Paolo Isotta e il segno “metamorfico” della Musica

Scritto da , 28 Dicembre 2018
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Questa sera, il saggista napoletano sarà ospite della rassegna Tempi Moderni, ove terrà una lezione su Ovidio e la metamorfosi in musica

Di Olga Chieffi

Sarà Ovidio il protagonista della Lectio magistralis di Paolo Isotta, che ritorna a Salerno, ospite della kermesse Tempi Moderni. “Il convegno? Palazzo Fruscione!” per dirla con Scarpia, alle ore 20, per una disquisizione su Ovidio e la musica, tema del suo ultimo saggio, “La dotta lira”, in libreria per le edizioni Marsilio, la prima opera sistematica dedicata alla metamorfosi in musica dei miti di metamorfosi ovidiani, su di un ponte tra il classico e il moderno, la poesia e la musica, la pittura e il teatro, il Rinascimento e il Barocco, passando per l’apprendistato ovidiano di Händel a Napoli, fino ad arrivare al Novecento di Strauss e D’Annunzio, ambedue “fratelli di Ovidio”. La musica, ha sempre svolto un ruolo dinamico e unificante, un ruolo mediatorio la cui antichità si registra dal fatto che non presuppone alcun oggetto. Non si coglie l’importanza della musica se non se ne intende l’intima drammaticità e necessità, e il suo essere inscindibilmente legata alle condizioni di raggiungimento di un oggetto che ancora non c’è e si sta cercando, producendosi da ultimo nella combinazione armonica necessaria del pezzo risolto, della costruzione musicale riuscita. La fioritura della metamorfosi si esalta durante il Rinascimento e il Barocco, che vedono un estendersi sempre maggiore del tema in ambito figurativo e musicale: la nascita stessa del melodramma – di un genere dunque all’incrocio fra letteratura e musica – avviene sotto il segno della metamorfosi, con la Dafne (1594) di Jacopo Corsi e Jacopo Peri, su versi di Ottavio Rinuccini, che inaugura una lunga serie di opere su temi ovidiani (fino alla Dafne di Richard Strauss del 1938). Il tema diventa poi appannaggio anche della musica strumentale, dal ciclo di sei sinfonie di Carl Ditters von Dittersdforf (1785) fino alle folgoranti Sei Metamorfosi da Ovidio per oboe solo di Benjamin Britten (1951). Tutta la visione del mondo del barocco è caratterizzata da una instabilità vertiginosa: dall’incrinarsi dei confini tra sogno e veglia, tra finzione e realtà, tra teatro e vita, e dalla messa in crisi dell’identità e dei ruoli sessuali (con continue sovrapposizioni con i temi paralleli dell’androgino, del doppio, del travestimento). Erudito il rito celebrato da Händel a Roma e Napoli per la scoperta di Ovidio e la nascita dell’Orfeo germanico, cui seguì una messe di suggestioni. “La musica afferra – scrivono John Berger e Jean Mohr-il presente, lo ripartisce e ci costruisce un ponte che conduce verso il tempo della vita. Colui che ascolta e colui che canta vi ci trova un amalgama perduto di passato, presente e futuro. Su questo ponte, finchè la musica persiste, si andrà avanti e indietro”. Numerosi gli incontri su di una pagina in cui Paolo Isotta ritrova quell’incantevole italiano la cui costruzione è di ascendenza ciceroniana, facendo così musica egli stesso, ponendosi a servizio di un symbolon generante incessantemente nuove nascite e figure, presupposto per il quale ciò che rimane “nascosto” non stabilisce il limite e lo scacco del pensiero, ma ne costituisce il terreno fecondo ove, qui solo, il pensiero può fiorire e svilupparsi.

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