Nocera. Eseguiti gli ultimi sequestri dell’operazione “Ipervigile”

Scritto da , 22 marzo 2016

NOCERA INFERIORE. Operazione “Ipervigile”: i militari del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Salerno hanno dato esecuzione al “decreto di sequestro preventivo per equivalente” emesso dal gip del Tribunale di Nocera Inferiore nei confronti di Fernando De Santis, Filomena Paolino e Filomena Vicidomini, su immobili del valore di oltre 1,3 milioni di euro. Si tratta, in particolare, di un appartamento in località Sant’Ambruoso di Nocera Superiore, un grande ufficio nella centralissima piazza Amendola a Nocera Inferiore e un deposito commerciale a vico Giardinetto ad Avellino, ufficialmente intestati alla società “Enterprise Sat Srl” di Nocera Inferiore, dei quali i De Santis continuavano ad avere la disponibilità e a riscuotere gli affitti. E’ stato così raggiunto il totale dei sequestri disposti dall’autorità giudiziaria, per quasi 8 milioni di euro. L’azione di servizio che ha portato ai sequestri di ieri, coordinata dal sostituto procuratore Roberto Lenza, è il frutto dell’azione di ricerca dei beni riconducibili ai De Santis, che è stata condotta ininterrottamente dai militari della Guardia di Finanza. Sono stati esaminati, tra gli altri, i documenti concernenti la stipula dei contratti di locazione registrati dalla società “Enterprise Sat Srl”, le cui quote sociali avevano già costituito oggetto di sequestro preventivo, ed escussi in atti alcuni soggetti, che erano e o erano stati locatari degli immobili intestati alla citata impresa, i quali confermavano, in proposito, di aver avuto rapporti diretti con Fernando De Santis, Filomena Vicidomini ed altri membri della famiglia, precisando di aver corrisposto a questi ultimi, anche con denaro contante, il canone di locazione degli immobili condotti in fitto. L’operazione “Ipervigile”, eseguita a novembre 2015, aveva portato all’arresto di Fernando De Santis, Filomena Vicidomini, Filomena Paolino, Maria Assunta Scarpati e Pierdonato Gallitelli, nonché alla denuncia di numerosi altri soggetti per le ipotesi contestate a vario titolo di bancarotta fraudolenta, appropriazione indebita aggravata per oltre 9,8 milioni di euro, emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, omesso versamento di ritenute certificate, omesso versamento di Iva, omesso versamento all’Inps di ritenute previdenziali ed assistenziali, truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, spendita e introduzione nello Stato di monete falsificate e violenza privata. In tale contesto, l’autorità giudiziaria aveva disposto sequestri per oltre 12 milioni di euro. Nel gennaio scorso, inoltre, il Tribunale del Riesame di Salerno, prendendo atto dell’entrata in vigore della riforma dei reati tributari dal 1° gennaio 2016 e della “depenalizzazione” per alcune delle condotte commesse dai De Santis, ha rideterminato l’entità delle somme da sequestrare in circa 8 milioni di euro. Entità che è stata interamente raggiunta con i sequestri eseguiti in data odierna e che si aggiungono a denaro, depositi bancari, autoveicoli, immobili e quote societarie di 21 società già apprese nel novembre 2015. Come si ricorderà, le attività investigative dell’operazione Ipervigile sono state avviate a seguito della segnalazione, effettuata dalla Banca d’Italia nell’ottobre 2013, per l’ammanco di oltre 9,8 milioni di euro nel caveau della società Ipervigile Srl. Le indagini, dirette dalla Procura della Repubblica di Nocera Inferiore, sono state affidate al Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Salerno, che ha svolto un minuzioso lavoro di ricostruzione delle vicende di oltre 20 società, tutte amministrate formalmente da prestanome e riconducibili alla famiglia De Santis di Nocera Inferiore, operante da decenni nel settore della vigilanza privata, al fine di accertare eventuali ipotesi di reato poste in essere dagli amministratori e o da altri soggetti nella gestione della stessa impresa. E’ stato così accertato come il meccanismo delittuoso consistesse dapprima nello “spogliare” le società di tutte le componenti produttive (attraverso cessioni di azienda o rami di azienda) e, successivamente, nel lasciarle fallire e o farle cessare, gravate da considerevoli debiti tributari che, in conseguenza della spoliazione, divenivano inesigibili, con grave danno per l’Erario. Il metodo scientifico adottato dalla famiglia De Santis era il seguente: le cariche societarie venivano intestate a dipendenti e o consulenti delle società del Gruppo De Santis, i quali nella maggioranza dei casi erano intimiditi e costretti ad accettare quanto proposto per conservare il posto di lavoro, non versavano alcuna contribuzione previdenziale e assistenziale ne tantomeno i “tributi” delle società fino a portare le stesse al “fallimento”. Le società venivano fatte fallire distruggendo od occultando le scritture contabili o venivano messe in liquidazione, in modo da rendere impossibile per l’Agenzia delle Entrate riscuotere i crediti: operazione ostacolata anche dal fatto che i soggetti formalmente rappresentanti legali – teste di legno – non risultavano avere disponibilità finanziarie per far fronte al debito contratto dalla società, solo formalmente amministrata. Gli accertamenti hanno permesso di rilevare 11 casi di fallimento di società del gruppo, nei quali non sono mai state prodotte e consegnate ai curatori fallimentari le prescritte scritture contabili, al fine di non consentire agli organi del fallimento la ricostruzione delle vicende imprenditoriali con specifico riferimento al periodo cronologico antecedente alla declaratoria di fallimento. Nel frattempo il Gruppo De Santis creava nuove società, con denominazioni simili a quelle delle società morienti, oppure ne acquisiva altre operanti nello stesso settore della vigilanza privata. Il meccanismo consentiva anche di incassare i contributi per la riassunzione agevolata di lavoratori in mobilità o licenziati, nella forma degli sgravi contributivi. I De Santis, infatti, licenziavano i propri lavoratori e li riassumevano con un’altra società apparentemente estranea (in modo da avere diritto alle sovvenzioni) e in realtà sempre gestita dai medesimi, con un meccanismo che ha consentito di percepire indebitamente ai danni delle casse pubbliche centinaia di migliaia di euro. In sintesi, tutte le società facenti parte del Gruppo De Santis sono state ritenute costituire una struttura apparente, dietro la quale si celava in realtà un’impresa unitaria gestita dai componenti della famiglia De Santis stessa e, primo tra essi, da Fernando De Santis. E le indagini potrebbero ancora continuare su questo fosco scenario.

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