Nel 2012 il Comune disse sì all’autorizzazione alla Pisano. Il silenzio dell’Asl

Scritto da , 17 marzo 2016
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di Andrea Pellegrino 

Un “sì” di troppo datato 2012. Le Fonderie Pisano e la drammatica contrapposizione tra il diritto dei cittadini a vivere in ambienti salubri e il diritto dei lavoratori a garantirsi il proprio posto di lavoro. La tutela della salute è un fondamentale diritto dell’individuo sancito Costituzione e, pertanto, poco importa se l’impianto “incriminato” alla salute sia preesistente o meno alla urbanizzazione dell’area dove esso insiste. D’altro canto, le Fonderie Pisano sono in possesso di un’Autorizzazione Integrata Ambientale rilasciata dalla Regione Campania nel 2012 (con il decreto dirigenziale 149 di quell'anno) che ne consente l’attività senza alcuna limitazione, sebbene con l’obbligo del rispetto di talune prescrizioni. La soluzione per risolvere il problema non può essere quella di una ipotetica delocalizzazione a data da destinarsi perché – come dimostrano anche le cronache – individuare un’area al di fuori del Comune di Salerno non è cosa facile. Dopo il clamore scatenatosi attorno alla vicenda è certamente difficile se non improbabile che qualche sindaco di un Comune limitrofo offra la propria disponibilità a consentire la realizzazione dell’impianto nel proprio territorio. 
La questione, però, si basa tutta sui pareri obbligatori che gli organi hanno reso nel corso delle conferenze convocate dalla Regione Campania e che hanno consentito il rilascio dell’autorizzazione. Un via libera – testimoniato dalla nota 98742 del 24 maggio 2012 – arrivato direttamente dal Comune di Salerno, che diede l'ok alla compatibilità urbanistico-edilizia dell'impianto. Comune di Salerno che, insieme all’Università del Sannio (curatrice del parere tecnico), prese parte all'ultima conferenza dei servizi utile al rilascio del provvedimento che autorizza l’esercizio di una fabbrica a determinate condizioni che devono garantire che lo stesso sia conforme ai requisiti previsti e tenutasi il 27 giugno 2014. Le uniche prescrizioni giunte da palazzo di Città inerivano l’immissione delle acque reflue bianche nel fiume Irno: un richiamo a cui i proprietari delle Fonderie ottemperarono con l’installazione di alcune vasche. Un eventuale no del Comune di Salerno in quella occasione avrebbe dato la spinta decisiva al processo di delocalizzazione e avrebbe stoppato il rilascio dell'Aia che – tra le altre cose – non tiene conto dei dati inerenti l’impatto ambientale antecedenti alla richiesta.
Sotto la lente di ingrandimento anche il parere dell'Asl di Salerno per quanto attiene il versante sanitario, soprattutto se l’attività di fonderie dovesse  rientrare tra quelle insalubri di prima classe ai sensi del decreto ministeriale del 5 settembre 2004 che mal si concilierebbero se collocate in aree urbanizzate ad uso anche residenziale. Magari, se nel 2012 in fase di rilascio dell’autorizzazione, fosse stata già in qualche modo prevista una necessaria delocalizzazione dell’impianto, oggi la soluzione sarebbe già in fase avanzata e non si starebbe a discutere se, dove e quando ciò potrà avvenire. Ma vi è di più, leggendo il Decreto della Regione Campania, salta agli occhi che il procedimento amministrativo di rilascio dell’Aia alla ditta Pisano risulta avviato ai sensi del decreeto legislativo 152/06 e della legge 241/90 con le modalità relative alla prima autorizzazione, non rientrando l’istanza nella tipologia di impianto esistente, facendo ovvero riferimento, con tale categorizzazione, a un impianto che, al 10 novembre del 1999, aveva ottenuto tutte le autorizzazioni ambientali necessarie all’esercizio o al provvedimento positivo di compatibilità ambientale o per il quale a tale data erano state presentate richieste complete per tutte le autorizzazioni ambientali, al fine  dell’esercizio dell’attività di fonderie di metalli ferrosi con una capacità di produzione superiore a 20 tonnellate al giorno. 
Una istanza quindi nuova che avrebbe potuto, applicando il sano principio della prudenza, richiedere un maggiore approfondimento delle tematiche ambientali e sanitarie, assoggettando semmai l’istanza alla Valutazione di impatto ambientale  per giungere ad un giudizio di compatibilità attraverso una valutazione approfondita e puntuale sull’ impatto ambientale e sulle possibili ripercussioni nell’area circostante l’insediamento anche per i profili di carattere sanitario. Forse, in tal modo la tensione non sarebbe esplosa in una aggressione che non tutela né la salute e né i posti di lavoro, per una contrapposizione che non dovrebbe assolutamente esistere: la tutela alla salute è tale sia per il cittadino che per il lavoratore, né guelfi e né ghibellini. 
 

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