Orfeo e Dioniso tra teatro e musica

Scritto da , 7 Agosto 2019
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Per una strana coincidenza questa sera, le due figure che hanno diviso l’estetica musicale saranno protagoniste in Santa Apollonia con Marco Vecchio e a Ravello con la flautista Ylenia Cimino

Di OLGA CHIEFFI

Questa sera, tra Salerno e Ravello verrà evocato uno dei binomi più antichi della storia dell’Uomo, quello tra magia e musica, un viaggio reso arduo da mille ostacoli e resistenze, perché i pensieri fluttuano sui sentimenti come le piume sull’acqua, si muovono lentamente e ristanno pochi momenti; perché lo spirito dell’arte tutta, ha forse, l’invidiabile privilegio di potersi sostenere incredibilmente alla caduta delle premesse e illuminarsi oltre le conclusioni della ragione. Sciamani, formule magiche sempre prima cantate e poi recitate e scritte, il cerchio, il ritmo, le melodie incantatorie dei popoli primitivi giunti fino a noi, la magia dei miti musicali dei Greci, con i quali nasce la storia eurocentrica di quest’arte, antiche meraviglie e visioni che avvincono il cuore e i pensieri, per far rivivere l’intuizione primigenia di un’arte che arde al di là dello spazio e che testimonia, vivida ed autorevole, il potere immenso che nell’antichità veniva attribuito alla musica. Il suono della cetra di Anfione che anima le rocce del Citerone, Arione e i delfini che accorrono al suo canto, la magia della lira di Orfeo e il sortilegio che l’avvolge, una forza scatenante magica e oscura capace di sovvertire le leggi naturali, di sciogliere ogni antinomia, l’aulos di Dioniso, dal suono tagliente e insinuante, strumento barbaro e orientale, simbolo di tutti i fiati, che trascina al rapimento, che incanta, per procedere nei secoli, quando la musica avrebbe stabilito una vitale relazione anche con l’alchimia e la magia pura. Il mito di Orfeo, sarà evocato nell’ambito de’ “La notte dei Barbuti” alle 21.30 nella ispirante chiesa di Sant’Apollonia, nella performance artistica di Marco Vecchio, voce narrante di Brunella Caputo, con le luci e musiche Virna Prescenzo. Si è scelto l’Orfeo di Rilke. La parola che si accende nel nome di Orfeo è attraversata, da una «ambiguità essenziale», laddove egli si propone il compito di dissolvere «la sostanza e la realtà della morte». Orfeo non è, infatti, colui che ha vince la morte, ma colui che «muore sempre» è l’angoscia della sparizione che si fa canto, la parola che si fa nudo rapporto «puro movimento di morire». Ma Orfeo è anche colui che, pur creandosi «nell’oscurità […] da sé la [propria]vita» e guardando in faccia la morte, scopre l’insufficienza dell’ascesi solitaria quale via verso l’assoluto. Ed è proprio qui che si volge verso Euridice, desidera vederla, possederla, mentre il suo unico destino sarebbe, appunto, cantarla. L’arte della suonatrice di flauto potrebbe non consentire a Socrate e agli altri convenuti di dissertare sul tema dell’amore: la musicista viene così allontanata dalla sala del Sympòsion platonico. A Villa Rufolo, nel Giardino dei Cavalieri, stasera, alle 23, la discendente di quella flautista Ylenia Cimino, in duo con il pianista Alberto Ferro, farà rivivere il mito, l’incanto. Lo stile galante, audace e sperimentale della Sonata di Amburgo, col suo celebre Rondeau composta nel 1786 da Carl Philippe Emanuel Bach, libero dal conservatorismo di re Federico il Grande di Prussia, il Nocturne et Allegro Scherzando di Philippe Gaubert del 1906, pagina impressionista, che passa dai languori del notturno ai cambiamenti di tempi e agli intervalli “insoliti” dell’Allegro, l’apertura della serata. Si passerà, quindi, alla Sonata in Re maggiore op.94, datata 1943, di Sergej Prokofiev, opera fondamentale nella letteratura flautistica, per l’ampiezza inusuale delle dimensioni e i trascendentali problemi tecnici posti al solista, tutto intorno una cantabilità popolare, intrisa degli stilemi del folclore russo. Finale virtuosistico con la Fantaisie Pastorale Hongraise op.26, del 1870, di Franz Doppler, un concerto per flauto e orchestra, un brano travolto da un tormentato bisogno di levitazione, con i suoni che devono possedere i bagliori dell’argento, controllati e vibrati, torniti, con evidenza e disarmante semplicità, l’ultimo sorriso di Dioniso, nel giardino di Klingsor.

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