“Modificato l’approccio alla cura ma non il principio che la guida. Noi parte attiva di un cambiamento”

Scritto da , 27 Aprile 2020
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Davide Maddaluno

 

Lontani da casa, dagli affetti familiari ma vicini ai pazienti, vicini alla partita più importante che l’Italia (ed il Mondo) stanno vivendo. I giovani medici stanno affrontando sin dalle prime battute gli impegni più delicati della loro carriera con professionalità, voglia di crescere ed imparare ma soprattutto di aiutare i loro colleghi più esperti. E’ il caso, ad esempio, della giovane salernitana Michela Di Matteo, impegnata attualmente in Umbria e specializzanda in Cardiologia: “Già dai primi anni universitari mi aveva affascinato lo studio del cuore e i sottili meccanismi con cui regola il ritmo di tutto il nostro corpo – spiega ai nostri microfoni – L’incontro con il prof. Federico Piscione, all’epoca Direttore della Scuola di Specializzazione in Cardiologia, è stato fondamentale al fine di accrescere giorno dopo giorno l’interesse per la materia. Così dopo il superamento dell’esame di cardiologia, iniziai l’internato nel suo dipartimento anche da studentessa. Dopo la laurea, ho superato il concorso nazionale per la specializzazione, continuando il mio percorso formativo a Perugia“.

Ma come è cambiato all’approccio alla disciplina per una giovane ai tempi del Coronavirus?: “La pandemia sta cambiando ed in parte ha già cambiato il nostro modo di vivere e lavorare. Per noi medici l’unico obiettivo è sempre stato quello di agire secondo scienza e coscienza al fine di assicurare le migliori cure possibili ai nostri pazienti. Al tempo del Coronavirus abbiamo modificato l’approccio alla cura ma non il principio che la guida. Le difficoltà principali sono nate dalla necessità di reinventare un sistema in grado di assicurare dei percorsi specializzati per ogni tipologia di paziente in cui, a tutti (sia operatori sanitari che pazienti) possa essere garantita la massima sicurezza. Noi giovani medici abbiamo assistito e siamo parte attiva di questo cambiamento“.

Dopo la maturità classica al “Tasso”, Michela ha sempre denotato grande passione ed abnegazione nei confronti della materia in tutte le sue sfaccettature: “L’organizzazione del lavoro è un punto fondamentale soprattutto in ambito sanitario – continua – Ogni realtà è diversa da un’altra, per cui il giudizio deve essere il risultato di molteplici fattori. Quello che ho imparato lavorando è che le risorse rappresentano uno snodo fondamentale, ma senza gli strumenti idonei e la corretta gestione, non sono sufficienti. Attualmente, da specializzanda, sto lavorando nell’Ospedale di riferimento regionale umbro ed ho avuto l’opportunità di confrontarmi con una modalità lavorativa sistemizzata e ben strutturata in cui, nonostante le non poche difficoltà gestionali, l’obiettivo principale è quello di creare dei percorsi specifici per ogni tipologia di paziente e far si che vengano messi in pratica. Ogni operatore del settore sanitario, in quest’ottica, svolge un ruolo chiave. Siamo stati pronti ad adattarci alle nuove modalità professionali imposte dal sistema“.

In Umbria si lavora bene ma la Campania non è da meno: “La mia Regione è sempre stata ricca di eccellenze in campo medico e di questo sono molto orgogliosa, le misure messe in atto prontamente dalla Campania hanno permesso un contenimento netto del fenomeno epidemico, alcuni dei nostri Ospedali come il “Cotugno” sono diventati esempio a livello internazionale. La sanità italiana sta affrontando una durissima prova che, al contempo, sta portando alla luce molteplici lacune note da anni come la carenza di personale sanitario e l’importanza di una Salute pubblica e non privatizzata. In questo periodo è risultato evidente come la prevenzione rappresenti il cardine di una buona medicina. Così come l’organizzazione della medicina territoriale acquisti un significato cruciale per evitare sovraccarico delle strutture ospedaliere e svolgere un attento monitoraggio dei microfocolai“.

In conclusione: “L’obiettivo dovrebbe essere, dunque, quello di innovazione di modelli sanitari pubblici, con la creazione di nuovi ambienti lavorativi in cui venga implementato il ruolo della medicina del territorio“.

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