“Nella miseria sono nato, nella miseria sopravvivo”

Scritto da , 23 febbraio 2017
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di Brigida Vicinanza

Le parole di Carlo fanno eco nel suo furgone: «Nella miseria sono nato e nella miseria morirò». Carlo Aquila, 61 anni di Salerno e da circa un mese vive in un furgone in via Gelsi Rossi adibito ad “abitazione”, in quel quartiere che lo ha visto nascere, crescere ed ora anche passare tutti i suoi giorni nella povertà. Una storia singolare alle sue spalle, che pare pesi ancora, un presente di povertà e un futuro che non si riesce ad intravedere, dopo una crisi che colpisce fino in fondo. Un lettino, qualche coperta, un fornellino elettrico e lo stretto necessario, tra indumenti e lettere scritte al sindaco e agli assessori, protocollate al Comune di Salerno custodite gelosamente che non hanno avuto alcuna risposta. Carlo Aquila è sconosciuto ai più e a Salerno. Per chi ha vissuto tra gli anni ’70 e ’80 il nome potrà sembrare familiare, così come è familiare a quegli “amici” di quartiere che continuano a chiamarlo “Carlucciello”. Carlo Aquila ha vissuto 10 anni di politica e altri 10 anni in carcere, ha svolto qualche lavoretto qua e là, tra traslochi e piccole manutenzioni e ha convissuto con la madre fino a quando non è deceduta. «Mia madre mi ha dato tanto, qualcosa me l’aveva lasciata e ora non ce l’ho più e qualcosa come questo furgone mi è rimasta. Si sa noi figli non riusciamo mai a dare quanto i nostri genitori. Io a mia madre ho dato solo pene e pensieri, lei una casa che non ho più potuto mantenere. Il fitto era passato da 150 a 300 euro e per morosità, dopo la sua morte, in quanto non lavoravo tantissimo, mi è stata tolta la casa». La sua storia Carlo l’ha messa nero su bianco in due lettere, protocollate il 27 gennaio a Palazzo di Città, una ad Enzo Napoli e una all’assessore alle politiche sociali Nino Savastano. Un ex delle Brigate Rosse, implicato nell’omicidio di Nicola Giacumbi, il procuratore della Repubblica di Salerno ucciso sotto la sua abitazione nell’80. Ha pagato per ciò che ha fatto e ora arrivato a 61 anni non ha nulla più. Carlo, per poter fare una doccia, si reca in una stazione di servizio e per 3 euro riesce a lavarsi. «La mia è una questione di vita e di morte, faccio la doccia in autogrill per evitare tutte le malattie di chi vive in strada. Qui dentro la notte fa freddo, non si riesce davvero a stare, ma tant’è. Cosa dovrei fare? Recarmi a vita alla mensa dei poveri? O stare qua e là in strutture che mi danno ospitalità per 1 o 2 mesi e poi via? Sono stato in tutti gli enti preposti. All’ufficio case nessuna risposta, al settore politiche sociali non ne parliamo. Non sono riuscito mai ad avere un confronto con l’assessore o il sindaco, sono indifferente come sono stato dimenticato dai miei “compagni” di lotte e battaglie tra gli anni 70 e gli anni 80, che ad oggi sono tutti attivisti e politici ma nessuno può darmi una mano e pare che a nessuno interessi la mia situazione – ha sottolineato Carlo – di lotte e battaglie ne ho fatte tante anche io, ma per me ora non c’è nessuno spazio e nemmeno un lavoro che possa farmi vivere dignitosamente. Il Comune affitta tanti immobili ad enti, associazioni e a famiglie in difficoltà. Io non ho famiglia, non ho nessuno e sono solo, con me ho soltanto la solidarietà del quartiere e di chi mi conosce da sempre fortunatamente, ma dal Comune per me nessun posto. Anche una roulotte mi andrebbe bene, almeno per stare al caldo e più riparato e non mi fanno sapere se c’è disponibilità e se posso stare da qualche parte. Hanno anche proposto di fare una raccolta qui nei dintorni per aiutarmi a comprarla, ma non so dove posso stare». Carlo mostra le lettere che ha portato tra gli uffici di Palazzo Guerra: «Ho passato la mia esistenza a vivere di espedienti, l’arte di arrangiarsi. Ma anche questa disponibilità sta svanendo e questa città si è presa tutta la mia vita, ne ha rubato 20 anni spesi tra politica e carcere». Quella stessa politica per cui ora non è nessuno, se non un senza tetto qualsiasi: «Sto aspettando chi si prenderà la mia vecchiaia. Quasi quasi stavo meglio in carcere – ha concluso – sono stanco di lottare sempre per sopravvivere soltanto».

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