Paolo Puppa e la parola di D’Annunzio e Pirandello

Scritto da , 24 Gennaio 2019
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Nel pomeriggio il letterato sarà ospite della rassegna Teatro Forum diretta da Pasquale De Cristofaro nella sala del Liceo Sabatini-Menna

 Scrittori per molti aspetti antitetici, D’Annunzio e Pirandello si sono misurati con la scena teatrale facendone anche il banco di prova delle rispettive concezioni linguistiche. La lingua come sonorità lirica e la riformulazione attualizzata delle suggestioni del dramma classico hanno permesso a D’Annunzio di sospendere il suo teatro in uno spazio metastorico. La prosa borghese di registro medio e neutro, corroborata dalla nuova espressività dei mezzi di comunicazione, sta a fondamento del teatro di Pirandello. Nel pomeriggio, intorno alle 17,00, presso la sala teatro del Liceo Sabatini Menna, quarto appuntamento di Teatro Forum 2018-19 a cura di Pasquale De Cristofaro. L’incontro, tenuto d Paolo Puppa dell’università di Venezia, verterà proprio sul rapporto tra Luigi Pirandello e Gabriele D’Annunzio. Puppa è tra i maggiori studiosi di teatro italiani ed ha dedicato al rapporto tra i due scrittori molti saggi e riflessioni, a partire da “La parola alta”, sul teatro dei due drammaturghi uscito per Laterza editore (prima edizione 1993). Il saggio di Puppa esamina il teatro dei due grandi autori privilegiando la dialettica tra pagina scritta e scena e individuando il bisogno di palcoscenico implicito nelle battute dei loro copioni. Uno snodo drammaturgico di fondamentale importanza, che ha decretato e continua a decretare il successo della proposta pirandelliana, relegando sempre più ‘fuori scena’ la troppo letteraria soluzione dannunziana. Una questione complessa, calata com’è in una stretta contiguità cronologica; irriducibile a facili schematismi, poiché la convergenza/divergenza delle due opzioni parrebbe sottendere più punti di contatto/attrito, lungo un’ardita traiettoria di sperimentazione estendibile anche ad altre esperienze teatrali in quello stesso arco di tempo. Siamo al tragico che osserva con Pirandello, mentre D’Annunzio è il tragico che contempla. Entrambi sono un vissuto ancestrale che trova nella poesia la vivificante risorsa di un linguaggio che è lingua e semantica, ma resta soprattutto allegoria e metafora in un gioco di incastro che giunge alla recita. La poesia di entrambi si fa recita. Si pensi a Non si sa come per Pirandello e alla Figlia di Jorio per d’Annunzio. Ma in quel “Mal giocondo” c’è la melodia che toccherà la malinconia sorridente con l’ascolto de “La pioggia nel pineto”. Il filtro è proprio il passaggio dal provenzale al sensualismo panico del Poliziano e la luna che si contempla o l’osservante luna (per toccare un elemento della metafora) è una suggestiva illuminazione che conduce chiaramente a Leopardi. Anche Pirandello farà i conti con l’immaginazione e l’immaginario leopardiano, come ebbero a confrontarsi Cardarelli, Ungaretti e Pavese. La dimensione romantica nulla toglie, e tutto aggiunge, a quell’incontro misterioso che è fatto di decadentismo ed esistenzialismo.

Olga Chieffi

 

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