Moni Ovadia: il saltimbanco agnostico

Scritto da , 18 gennaio 2017

Trionfo per la musica dell’esilio e le irresistibili amare storielle raccontate dall’ebreo che ride al pubblico del teatro Verdi

 Di OLGA CHIEFFI

 Un buon concorso di pubblico, domenica scorsa, ha salutato il ritorno al Teatro Verdi di Salerno, di Moni Ovadia, con lo spettacolo, di cui l’anno prossimo festeggerà il trentennale, “Cabaret Yiddish”. Complesso eccezionale di klezmorim in scena, composto da ottime individualità con Maurizio Dehò al violino, Luca Garlaschelli al contrabbasso, Paolo Rocca al clarinetto e Albert Mihai alla fisarmonica, con il quale Moni Ovadia da anni si presenta sul palcoscenico, e che ha splendidamente ravvivato oltre due ore di spettacolo, cui non ha inteso mancare il Sindaco di Salerno Enzo Napoli, purtroppo, dobbiamo dire terribilmente disturbato da una pessima amplificazione. Moni Ovadia, ha raccontato storie e storielle, dell’umorismo ebraico che viaggia con gli ebrei, partecipando delle loro trasformazioni, dai territori dell’Impero zarista, a cavallo fra gli ultimi anni dell’Ottocento ed i primissimi del Novecento, verso “Di Golden Medine”, la patria d’oro, l’America, la nuova terra del latte e del miele. Lunghissima la descrizione del massacrante viaggio degli ebrei, lo sbarco ad Ellis Island, e il trattamento da bestie, la conoscenza con il grande venditore di spaghi Moskowitz o con i commercianti di salmone avariato. Preambolo, questo sulle condizioni dell’emigrante che noi italiani e in particolare noi campani, conosciamo a menadito, come credo possiamo dire dei negri, dei portoricani, degli spagnoli, dei francesi, dei cinesi, che in quel periodo, andarono a portare la loro storia al popolo americano. La differenza tra gli altri popoli e quello ebraico è che gli ebrei si presentarono in America provvisti di un importante bagaglio di coscienza di classe, formato già in terra d’Europa, facendoli diventare forza propulsiva nelle lotte democratiche e per il riconoscimento dei diritti sindacali. Ovadia ha spaziato ampiamente sull’umorismo ebraico che incontra la sua patria nel tripudio della comicità ebraico-statunitense dei fratelli Marx, passando per l’ebreo onorario Chaplin e sulla yiddish mame con l’occhio attento alla borsa, al massacro della suocera, al contatto diretto con il Dio, all’alone mitico costruito attorno a questo popolo eccezionale, che si immerge anche nel tiepido fiume della riforma. L’umorismo yiddish compendia, infatti, la storia del popolo d’Israele e ne interpreta la psicologia, sottolineando una fortissima indipendenza di giudizio; se la parola “laico” ha ancora un significato, le storielle di Ovadia, capziose, spregiudicate veloci, vivono prive di ogni benedizione. Grosso spazio è stato, quindi, offerto alla musica, unica arte consentita agli ebrei da una proibizione a farsi immagini. Cosa accomuna i canti che ha elevato tristi o gioiosi il nostro Moni Ovadia? Non la lingua, che va dall’ebraico, allo yiddish, allo spagnolo sefardita e a volte anche alle lingue dei paesi della diaspora ebraica, come l’arabo o le lingue slave o più spesso dialetti che rappresentano l’incrocio tra l’ebraico e i dialetti locali; non la musica, dal momento che un canto yemenita o marocchino non ha d’acchito nessun elemento in comune con un canto degli ebrei livornesi o veneziani o degli ebrei della Lituania o della Russia. Forse il fattore unificante di questo immenso e così vario materiale folclorico va ricercato nella particolare funzione a cui questi canti hanno assolto nella storia e in un certo comune clima emotivo. Moni Ovadia ci ha reso partecipi in particolare nel canto dedicato alle vittime dei Lager nazisti di quel leggendario chassidico, l’arcano respiro di un tempo che arriva da noi da una profondità immemoriale, sconvolgente, elevato con quella strana piega vocale, velata da un sorriso che pare cercare scusa, ma insieme esprime come si possa resistere all’urto della storia, che è sempre impietosa, in nome della “memoria”.

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