Mutaverso chiude con “L’Uomo nel Diluvio”

Scritto da , 12 Aprile 2019
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Questa sera, alle ore 21, il centro sociale di Salerno ospiterà Valerio Malorni, con un monologo dedicato ai nostri tempi violenti e mortiferi, da cui salvarci attraverso la cultura, patrimonio vero della collettività

Di OLGA CHIEFFI

Si chiuderà questa sera alle ore 21 all’Auditorium del Centro Sociale di Salerno con il pluripremiato “L’uomo nel diluvio”, la Stagione Mutaverso Teatro ideata da Vincenzo Albano di ErreTeatro. Lo spettacolo di Simone Amendola e Valerio Malorni, presentato da Blue Desk, che ne è anche il protagonista, ha collezionato nel corso degli anni diversi riconoscimenti. L’Uomo Nel Diluvio accende i riflettori su di un attore italiano emigrato in una Berlino in apparenza idilliaca, attraverso cui gli autori raccontano la crisi di una generazione, cercando di superare il vittimismo, inventando un movimento possibile, interiore prima che sociale. L’espediente materiale, naturalmente è un mezzo per provare a scandagliare il prisma dell’animo umano.  La pièce si confronta con lo spettatore su un’urgenza, generazionale, sociale, della società e del paese in cui siamo nati e viviamo, in un momento in cui la parola emigrazione è così tragica e reale che verrà raccontata con una narrazione originale, in cui il pensiero dominante è quello di sopravvivere con la propria famiglia al “diluvio sociale, diluvio generazionale, diluvio teatrale, diluvio benzina, eni, gas, edison, F 24, F 35, diluvio indifferenziato, affondato, pensionato, precario, disoccupato, diluvio parco giochi per bambini, diluvio pioggia acida, diluvio aperitivi, diluvio trafficato, frettoloso, fantomatico, religioso, diluvio, dioluvio”. L’associazione con Noè è suggerito dalla sagoma dell’Arca in cartone, appesa alle spalle dell’attore, che costituisce l’essenziale scenografia. Una basilare differenza, però, separa l’uomo nel diluvio dal personaggio della Genesi: nessuna voce gli indica le mosse da fare. Malorni è solo, confuso e sta iniziando a diluviare e lui non sa come comportarsi, cosa inventarsi. L’invito di Malorni che denuncia da un lato la gravità del momento che stiamo vivendo, facendoci cogliere fino in fondo i processi di morte in atto, è di guardare alla possibilità di un inizio rinnovato. Bisogna quindi resistere a due possibili tentazioni: minimizzare l’eventuale realtà violenta, materiale e soprattutto culturale che viviamo, senza coglierne le mortifere implicazioni e conseguenze e restare attaccati al passato, al ricordo di una situazione originaria paradisiaca, rifiutandosi di riconoscere che si impone un cambiamento perché vi possa ancora essere la vita, avendo cura di ripartire da quelle realtà che esistono e sono positive, come Noè. Una estrema resilienza fisica e spirituale in cui la necessità è prendere coscienza del male in cui siamo immersi per rifiutarlo e poter così giungere a un propositivo e possibile cambiamento nelle relazioni e negli stili di vita, sulla terra propria, attraverso le arti, la cultura, il teatro.

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