso cui Paolo Signorino ha tentato di guardare al nuovo, o che al nuovo potesse felicemente giungere provenendo dall’ antico, filtrandone le arcaicità attraverso commistioni di moderni elementi che, oltre a una paziente sperimentazione, presupponevano doti d’ intuizione e d’invenzione proprie dell’artista: una poliedricità che comprendesse il senso plastico del ceramista e quello cromatico del pittore. Nelle sue opere non si avverte l’esuberanza sgargiante, ma tutto appare semplice, mai concettoso o teatrale, legato ad un contingente quotidiano. Ma allo stesso tempo, quei soggetti così ariosi, veloci, leggeri, “stenografati” sulla tela, come i due inediti, lacerto di una mostra rimasta incompiuta dedicata al suo ultimo viaggio americano – tela lasciata molto spesso, in alcuni spiragli, emergere grezza nella sua natura – evocano un effetto denso e luminoso. Per l’artista, dipingere è il gesto che permette di ricostruire l’equilibrio tra finito e infinito, l’immagine inquadrata nella tela ristabilisce le dimensioni dell’universo, profonde lontananze di luce ravvisano quella voglia di cercare che lo spinge a una sorta di “approfondimento” interiore. Paolo Signorino è stato protagonista di un percorso il cui processo è sempre rispettoso della condizione umana dell’ esistenza. Un “clima” di vita che entra nei luoghi e li illumina non soltanto di luce, ma soprattutto di elementi narrativi ricchi di stati d’animo e di emozioni intime, attraverso il carattere personale del “colpo d’occhio” a conferma di quell’ emozione improvvisa che distingue colui che guarda da colui che “vede”. Il che sta a dimostrare quanto il nostro pittore avesse posto originalmente in opera alcune delle esigenze più vive dell’esperienza francese, riportandole però agli elementi di un linguaggio figurativo che esula dalla tecnica pittorica e si sposta verso la dimensione di una nuova e più autentica “spiritualità”.

 

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