Notte di Luna tra David Bowie e Costantino Catena

Scritto da , 10 Gennaio 2020
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Prima eclissi dell’anno oggi, in una Salerno che si divide tra l’omaggio al Duca Bianco, attraverso immagini e musica e il concerto del pianista in San Benedetto col moonlight beethoveniano e l’aura ossianica delle Reminiscences dalla Norma di Franz Liszt

Di OLGA CHIEFFI

Notte di luna piena oggi, notte di eclissi, uno spettacolo che, insieme, alla presenza di Venere renderà la volta celeste più magica e simbolica, per una serata che saluterà la Salerno musicale divisa tra l’omaggio di Tempi Moderni a David Bowie, con l’evento concertistico che impreziosirà l’incontro per immagini di Masayoshi Sukita e il Duca Bianco lungo quarant’anni e cento scatti, unitamente al rècital del pianista Costantino Catena, ospite dell’Associazione Scarlatti. Ci fu un tempo nel quale le canzoni non erano semplici canzoni, che mostravano immagini, sogni, utopie, influenzavano le esistenze e aiutavano ad aprire la mente, si davano da fare per indicare una via, per viaggiare, spesso oltre il consueto, verso lo spazio. Da lì ci si poteva fermare e osservare il mondo che si muoveva freneticamente, e si poteva anche decidere di rimanere in alto, persi tra gli astri. Sicuramente Matteo Saggese, il quale ritornerà sul palcoscenico  del teatro Augusteo, stasera, alle ore 21,30, nella sua Salerno, dopo la lunga parentesi londinese, con sulla spalla e nelle dita il suo “loco ironico” musicale, certo, immaginiamo e speriamo che non potrà far mancare tra brani originali e tribute al Duca Bianco, proprio nella notte di eclissi, “Space Oddity”, attorniato, come sarà, da Phil Parmer, Danny Cummings, Joe Cang, Angela Baraldi, Mario Rosini e dagli amici salernitani, Domenico Andria, Davide Cantarella, Nicola Coppola, Antonia Criscuolo, Alfonso Deidda, Carlo Fimiani, Nicola Ferro, Alessandro La Corte, Carla Marciano e Gerardo Palumbo. Polvere di stelle per andare alla ricerca del proprio “spicchio di luna”, di quel necessario silenzio per poter “ascoltare”, per poter sentire qualcosa. La luna stasera, guarderà tutto, a volte impotente e prigioniera, a volte materna, sensuale, marina, istrionica, specchio riflettente e assorbente delle domande che la vita ininterrottamente ci pone, sull’esistenza, sul mistero della nascita di ognuno, sul disperdersi nell’universo della musica, o del fuoco, sul desiderio di fotografare le cose invisibili, sulla gethosyne, con occhi che s’aprono al sogno, alla gioia dell’atto creativo. Alle 20 l’appuntamento è nella chiesa di San Benedetto con il pianista Costantino Catena, sua l’interpretazione della Mondscheinsonate,  l’Op.27/No.2, di Ludwig Van Beethoven, che sembra richiamare il riflesso della luna sulla superficie del lago di Lucerna, una “Sonata quasi una Fantasia…”, ad indicare la netta divergenza rispetto alla sonata canonica in quattro movimenti. Il primo tempo – il celebre adagio sostenuto – il richiamo ad alcune battute che evocano la morte, quelle legate al Commendatore, nel “Don Giovanni” di Mozart. Battute emblematiche e caricatesi per associazione all’idea dell’ oltretomba, anche se qui essa viene distanziata e quasi annega nell’atmosfera trasognata prescritta da Beethoven. Sostanzialmente la sonata può essere considerata come un dittico. La prima parte comprende a sua volta due sezioni, l’adagio sostenuto e l’allegretto, che segue senza soluzione di continuità e che contrasta volutamente con l’adagio stesso. La seconda parte è costituita da un grandioso “presto agitato”, tutto in minore e rispettoso della forma sonata, che chiude la composizione. Ed è pagina ancor più ardimentosa della prima nello scavo del linguaggio e nel tentativo, modernissimo, di escogitare o perseguire una assoluta purezza timbrica e ritmica. E’ uno di quei momenti creativi che urtano con veemenza contro le alte mura che delimitano i confini del suono (di quel suono di cui invece l’adagio sostenuto tanto sembra compiacersi) e che tentano, protervamente, di gettare uno sguardo “al di la” Costantino Catena, schizzerà quindi la visione di Robert Schumann delle Faschingsschwank aus Wien. Fantasiebilder op.26, titolo del pezzo, “immagini di fantasia”, che farebbe pensare ad una composizione in forma libera, che insegua le idee capricciose di uno spazio visionario, mentre, in realtà i suoi movimenti sono quelli d’una Sonata, con l’aggiunta d’un Intermezzo, un altro Carnaval, dopo il capolavoro fulminante del 1834-35, ritratto insuperabile dello Schumann della gioventù? In realtà no, anzi qualcosa di molto diverso. Peraltro, il tema carnevalesco non va sottovalutato: il carnevale, la danza di maschere, potrebbe essere veduto un po’ come il simbolo di quasi tutto lo Schumann 1830-40, e in buona misura anche di quello successivo. Il travestimento, lo scambio fra il sé e l’altro da sé, la scomposizione in figure diverse riconducibili, nella loro diversità, a un’unità superiore, poi, il gioco e il serio che si nascondono l’uno dietro l’altro, la capacità di fingersi altri e di assimilare gli altri a noi. Il primo movimento (Allegro) è diviso in vari episodi, una sorta di Rondò in cui trovano spazio una citazione della Marsigliese e un motivo della Sonata op.31 n.3 di Beethoven. Il secondo movimento (Romanze) smorza la tensione del primo ed introduce al cuore della composizione, lo Scherzino è pagina quanto mai originale per il cromatismo ed il gioco di pura giustapposizione delle singole idee. Il quarto movimento è forse la pagina più famosa dell’intera composizione e venne pubblicata a se stante nel 1839. Basato essenzialmente su una melodia di grande eleganza, questo Intermezzo nasconde numerose insidie di tipo tecnico come l’uso misurato del pedale di risonanza o le veloci note dell’accompagnamento che devono avere sempre lo stesso peso per non oscurare la linea del canto. Nel Finale il virtuosismo diventa invece palese e centinaia di note, ad una velocità spesso proibitiva, richiedono all’esecutore grande lucidità interpretativa e tecnica brillante. Costantino Catena si congederà dal pubblico salernitano con le virtuosistiche Reminiscences de Norma S.394 e la loro aura ossianica, tra le selve inargentate dalla luna, che innestano un’abilità digitale funambolica sopra i temi folgoranti quali “Ite sul colle” e poi il coro “Dell’aura tua profetica” , “Deh non volerli vittime”, “Qual cor tradisti” e “Padre, tu piangi”, che si combinano al coro “Guerra, guerra” e finiscono per innalzarsi a loro volta a toni eroici: poco belliniani ma pianisticamente efficaci e strappapplausi.

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